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Se nessuno vuole vendere libri

di Cristiano Abbadessa

Provo a tornare, dedicandoci un paio di post, sulla questione del libro “edito e prepagato”, tentando di motivare le ragioni di questa necessità, che può apparire a prima vista opportunistica pretesa. In questa prima parte, lo faccio dando un’occhiata alle figure professionali della filiera editoriale.
Riparto, ancora una volta, da uno sguardo al corposo archivio in cui raccogliamo le proposte di collaborazione che vengono inviate alla nostra casa editrice. La stragrande maggioranza riguarda, come prevedibile, coloro che si offrono per un’attivita di tipo redazionale, con curriculum che vanno a coprire tutto il possibile mansionario: lettori, redattori, correttori di bozze, e via salendo fino a chi si propone come editor di collana o direttore editoriale. Non sono pochi nemmeno quanti si offrono come grafici (qui inteso come impaginatori), per lavori di segreteria, per pubbliche relazioni e ufficio stampa, per l’organizzazione di eventi e presentazioni, per la cura e l’implementazione di spazi web. Tutte proposte plausibili, spesso e volentieri motivate da un buon bagaglio di studi ed esperienze; proposte frustate dal fatto che i soci di Autodafé si sono divisi questi compiti e li svolgono in proprio, ma certamente ragionevoli. Infine, e non sono pochi, ci sono quanti si propongono come illustratori, disegnatori, traduttori, grafic-designer (qui inteso come creatori di copertine); tutte figure professionali di cui non ci serviamo, e per le quali forse basterebbe una vaga conoscenza della casa editrice e dei suoi prodotti per risparmiare l’invio di un curriculum che certamente non ci può servire (parlo della minima conoscenza che si può acquisire attraverso il sito, dove si vede quali sono le nostre copertine, che i libri non sono illustrati e che non pubblichiamo autori stranieri; anche se riterrei doveroso che chi invia una proposta di lavoro avesse almeno preso in mano qualche libro dell’editore cui si rivolge).
In questa ampia offerta mancano del tutto (o quasi) proposte relative all’attività commerciale. Qualcuno accenna a questo aspetto, ma più che altro dando l’impressione di immaginare di poter essere in grado di tenere i rapporti con un distributore, non però di occuparsi in prima persona dei contatti con le librerie, dell’organizzazione di fiere e banchetti, della creazione di una piccola rete di vendita per conto della casa editrice. Forse gli agenti e i venditori non pensano sia utile proporsi a un editore, ma eventualmente a un distributore; obiezione discutibile, nell’attuale mercato editoriale, e comunque non suffragata dalle considerazioni che seguono.
Oltre alle proposte individuali di lavoro, infatti, nelle nostre caselle mail arrivano anche offerte aziendali. Che, nella quasi totalità (a parte qualche service editoriale a ciclo completo), riguardano il processo di produzione, e segnatamente la fase di stampa (già più raro trovare chi offre anche un magazzino). Proposte plausibili, che vengono girate al socio che si occupa del processo di produzione, ma ancora una volta monotematiche.
Anche qui, non dico che nessun distributore “adulto” (magari piccolo, di nicchia e specializzato) viene a cercarci, ma non esiste nessuna struttura o compagine che pensi di esplorare il settore, sondi l’interesse, provi a capire se i piccoli editori sarebbero interessati a una società in grado di occuparsi di distribuzione e vendita, curando in particolare i rapporti con le librerie indipendenti.
Eppure, guardando anche alla realtà dei nostri “colleghi e concorrenti”, mi sento di dire che questo tipo di attività promozionale e commerciale avrebbe buone opportunità. Anche perché suppongo che troverebbe una buona accoglienza presso i librai indipendenti, specie medio-piccoli, che si rivolgono al grande distributore per creare il magazzino coi soliti titoli noti, ma probabilmente gradirebbero la mediazione di una struttura competente e affidabile per la scelta dei titoli da scoprire, senza sfiancarsi nella gestione di una miriade di contatti coi singoli piccoli editori. Qualche libraio preferisce il contatto diretto, selezionando con cura pochi interlocutori e diventando il punto di riferimento per un numero limitato di editori (abbiamo anche noi i “nostri” punti vendita privilegiati); ma i più, legittimamente, ambirebbero a poter tenere i contatti con un ragionevole e circoscritto numero di distributori organizzati e seri, ciascuno con un proprio carnet di editori, magari con specializzazioni di settore.
Francamente mi stupisce un po’ il fatto che tra i numerosi amanti della letteratura e dei libri nessuno si senta vocato, a livello individuale o collettivo (cioè con l’ambizione e la capacità di costruire una piccola società), per l’attività di promozione e vendita. Anche perché ritengo che questo tipo di lavoro non sia adatto al famoso venditore generico (quello che “sa vendere di tutto a chiunque”), ma richieda competenza specifica, amore per la letteratura, capacità di analisi e di sintesi, conoscenza del prodotto e delle esigenze di tutti gli attori della filiera.
Possibile che tra i tantissimi amanti dei libri non esista nessuno con queste attitudini e con la voglia di provare a esplorare un terreno che, così concepito, è quasi vergine e potrebbe essere fertile?
Perché è vero che, in un’economia di mercato, l’editore che sopravvive dovrebbe essere quello che riesce a vendere i propri libri. Ma esiste, oggi, qualcuno disposto a occuparsi per davvero, e come attività principale, della vendita dei libri dei piccoli editori?

