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Quando a strozzare il creditore è un debitore “virtuoso”

di Cristiano Abbadessa

Le cronache di queste settimane riportano di continuo i casi di imprenditori che si trovano nell’incomoda posizione di debitori fallimentari ma che, nel contempo, vantano crediti che li rimetterebbero in sesto, se solo venissero pagati a scadenza. Quasi sempre si fa riferimento ai crediti vantati verso lo Stato, gli enti pubblici, le amministrazioni locali, che sono diventati dei debitori, se non insolventi, certo insopportabilmente lenti nel corrispondere il dovuto. Tanto che ci sono state alcune proposte politiche, come quella del coordinatore Pdl Angelino Alfano, volte a consentire agli imprenditori di rivalersi in forma compensativa, così da non essere costretti a pagare con immediatezza uno Stato che, dall’altra parte, impiega anni per sistemare le pendenze coi creditori.
Naturalmente, nella penuria di liquidità, non è solo la pubblica amministrazione (entità in certo modo impalpabile, distante e astratta) a rivestire i panni del debitore inadempiente che mette in ginocchio il creditore. Spesso e volentieri a non pagare per tempo sono imprese private, quando non singoli cittadini, che scaricano le proprie difficoltà economiche su altri soggetti, di norma a loro volta costretti in gravi ristrettezze e in lotta per la sopravvivenza.
Nel nostro settore editoriale, per esempio, capita più spesso di quanto si creda che si finisca per strangolarsi a catena, col denaro che non gira, o gira poco, e piccole imprese creditrici costrette a soffrire i ritardi dei debitori. Storie tutt’altro che insolite, che vedono alternarsi nel ruolo di vittime i diversi attori della filiera produttiva e commerciale, e in cui chi ha più pelo sullo stomaco e meno scupoli riesce a sopravvivere a spese di chi è più puntuale e corretto.
La cosa piuttosto seccante, per un piccolo editore, è che spesso si ritrova a vantare crediti nei confronti di soggetti “insospettabili”, che godono di buona fama e della patente di virtuosi operatori del mondo culturale. Mi riferisco, in particolare, ad alcune (sottolineo: alcune, non certo tutte) librerie indipendenti di buon prestigio e discreta notorietà, sostenute dalla simpatia di lettori “eticamente sensibili” e pronte a impancarsi per dare lezioni contro le grandi catene commerciali e la distribuzione concentrata nelle mani di pochi.
Capita purtroppo, all’editore giovane e ignaro, di fidarsi di queste librerie di buon nome, a volte contattandole direttamente, a volte finendoci sulla scia di iniziative e presentazioni promosse da volonterosi autori, ben contenti di essere riusciti a conquistare l’attenzione di punti di riferimento noti e stimati. Succede così di organizzare eventi, di affidare alla libreria un po’ di copie per la vendita, di realizzare un teorico incasso che non sarà quello di un bestseller ma che potrebbe aiutare, per ritrovarsi poi a mesi di distanza con fatture da lungo tempo inevase, che giacciono senza un cenno di risposta. Quando, in casi peggiori, non capita addirittura che il locale di tendenza del momento conosca un prematuro declino e scompaia (e i titolari con lui) lasciando una scia di insoluti che tali resteranno in eterno.
I piccoli editori che, come noi, si servono (o si sono serviti) di distributori locali hanno spesso avuto occasione di lamentarsi per il mancato approdo in librerie note e stimate, lamentandosene col distributore. Il quale spesso risponde che bisogna stare attenti, perché ci sono librerie che non pagano. Di solito la risposta viene scambiata per una scusa accampata da distributori pigri e poco solerti; purtroppo, spesso è invece la verità, e l’amara esperienza diretta ha indotto il distributore a cancellare alcuni librai dal proprio giro promozionale. Così il piccolo editore che ha magari deciso di far da sé, insoddisfatto per la scarsa capacità di penetrazione del piccolo distributore, si ritrova a segnare effimeri successi e la comparsa su qualche scaffale di un certo prestigio, salvo poi ritrovarsi a scoprire che l’etico e stimato libraio indipendente è un allegro debitore che non salda le fatture.
Si tratta di una situazione evidentemente non tollerabile, specie per le piccole imprese editoriali. Quelle, per intenderci, che se hanno in giro un po’ di fatture non pagate di qualche centinaio di euro ciascuna si ritrovano a non poter mandare in stampa un titolo, a meno che non abbiano la disonesta cialtroneria di prepararsi a scaricare sullo stampatore gli effetti del mancato pagamento.
Quel che disturba è che questa pessima, e disonesta, usanza sia allegramente praticata da chi si riempie la bocca di belle e altisonanti parole sulla libera circolazione della cultura, l’indipendenza dalla grande industria editoriale e tutto quanto fa scena, spettacolo e simpatia. Un predicar bene cui si accompagnano prassi che in realtà strozzano e rischiano di uccidere proprio i piccoli soggetti editoriali indipendenti, i primi ai quali non si salda il dovuto forti della cinica considerazione che sono i più deboli e i meno interessati a recidere un rapporto.
Per stavolta mi sono limitato a fare un discorso generale. Ma credo che a breve seguiranno i nomi, anche e soprattutto per tutelare tutti quei librai che, invece, perseguono pratiche correttamente virtuose.