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Il lavoro e la piccola impresa editoriale

di Cristiano Abbadessa

Nei giorni festivi, di norma, non guardo la posta elettronica di Autodafé, in obbedienza alla già nota idea che tutti dovremmo abituarci ad avere e rispettare dei momenti di non connessione con il lavoro e, più in generale, col mondo. L’altro giorno, pur essendo il Primo maggio, ho fatto una piccola eccezione: siccome sto aspettando comunicazioni importanti dai soci della casa editrice, e siccome è possibile che alcune risposte mi arrivino sui miei indirizzi aziendali e non su quello privato (i soci sono anche amici, quindi hanno entrambi i recapiti), ho dato una veloce occhiata e scaricato le e-mail in arrivo. Per fortuna poca roba e nessuna comunicazione importante; a parte una pubblicità spedita comunque a tarda sera del 30 aprile, un’unica mail inviata nella mattinata della festa dei lavoratori: e, forse non a caso, si trattava di un curriculum che accompagnava una proposta di collaborazione.
Queste mail, ho già raccontato, mi mettono a disagio. Ho precisato più volte che non siamo in cerca di collaboratori, che i cv vengono archiviati ma senza sostanziali speranze, che questi tentativi ci costringono (moralmente) a una sempre sofferta risposta. Nel caso specifico, per giunta, la proposta non era indirizzata alla segreteria o alla redazione, come sarebbe normale, ma (anche) alla mia personale casella della direzione editoriale. Un particolare che, specie in quella giornata, ha acuito il mio disagio.
Quando abbiamo fondato la nostra casa editrice, una delle speranze coltivate riguardava la possibilità, magari in un futuro non immediato ma nemmeno troppo lontano, di creare e distribuire del lavoro. Non parlo neppure di “posti” di lavoro, espressione che deve ormai essere considerata fuori moda, visto il tono degli interventi sul tema non solo dei cosiddetti tecnici del governo ma anche della più alta carica dello Stato. E, per quanto personalmente continui invece ad auspicare un sistema in cui opportunità, garanzie e tutele non vengano etichettati come “privilegi”, considerato lo stato dell’arte mi sarei accontentato di riuscire a mettere in circolo qualche collaborazione, richiedere un supporto al lavoro editoriale (dalla scrematura alla rifinitura, secondo necessità e competenze), di potermi appoggiare a qualche giovane di buona volontà e buone attitudini per l’aspetto comunicativo e promozionale, di interagire con persone che avessero dimestichezza con la parte commerciale. Il tutto, ovviamente, a condizione di poter retribuire in modo equo ogni collaborazione. Ad oggi, tutto questo è stato impossibile, conti alla mano.
Per un altro aspetto, Autodafé, pur nel suo piccolo, credo abbia centrato l’obiettivo di partenza: riuscire a portare nel panorama letterario italiano autori e opere capaci di far riflettere sulla nostra società attraverso la narrazione. Fondando una nuova casa editrice, noi soci avevamo indubbiamente anche questa ambizione, che si sposava con la sentita urgenza di pubblicare libri in cui poterci identificare, per cui potevamo andar fieri di aver lavorato. Questo era uno degli elementi alla base della scelta compiuta, nel momento in cui alcuni professionisti del settore avevano deciso di trasformarsi in imprenditori.
Ma un altro elemento, come detto, era la possibilità di fare impresa, di creare lavoro, di rapportarsi ai collaboratori (e ai fornitori) seguendo un modello etico che oggi è troppo spesso disatteso. E questo, purtroppo, non è stato possibile.
Col tempo, come ho qui raccontato, siamo diventati particolarmente severi con gli aspiranti autori che non mostrano rispetto per il nostro lavoro, fino ad arrivare a passare la selezione delle proposte editoriali a una redazione di servizi a pagamento. E non nascondo che mi infastidiscono parecchio quegli autori che ancora oggi “ci provano” contattando direttamente la redazione della casa editrice (anziché i servizi editoriali), magari per presunta furbizia o per l’eterno vezzo di non leggere le indicazioni (tanto è vero che poi neppure inviano in forma corretta i materiali richiesti), e ai quali rispondiamo con fredda cortesia reindirizzandoli. Ancora meno sopporto quegli aspiranti autori che spediscono per il mondo un indirizzo web dicendo “qui c’è qualcosa su un’opera cho ho scritto e per la quale cerco editore, andate a vedere se vi interessa”; in questo caso cestiniamo senza remissione.
Con chi ci invia il curriculum e una proposta di collaborazione, non riuscirò mai a comportarmi così. Potrei dire che anche in questo caso, come per gli autori, c’è a volte scarsa attenzione, poca cura nella scelta del destinatario, una strategia di approccio sbagliata; perché basterebbe provare a conoscere qualcosa di noi per capire che Autodafé non sta cercando collaboratori o dipendenti, e non se li può permettere. Ma non riesco a pretendere la stessa attenzione e lo stesso rispetto che chiedo a chi insegue un sogno (gli autori in cerca di editore) da parte di chi invece si muove spinto dal bisogno (un lavoro purchessia).
Per questo, pur col dolore di misurarci ogni volta con un’opera incompiuta, continueremo a rispondere con il massimo della cortesia possibile a chi ci ha contattato sperando in un lavoro. È il minimo, e purtroppo anche il massimo, che possiamo fare per loro.

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Cercare lavoro nell’editoria. Una foto dell’Italia contemporanea

di Cristiano Abbadessa

Ci è già capitato di parlare, in questo blog, delle proposte editoriali che arrivano in redazione (ormai stiamo per raggiungere il migliaio), di solito per analizzare alcune ingenuità, approssimazioni o veri e propri errori che gli aspiranti autori commettono nell’avanzare la proposta. Meno interessante, per quanto variegato, è invece il profilo dei candidati autori: sociologicamente ampio e indefinibile, presenta però il tratto comune, cui si è già accennato, che raduna tutti in quell’unica categoria di scrittori per passione, o part-time, che di altro lavoro vivono (o che ancora studiano, o che non lavorano più) e che alla scrittura dedicano il tempo libero, seppure con grande impegno. In tal senso, avrebbe forse più senso parlare di aspiranti alla pubblicazione piuttosto che di aspiranti autori (in effetti, autori lo sono in ogni caso, anche se l’opera resta inedita); comunque, quasi mai si può parlare di aspiranti scrittori (alla professione di scrittore, intendo), neppure quando si è di fronte a persone che hanno già pubblicato diverse opere.
Stavolta, però, mi interessa parlare di tutti quelli che ci hanno scritto cercando lavoro. Sono arrivate più di un centinaio di offerte di collaborazione (110 a oggi, per la precisione): che sono tante, perché in nessun modo le abbiamo mai sollecitate e, anzi, abbiamo diverse volte fatto sapere di non avere alcuna possibilità o intenzione di assumere dipendenti o di avvalerci di nuovi collaboratori; un caso ben diverso, dunque, da chi ci invia l’opera apertamente invitato da quel “Autodafé cerca buone storie e autori validi…” che campeggia nella prima pagina del nostro sito.
La grande maggioranza delle offerte di collaborazione (quasi l’80 %) riguarda ruoli redazionali; non mancano le proposte di grafici e traduttori (nonostante siamo una casa editrice che pubblica dichiaratamente solo autori italiani), mentre latitano o quasi il personale di segreteria e quello addetto alla promozione o alla commercializzazione.
Già questo è un primo elemento indicativo. Ma molto più significativo, a mio avviso, è analizzare il diverso tipo di approccio al lavoro evidenziato dalle lettere che accompagnano i cv. Qui sì che si possono individuare almeno quattro gruppi sociologici, con relative riflessioni.
Una prima minoranza, esigua, è costituita da coloro che cercano un rapporto di lavoro tradizionale. Certo, già in questo insieme si nota che, nelle domande, mai compare l’esplicito termine assunzione, che pare essere ormai un tabù. Però le perifrasi utilizzate indicano chiaramente l’aspirazione a un posto fisso, non diciamo sicuro, avvalorato da un cv pertinente e ricco, e sostenuto, per esempio, da dichiarate “disponibilità al trasferimento”, quando l’offerta proviene da qualcuno che risiede lontano da Milano. E, dai profili e dalle domande, traspare la speranza di poter stabilire un rapporto di lavoro stabile, corretto, contrattualmente regolamentato e rispettoso fra le parti.