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Cosa succede quando l’informazione diventa pubblicità travestita

di Cristiano Abbadessa

Ci propongono una trasmissione, su una radio locale, dedicata ai libri di Autodafé. La proposta arriva da un intermediario, che spiega di non essere riuscito a ottenere la messa in onda gratuita e che l’emittente (e i curatori del programma) chiedono una “somma irrisoria”, poche centinaia di euro, per dare spazio alle nostre pubblicazioni. Rispondiamo che un programma radiofonico come quello in questione ha ragion d’essere se ha dei contenuti da proporre, e che noi siamo pienamente a disposizione a collaborare attraverso invio di copie ai conduttori, autori pronti a farsi intervistare e quant’altro serva a confezionare la trasmissione; se invece, come pare il caso, si tratta di fare della semplice pubblicità, la cosa è diversa, andrebbe chiamata col suo nome e, infine, non ci interessa.
La storia, in estrema sintesi. è quella che ho raccontato. In più, aggiungo in forma spontanea e non ordinata alcune considerazioni e precisazioni relative alla vicenda.
La prima reazione è di fastidio per quell’aggettivo (irrisoria) che ormai si spende con facilità nel mentre si chiedono investimenti di due o trecento euro, a volte anche qualcosa in più. È una valutazione offensiva, sicuramente fuori luogo se si ragiona con un soggetto economicamente debole come una piccola casa editrice, ma eticamente insopportabile laddove si pensi a quanti con cifre simili, o poco superiori, ci devono campare un mese. Per cui, quando mi sento approcciare da persone che hanno questa disinvolta concezione del denaro, già di puro istinto giro le spalle e me ne vado.
Entrando più nel merito, debbo puntualizzare che al versamento della somma richiesta non corrispondeva, nel caso specifico, neppure il pagamento di un lavoro o di un servizio. Non eravamo, cioè nella situazione in cui l’editore “compra” l’interesse di un conduttore radiofonico, il quale poi si industria a confezionare il programma, perché in realtà i contenuti venivano richiesti direttamente a noi; dovevo essere io, o l’ufficio stampa, o la promozione, a scrivere quel che c’era da dire, e la trasmissione si sarebbe limitata alla lettura di quanto preparato dall’editore (naturalmente, fingendo che il tutto fosse farina del sacco dei conduttori). Siamo quindi nel semplice affitto di un tempo dato, con noleggio di una voce: in sostanza, acquisto di spazio pubblicitario senza alcun valore aggiunto.