Una seconda categoria, anch’essa minoritaria, è costituita da coloro che non solo aspirano a un lavoro certo, ma si dichiarano pronti a investire su se stessi, convinti di poter emergere o comunque sicuri che l’offerta della propia disponibilità massima sia un elemento decisivo per convincere un datore di lavoro. Fra chi appartiene a questo gruppo, non solo molti mettono dichiaratamente in conto di essere pronti a un periodo di stage gratuito, ma soprattutto c’è chi arriva a dichiarare di garantire reperibilità 24/7, come usa dire oggi, facendo della dedizione assoluta al lavoro il proprio biglietto da visita (per inciso, mai assumerei una persona che si presenta con queste credenziali). Il lavoro, la carriera e la disponibilità a ogni sacrificio sono i tratti essenziali di questa categoria.
Queste prime due categorie, profondamente diverse tra loro, hanno in comune l’approccio al lavoro come componente essenziale della vita: per bisogno, per professionalità o per volontà di emergere, si propongono comunque per un’attività professionale cui pensano di dedicarsi a fondo, avendo le capacità e l’inclinazione per costruire un rapporto di soddisfazione reciproca. Le altre due tipologie di offerte, invece, provengono da un universo di aspiranti collaboratori che, per diversi motivi, hanno un approccio al lavoro che definirei accessorio.
Un gruppo, ancora minoritario, è formato da coloro che sono anzitutto appassionati di letteratura. Chi fa parte di questa tipologia ha di solito un altro lavoro, o comunque è professionalmente orientato verso un’altra strada, ma è tanto affascinato dal mondo letterario da dichiararsi interessato e disposto a collaborare gratutamente o quasi, saltuariamente, magari solo in attività di contorno (la sola lettura dei manoscritti da valutare, oppure la sola lettura della bozza impaginata). Sanno, o intuiscono, che una piccola casa editrice non può assumere o che difficilmente può pagare il giusto a collaboratori esterni, ma si dichiarano entusiasti di poter comunque aiutare, quasi in modo amatoriale, talvolta senza neppure evidenziare, nel cv, competenze specifche in materia.
La maggioranza delle offerte di collaborazione, però, proviene dall’esercito dei rassegnati al precariato. Si tratta in genere di persone che avrebbero tutte le carte in regola per aspirare a un lavoro nel settore, ma che neppure provano a immaginare un rapporto stabile e duraturo. Oppure, specularmente, sono persone che non hanno una elevata competenza editoriale, ma hanno intuito che questo settore vive sui rapporti precari e occasionali. In ogni caso, offrono collaborazioni ad ampio spettro, più o meno frequenti secondo le esigenze dell’editore, spesso scrivendo da località lontanissime, ma convinti che questo non rappresenti un problema in un rapporto che non sarà mai troppo stretto. Si intuisce, in queste proposte, il senso di una rassegnata ricerca di qualche entrata economica per arrotondare, pur potendo teoricamente aspirare a qualcosa in più; e, spesso, si legge in controluce quanto la necessità superi la passione, che probabilmente viene, nei singoli casi, dedicata ad altre e disparate attività, che mai saranno professione.
Non so se, anche nell’esigenza di rispettare la privacy di chi scrive e di non scendere troppo nei dettagli, sono riuscito a rendere l’idea delle forti sensazioni che ispirano, a chi le legge, queste offerte di collaborazione. Credo che, più di tante analisi teoriche, rappresentino, anche coi loro chiaroscuri, la fotografia dell’Italia di oggi, del rapporto degli italiani (specie giovani e donne, nel nostro caso) con il mondo del lavoro, delle attese, delle speranze e delle rassegnazioni di una generazione.