Viene poi da chiedersi se una trasmissione così concepita applichi la legge della domanda e dell’offerta nella sua piena reciprocità. Ovvero: sei un piccolo editore in cerca di visibilità, ti chiedo dei soldi per offrirti uno spazio; sei un famoso scrittore che mi farebbe piacere avere nel mio programma letterario, ti pago perché tu ti scomodi a risponderci. Facendo due conti, l’ipotesi è improbabile: se ciò che entra da una parte deve poi uscire dall’altra, il rischio concreto è che non se ne ricavi nulla; a meno che non si sia bravi a valorizzare i contenuti e le presenze per vendere poi spazi pubblicitari (quelli veri, a inserzionisti espliciti), cosa che non pare nelle corde di chi ha ideato il tutto.
Più probabile, invece, che la trasmissione “letteraria” sia pensata appositamente per dare spazio a piccoli editori senza visibilità, in cambio di denaro (e senza metterci alcun lavoro, come dicevo). Siamo quindi, credo, di fronte all’ennesima declinazione del “a pagamento”: dopo l’editore che pubblica solo a spese coperte dall’autore e la libreria che si fa pagare per esporre i libri, ecco il programma radiofonico costruito apposta per sfruttare il bisogno di “esserci” di chi fatica a trovare spazio sui media (siano editori o autori, credo poco importi a chi ha avuto la pensata).
Da ultimo lascio la questione più importante. Chi non è sprovveduto sa benissimo che un inserzionista pubblicitario, specie se di peso, condiziona anche le scelte informative del giornale, della radio o della tv su cui acquista e paga spazi; sappiamo talmente bene che chi fa pubblicità gode di un trattamento di riguardo, da essere in qualche modo in grado di fare la tara ai contenuti informativi: se ci accorgiamo che un dato soggetto economico fa molta pubblicità su quella testata, siamo in certa misura implicitamente avvertiti del fatto che le informazioni che lo riguardano vanno prese con molta cautela. Quando però è lo stesso spazio informativo a trasformarsi in spazio pubblicitario mascherato, la situazione cambia: perché il lettore o l’ascoltatore non hanno strumenti per dubitare, e sono indotti a pensare che quanto un giornalista scrive o un conduttore dice siano libere opinioni, non spot preconfezionati o comunque prepagati (anche qualora, in caso diverso dal nostro, fosse il giornalista o conduttore a realizzare quello che in gergo si chiamava elegantemente pompino).
Il problema mi pare serio. Il ruolo dell’informazione, e della critica, è di occuparsi di ciò che ritiene meritevole per importanza: magari anche in forma non benevola e fino alla stroncatura, ma obbedendo in ogni caso a un criterio che si fonda sulla libertà di scelta e di giudizio. Se ciò di cui si parla (e solo bene, a questo punto) è invece il semplice prodotto di un banale acquisto di spazio pubblicitario, è opportuno che la cosa venga esplicitata. Altrimenti siamo nel campo della truffa e, alla lunga, in un autolesionista circolo vizioso destinato a togliere credibilità ai mezzi di informazione.

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Se gli editori sono troppi, l’autore ci perde o ci guadagna?

di Cristiano Abbadessa

Primo atto. Giovedì scorso, di mattina, rivedo una vecchia amica, con cui ero tornato in contatto un po’ più di un anno fa perché il marito intendeva sottoporci un suo libro. Non gli avevamo proposto un contratto, un po’ perché lo scritto era davvero agli estremi confini della nostra linea editoriale, un po’ perché si trattava di un’opera monumentale, di quelle che richiedono uno sforzo redazionale notevole, una mole di lavoro impressionante e che comportano spese di produzione decisamente elevate; una di quelle opere, insomma, che un editore decide di pubblicare solo se ci crede fino in fondo, senza trascinarsi dietro dubbi di sorta. L’amica mi dice che il marito ha infine trovato un editore, e che il libro è di prossima uscita. Ne sono lieto e glielo dico, confermandole la natura dei nostri dubbi. Ma, siccome la circostanza in cui ci siamo ritrovati è dolorosa, il discorso cade e non ci penso su più di tanto.
Secondo atto. Sempre giovedì, ma nel tardo pomeriggio, partecipo alla presentazione milanese di Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Ambiente informale, molti dei presenti ormai si conoscono, la presentazione diventa occasione di una chiacchierata ad ampio respiro, in cui vengo coinvolto. Dopo aver spiegato i nostri criteri di scelta, mi viene chiesto se ci è capitato di pentirci di una bocciatura, di vedere un’opera da noi scartata avere successo dopo la pubblicazione con altro editore. Rispondo di getto che non mi risulta che titoli da noi scartati siano diventati dei bestseller da decine di migliaia di copie o dei casi editoriali; ma aggiungo subito che bisognerebbe però chiedere i dati di vendita a tanti piccoli editori, perché in effetti molti autori passati al nostro vaglio hanno poi pubblicato con altre case editrici: e sapere se hanno venduto nell’ordine delle migliaia di copie, o delle centinaia, o delle decine, fa una bella differenza.
Nei giorni a seguire torno a riflettere su una realtà cui avevo già accennato in uno dei miei primi interventi, ma senza approfondirla a dovere. Se prendo in mano l’elenco degli autori e delle opere cui abbiamo dedicato una minima attenzione, chiedendo il manoscritto e discutendo tra noi l’opportunità di proporre un contratto, mi rendo conto che moltissimi hanno poi pubblicato, nel giro di breve tempo, con altri editori. In alcuni casi siamo stati battuti sul tempo, altre volte abbiamo scartato l’opera perché non ci convinceva fino in fondo (magari più per temi e punto di vista che per qualità), ma riconoscendole una sostanziale dignità letteraria. Addirittura abbiamo visto pubblicare opere da noi scartate senza indugio, per totale incompatibilità temetica con la linea editoriale, nelle quali però avevamo intravisto il germe di uno stile non disprezzabile.
Insomma, se traccio un bilancio, vedo che quasi tutte le opere ottime, buone o discrete passate per la nostra redazione hanno infine trovato un editore. Ovviamente ciascun editore segue i propri parametri di scelta: c’è quello che cerca una qualità letteraria elevata e quello che si accontenta di uno scritto gradevole e leggibile; c’è chi insegue temi e generi alla moda e chi persegue invece una propria precisa linea editoriale; c’è chi cerca un prodotto già “maturo” nello stile e persino nella redazione e chi guarda soprattutto alle idee e ai contenuti, riservandosi di migliorare con l’autore la fluidità della narrazione; c’è chi vuole autori in grado di autopromuoversi o spendibili come “personaggi” e chi procede seguendo i propri canali distributivi, magari limitati ma collaudati e sicuri. Alla fine, in ogni caso, è piuttosto facile che un’opera di buon livello trovi il suo sbocco verso il mare magno del mercato.
Mi viene in mente che nel mondo editoriale sento spesso ripetere una frase fatta: ci sono ormai più scrittori che lettori. Frase pronunciata di solito dagli editori, in parte per lamentarsi della mole di proposte ricevute, ma soprattutto per spiegare che è più facile produrre libri che venderli. Visto che, però, tutto quel che è pubblicabile viene in effetti pubblicato (e magari non venduto), non sarà anche vero che ci sono più editori che scrittori?