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La valutazione dell’opera (e dell’autore)

di Cristiano Abbadessa

Fin dalla nascita della nostra casa editrice, ci siamo assunti l’impegno di rispondere “entro quattro mesi” a tutti coloro che ci avessero inviato proposte editoriali. Una scelta che gli autori hanno gradito, ma che ha incontrato l’incredulità e il sarcasmo di tanti vecchi volponi del settore: “impossibile”, la sentenza più frequente, seguita da considerazioni sull’inutilità di un impegno tanto gravoso.
Abbiamo continuato a rispondere a tutti, ritenendo che si tratti semplicemente di una non derogabile questione di educazione. Tanto che, a un certo punto, il tutti è diventato un quasi tutti, ma solo perché abbiamo deliberatamente e dichiaratamente escluso dal diritto alla risposta coloro che erano tanto maleducati da non fare neppure un minimo sforzo nel presentare la loro proposta, scansando l’osservanza di tutte (ma proprio tutte) le indicazioni da noi fornite, magari inviando un messaggio finto amichevole per dire “ho postato due racconti qui (link): andate a vederli, se vi interessano vi mando gli altri. ciao”.
La lettura e la valutazione delle proposte inviateci non sono, alla fine, un impegno troppo gravoso. Semmai, qualche considerazione andrebbe fatta sulle risposte che diamo e quelle che si aspettano gli aspiranti autori.
Lascio ovviamente da parte tutti gli autori che hanno suscitato un iniziale interesse e coi quali si è instaurato un breve o lungo dialogo, per soffermarmi su quelli la cui proposta è stata immediatamente scartata. In sostanza, per incappare in questa sorte, una proposta editoriale presentata ad Autodafé deve avere una delle seguenti due caratteristiche: o essere per tema del tutto incompatibile con la nostra linea editoriale (narrativa attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea), o essere inadeguata per quanto riguarda la qualità; non considero il caso di opere che siano palesemente estranee alla linea editoriale e per giunta di scarsa qualità, perché di norma la lettura della sinossi è sufficiente a non procedere oltre nell’analisi.
Quando spieghiamo a un autore che la sua opera è stata scartata perché incompatibile con la linea editoriale, in genere riceviamo un ringraziamento per l’attenzione accordata. Certo, ci sono casi curiosi di autori che pretenderebbero di imporre il loro punto di vista su quel che debba considerarsi realtà sociale contemporanea, ma si tratta di esigua e indomabile minoranza. Semmai, qualche problema in più sorge quando la valutazione di incompatibilità non è immediata, e la redazione, nel rispondere, fa trapelare una certa conoscenza dell’opera nel dettaglio; perché in alcuni casi accade allora che l’autore chieda una valutazione più completa, una scheda di lettura o un parere critico: tutti servizi editoriali che siamo ben in grado di fornire, ma che non possono rientrare nel lavoro di scrematura, che richiedono tempo e cura e che debbono perciò, per dirla schietta, essere adeguatamente retribuiti. Un servizio che molti autori potrebbero gradire, in particolare tra quelli che hanno denotato buon valore letterario e che noi stessi, al di là dell’incompatibilità tematica, sproniamo a proseguire nella ricerca di un editore.
Qualche problema in più, al momento di rispondere, si pone quando la “bocciatura” riguarda opere pienamente compatibili, per temi e contenuti, con la nostra linea editoriale, ma del tutto insufficienti dal punto di vista letterario. Dire (o far capire con chiarezza) a un autore che la sua opera è “brutta” significa di norma ricevere in risposta insulti e accuse di incompetenza, come conferma l’esperienza di tutti coloro che fanno un lavoro di valutazione. Certo, a volte si può condire il giudizio motivandolo, sottolineando alcuni aspetti, lasciando la sensazione che ci siano gravi carenze ma che forse possano essere emendate. Spesso, però, un giudizio schietto e onesto, senza scadere nella presunzione e nell’offesa, può essere di maggiore aiuto rispetto a uno edulcorato ad arte.
Perché si capisce la voglia di sognare, il desiderio di dare corpo a una propria passione, l’istintiva voglia di respingere un verdetto che soffoca speranze e illusioni. Però viene anche da chiedersi a quale futuro vada incontro un autore mediocre con un’opera senza qualità. Magari, con l’ostinazione di chi non accetta la sconfitta (o la semplice realtà), è capace di spendere centinaia di euro affidandosi a qualche agente improbabile e poi migliaia per farsi stampare il libro da un editore a pagamento: ovviamente, senza aver migliorato in nulla la propria produzione artistica e senza vendere copie del titolo, se non a pietosi amici.
Ma non sarebbe allora più pietoso che qualcuno, con professionale competenza, cortesia e buone argomentazioni, si assumesse il doloroso incarico di dimostrare all’autore con parole chiare e nette che è meglio, almeno per questa volta (e forse per sempre) lasciar perdere?