Sono ovviamente due paradossi, ma neppure troppo. I lettori sono più degli scrittori, ma tutti i libri scritti e pubblicati superano di gran lunga la capacità di “consumo” dell’universo dei lettori. Allo stesso modo, ci sono più scrittori che editori, ma per costruire i propri cataloghi gli editori, nel loro insieme, devono davvero raschiare il barile della produzione letteraria degna di questo nome.
Se ripenso alla nostra breve storia, mi accorgo di quanto sia cambiato nel giro di soli due anni. Siamo partiti da una situazione in cui molti autori validi andavano ancora proponendo buoni libri scritti ormai da qualche anno, ma rifiutati dagli editori; l’editoria a pagamento era fenomeno relativamente nuovo, che appariva una soluzione plausibile anche ad autori con legittime aspirazioni, di fronte al silenzio degli editori “puri”; nel limbo dell’autopubblicazione (che ancora non poteva contare sulla versione ebook) giacevano dimenticate ottime opere, in attesa di essere scoperte e ripescate (cosa che abbiamo fatto). Oggi riceviamo solo proposte fresche di composizione, gli editori a pagamento sono percepiti come l’ultima spiaggia dei falliti che non si rassegnano, l’autopubblicazione è un’alternativa consapevole e non un deposito di ambizioni frustrate. Se prima l’offerta degli autori era largamente superiore alla domanda degli editori (da cui la nascita dell’editoria a pagamento, come ovvia risposta a un vasto mercato di aspiranti scrittori), oggi il contratto di edizione diventa il paritario punto di incontro di due desideri: la voglia degli scrittori di vedere pubblicata la propria opera e la necessità degli editori di dotarsi di un catalogo sufficientemente ampio.
Come editore, questo riequilibrio tra domanda e offerta, e perciò nei rapporti di forza (anche contrattuali) dovrebbe preoccuparmi. In realtà credo che la mutazione in atto porterà a un cambiamento nell’interpretazione dei ruoli, che uscirà dagli schemi tradizionali e offrirà nuove possibilità tanto agli autori quanto agli editori, purché entrambe le categorie sappiano cogliere i segnali di mutamento e le nuove opportunità. Nel frattempo, non posso fare a meno di registrare le immediate conseguenze, che credo abbiano a che fare con quanto scrivevo la scorsa settimana a proposito del tracollo qualitativo delle proposte ricevute nel nostro secondo anno. (Oppure, può essere che il livello delle proposte sia calato perché inizialmente molti buoni autori avevano guardato al nuovo editore sperando che potesse diventare un attore di medio calibro e non uno dei tanti piccoli editori specializzati. Il che non cambia la sostanza del problema, confermando semmai che i piccoli editori sono troppi e, in genere, non soddisfano le aspettative degli autori).
Dopo tanto riflettere, mi sorgono alcune domande, che volentieri propongo per un’auspicata discussione collettiva.
In primo luogo: anche gli autori hanno la mia stessa sensazione che gli editori sul mercato siano tanti e forse troppi? E, in caso affermativo, come si pongono di fronte a questa realtà: affinando i criteri di scelta o ipotizzando percorsi alternativi?
Seconda questione. Fino a poco tempo fa, riuscire a suscitare l’interesse di un editore significava veder valutata in modo positivo la propria opera: di fronte alla sovrabbondanza dell’offerta autoriale, il riscontro del giudizio dell’editore era un certificato di qualità, a prescindere dalla conclusione di un accordo. Non hanno anche gli autori la sensazione che, ora, la presenza di molti (troppi) editori finisca per portare sul mercato anche opere appena dignitose, facendo venire meno quell’opera di selezione che un tempo era un primo credibile metro di valutazione del proprio lavoro?
E infine. Se oggi è più facile pubblicare, questo significa che aumenta ulteriormente la produzione libraria, in un mercato già soffocato e in cui l’offerta supera la domanda dei lettori. Considerando che la visibilità di un piccolo editore è comunque limitata, ogni singolo titolo pubblicato vede perciò ridursi fortemente, di fronte a una concorrenza sterminata, le possibilità non dico di “sfondare”, ma anche solo di ripagarsi. Al di là della soddisfazione di “essere pubblicati”, vale davvero la pena di fare tanti sforzi per trasformare semplicemente la propria forma di invisibilità? Ovvero, vale davvero la pena di entrare nel mercato editoriale per far leggere la propria opera a parenti, amici e conoscenti?

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Libreria Kmzero a Milano. Qualche considerazione da piccoli editori indipendenti

di Cristiano Abbadessa

Da qualche settimana è uno degli argomenti più gettonati, con relativo contorno di polemiche. La notizia è che a marzo aprirà a Milano, in zona semicentrale, la libreria Kmzero, riservata ai piccoli editori. Complice una buona campagna di comunicazione, l’iniziativa si è guadagnata visibilità fin sulle pagine nazionali di Repubblica, dove peraltro si è dato conto delle numerose perplessità che circondano l’iniziativa. Ma già da qualche settimana se ne sta parlando molto sul web, in particolare su finzionimagazine, dove si è sviluppato un dibattito ampio e quasi esaustivo, utile da leggere e al quale rimando per chi volesse abbracciare l’intera complessità della questione e i vari punti di vista (vi abbiamo partecipato anche noi, seppure in forma interlocutoria).
Qui, senza la pretesa di toccare tutti gli argomenti, vorrei esprimere la posizione di Autodafé, le nostre considerazioni principali e le nostre scelte conseguenti. Per farlo, devo sforzarmi anzitutto di sorvolare sul cattivo primo impatto di una comunicazione furbetta, che ricicla slogan propri del consumo ecosostenibile senza che essi corrispondano in alcun modo al senso della proposta. Perché Libreria Kmzero vorrebbe dire, nello spirito di questa definizione, proporre al lettore milanese libri di piccoli editori milanesi privi di distibuzione nazionale; cosa che non è, e che peraltro non può essere perché sarebbe poco sensata. E parlare di slowbookstore serve solo a fare il verso a slowfood, ma non corrisponde davvero a nulla di concreto e spiegabile, né di alternativo a un inesistente fastbookstore.
Vengo dunque ai tre aspetti critici, e d’altra parte essenziali, intorno a cui si è concentrato il dibattito sul web: gli 800 euro annui per metro lineare richiesti agli editori per poter essere presenti sugli scaffali della libreria con i propri titoli; il 50% trattenuto dalla libreria sull’incasso delle vendite; la mancanza, in ingresso, di un criterio selettivo di qualità, per cui la libreria dei piccoli editori indipendenti rischia di trasformarsi in libreria dei piccoli editori abbienti.
Sorvolo su quest’ultimo punto, perché se Kmzero sia riservata agli abbienti lo vedremo valutando i primi due aspetti, mentre l’idea di una selezione per qualità ci condurrebbe in un campo troppo ampio e minato. Credo poi che sarebbe comunque prematuro e ingiusto stabilire a priori che la libreria non abbia, o non voglia darsi, altre forme per promuovere e incoraggiare gli editori di qualità, selezionando tra i presenti in base a un criterio non meramente economico (chi più paga più ha diritto).
Più semplice ragionare sui costi. Gli 800 euro annui (più Iva) sono troppi, come sostengono molti? No, in assoluto. Sì per una sola libreria, nuova e senza alcuna garanzia. Come ha sottolineato qualche editore intervenuto nel dibattto, vi è il concreto rischio che questa formula “pagare per essere esposti” diventi prassi; significa che se un piccolo editore vuole essere presente in 15-20 librerie indipendenti sul territorio nazionale, che è l’obiettivo minimo di un’autodistribuzione, deve sborsare 15-20 mila euro ogni anno, che è cifra fuori dalla portata di tutti o quasi (e, peraltro, è una cifra con cui società di promozione ti fanno arrivare, attraverso i grandi distributori nazionali, nelle maggiori librerie di catena, con la stessa percentuale di sconto praticata al distributore).
La stessa debolezza, appunto, presiede ai ragionamenti sullo sconto che l’editore deve praticare alla libreria. Il 50% è percentuale da distributore; un distributore al netto della promozione, ma comunque pur sempre un soggetto che tiene magazzino, movimenta le merci su vari punti vendita, consente una semplificazione della gestione contabile. Per una sola libreria, si tratta di una percentuale del tutto fuori misura.
I promotori dell’iniziativa, e proprietari della libreria, hanno risposto ad alcune delle critiche. Gli 800 euro, hanno spiegato, andrebbero intesi come una tantum (ma il contratto non lo dice) e come compartecipazione al rischio; però, allora, la proposta avrebbe dovuto essere formulata in maniera chiara e diversa, così come ovviamente diversa avrebbe dovuto essere la redistribuzione degli utili, a fronte di una compartecipazione al rischio d’impresa. Quindi hanno aggiunto che si prevede, prossimamente, l’apertura di altre librerie analoghe in alcune delle principali città italiane, peraltro senza precisare in che modo verrebbero formalizzati gli accordi con gli editori che già hanno pagato la partecipazione alla prima fase del progetto; ma l’ipotesi di apertura di altri punti vendita, senza condizioni chiare, appare comunque vaga e tardiva, e mi viene semplicemente da rispondere “prima vedere cammello”.
La sensazione è che in tutta l’operazione non ci sia alcuna progettualità di ampio respiro, ma solo il tentativo (anche ragionevole, dal puro punto di vista imprenditoriale) di monetizzare a proprio vantaggio il bisogno di visibilità dei piccoli editori. Mentre l’apertura di una libreria con le caratteristiche dichiarate sarebbe stata un’ottima occasione per provare qualcosa di diverso, costruire una rete di librerie indipendenti che si riconoscessero in un marchio e in un progetto (magari coinvolgendo in altre città librerie già esistenti, senza bisogno di nuovi investimenti), per proporre agli editori interessati una nuova rete commerciale. Dentro un’operazione di questo tipo, avrebbe anche avuto un senso pagare degli spazi espositivi (certo non 800 euro a ciascuna delle dieci o venti librerie coinvolte, ma un migliaio di euro per tutte o per una presenza modulare ci potevano stare benissmo) e lasciare un 50% degli incassi a una piccola rete distributiva, seppure circoscritta, che si occupasse della gestione dei titoli in tutti i punti vendita associati, con relativa circolazione delle copie.
Al di là delle seduzioni della comunicazione e della sbandierata novità della vetrina esclusiva, ci pare in fin dei conti che “l’idea innovativa” sia stata largamente sovrastimata ed enfatizzata oltre i contenuti. Senza bocciare a priori, senza attribuire cattive intenzioni e concedendo ogni beneficio del dubbio, la proposta, semplicemente, non ci interessa. Perché è davvero inutile uno sforzo economico tanto ingente per essere presenti in un solo punto vendita, e perché rischia di costituire un pessimo esempio cui altri librai indipendenti potrebbero essere tentati di uniformarsi, sempre perseguendo ognuno la logica del proprio particulare.
Seguiremo l’avventura di Kmzero, anche con la speranza che evolva invece in direzioni più interessanti. Ma il primo passo non ci sembra mosso nella direzione giusta. E continuiamo a pensare che le alternative “di sistema”, anche piccole, dobbiamo costruirle noi, editori e librai già esistenti e già presenti sul mercato, nella logica dell’unirsi per fare forza.

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Bilanci e speranze per un buon anno nuovo

di Cristiano Abbadessa

Alla fine dell’anno si tirano le somme, si fanno i bilanci, si mettono in fila le aspettative, ci si impegna nei buoni propositi e si cerca di immaginare il futuro. È un gioco talora stucchevole, specie per quei casi in cui la fine dell’anno solare non coincide con la fine di un’annata di attività. Nel nostro caso, invece, il salto in avanti del calendario viene a cadere proprio nel momento preciso in cui bilanci e proponimenti si impongono come necessari.
Il sunto del nostro programma per il 2012 è condensato nell’ultima risposta dell’intervista pubblicata sul sito di Critica Letteraria, quando, a richiesta di indicare i nostri obiettivi per il futuro prossimo, ho indicato come il primo obiettivo urgente sia valorizzare i dodici titoli già pubblicati, aggiungendo infine che questo «È il momento di consolidare la nostra offerta. Poi penseremo a ulteriori passi in avanti».
Le urgenze del futuro derivano, come ovvio, dall’analisi di quanto avvenuto in questo anno e mezzo di vita, e in particolare negli ultimi dodici mesi. Il bilancio racconta la soddisfazione per aver trovato, e valorizzato dal punto di vista letterario, dodici opere di spessore (e non si trattava affatto di impresa scontata a priori), ma dall’altro registra il rammarico per il riscontro molto limitato del mercato.
Le scelte che abbiamo compiuto in questi ultimi tre mesi, e che sono state accolte con sorda freddezza e qualche critica esplicita, sono già un primo risultato delle constatazioni di cui sopra. Abbiamo ritenuto improponibile continuare a investire in modo ingente (e gratuito) per setacciare centinaia di proposte editoriali, avendo già costruito un catalogo di valore e avendo in lista d’attesa autori e opere di pari valore che attendono solo uno sblocco della situazione per essere pubblicati. D’altra parte, abbiamo cercato di sensibilizzare coloro che possono essere considerati nostri amici, segnalando che il problema vero, ed enorme, è quello di aver seminato molto raccogliendo quasi nulla; ma non abbiamo avuto i riscontri che ci aspettavamo.
È un dato di fatto che i nostri libri vendono poco, sono poco presenti nelle librerie e hanno poca visibilità mediatica (dando la massima estensione possibile a questo termine). I meccanismi dell’industria editoriale complicano la soluzione del problema, perché oggi non si sa neppure da che parte iniziare a districare la matassa. Voglio dire che se nella teoria apparirebbe logica una sequenza in cui si pensa a ben distribuire il prodotto, poi a promuoverlo e quindi (forse) a venderlo, il mercato attuale impone prima di essere visibili, quindi di cominciare a vendere per conto proprio e solo infine permette di approdare (in quanto “prodotto sicuro”) al luogo che dovrebbe essere deputato alla vendita. O, addirittura, bisogna prima vendere in proprio per sperare di acquisire visibilità e infine approdare al mercato canonico.
Credo di non dire nulla di scandaloso o di offensivo per alcuno se riconosco che il gruppo di Autodafé, in questo ambito, non possiede risorse, forze e professionalità sufficienti per cavarsela da solo e raggiungere gli obiettivi minimi necessari alla sopravvivenza. Nonostante un grande impegno, in tempo e spesso in denaro, di chi si è di volta in volta occupato di promozione e comunicazione (e di molti autori che generosamente hanno fatto quanto era nelle loro personali possibilità), siamo sì riusciti a creare e animare eventi interessanti e umanamente ricchi, ma non siamo riusciti a innescare un ciclo virtuoso in grado di fornire un riscontro economico. E mi sembra proprio che da soli non possiamo invertire questa tendenza.
La mia speranza per il 2012 è che da quanti ci seguono con simpatia e fiducia possa venire un contributo concreto. Non parlo qui di soldi, ma neppure di generici consigli basati sul dovreste fare o sul dovreste provare. Per carità, può essere che qualcuno possa serbare qualche idea geniale e inesplorata, ma il mio timore è che, mettendola sul piano del suggerimento disimpegnato, ci ritroviamo sommersi dalle solite banali considerazioni cui abbiamo già dato risposta: “perché non prendete un distributore nazionale?” (ci abbiamo provato, più e più volte, ma non ne vogliono sapere); “perché non vi date da fare per ottenere recensioni importanti?” (perché i grandi media neppure rispondono alle sollecitazioni e agli invii di libri); “perché non investite in una grossa campagna pubblicitaria?” (perché non abbiamo quelle decine di migliaia di euro a disposizione che sarebbero necessarie).
Immagino, sogno, che da qualcuno di voi possa venire una proposta concreta, basata sull’io posso fare, io posso provare. Che ci sia la capacità di mettere in campo forze, contatti e relazioni nuove in grado di dare uno sbocco diverso ai nostri libri, di renderli reperibili e visibili, di ritagliarsi un mercato.
Senza una partnership commerciale forte, Autodafé è destinata a rimanere una piccola casa editrice capace di scegliere e produrre titoli di qualità, ma non di venderli (o non di venderne quanto serve). Che poi si tratti di una partnership di rete o di un accordo con un soggetto forte, è tema aperto e sul quale non ci sono preclusioni.
Quel che è certo, è che senza nuova linfa e nuove strategie di mercato Autodafé è destinata ad avverare, per quanto la riguarda, la profezia dei Maya.

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