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Autori, proposte editoriali e piccolo marketing personale

di Cristiano Abbadessa

Fra le proposte di pubblicazione ricevute, alcuni mesi fa, mi è capitato fra le mani un agile libercolo che “insegnava” a preparare un curriculum professionale; non, però, utilizzando gli schemi teorici del cosa dire e cosa evitare, bensì partendo da alcuni reali esempi “comici”, con errori marchiani o inadeguatezze, messi in fila per divertire il lettore e offrire lo spunto di qualche consiglio utile. Idea non nuova e peraltro poco pertinente alla narrativa, per cui distante dalla nostra linea editoriale, e inevitabilmente scartata.
Ciò non toglie che la prima, immediata, considerazione che mi è venuta in mente sia stata che sarebbe stato divertente, e per certi versi istruttivo, realizzare un prodotto simile mettendo insieme gli errori concettuali, gli autolesionismi e le negligenze surreali di troppi aspiranti autori che si propongono all’editore in maniera del tutto inadeguata, utilizzando modalità e approcci spesso controproducenti.
Ovviamente l’idea non è mai stata presa in considerazione, perché, come quella dei curriculum, aveva, tra le altre cose, il principale difetto di dileggiare in modo sgradevole (anche se anonimo) persone che si erano rivolte con fiducia e con speranza a un interlocutore, di solito in perfetta buona fede, e che non meritavano di essere messe alla berlina per i loro peccati (a volte anche veniali).
Resta però vero che la maggior parte delle proposte editoriali provenienti dagli autori arriva all’editore veicolando un messaggio e una presentazione che creano dei presupposti, e dei pregiudizi, sfavorevoli; anche, o forse soprattutto, quando l’intenzione sarebbe opposta.
Non mi riferisco qui, in particolare, ai casi di evidente inadeguatezza complessiva, quelli in cui non vi è alcun talento nella scrittura e non vi è alcuna idea di come funzionino i rapporti tra autore e editore. Né mi riferisco ai casi di palese e quasi provocatoria sciatteria, in cui spesso a una cattiva presentazione fa seguito un testo (magari neppure da buttare, nelle intenzioni e nelle intuizioni) allegramente infarcito di errori grammaticali e refusi, di sicuro mai riletto, spedito in giro senza nessun timore dell’ovvia figuraccia.
I casi che attirano l’attenzione di una redazione sono altri: presentazioni accurate ma indirizzate all’editore concettualmente sbagliato, piccole disattenzioni che suscitano reazioni negative, candide ammissioni di ignoranza che non invogliano l’editore all’investimento. Soprattutto, la sensazione che gli autori, nel presentare la propria opera, tengano molto a “essere se stessi”, a non adeguarsi in alcun modo all’interlocutore e a perseguire la propria strategia (che può essere raffinata o naïf, questo non conta) seguendo schemi invariabili.
Può essere un caso, ma può anche dipendere da un po’ di cattiva “letteratura” che circola nella rete. Perché non è impossibile trovare consigli e piccoli vademecum su “come presentare l’opera all’editore”, ma il più delle volte si tratta di insegnamenti fuorvianti, che non tengono mai nel dovuto conto di specificare a chi si sta rivolgendo la proposta. Ed ecco che, ancora una volta, l’esistenza di mondi paralleli come la grande e la piccola editoria finisce per creare grossi equivoci: perché i consigli che circolano sono forse buoni per catturare l’attenzione dei grandi editori (che di solito cestinano quasi tutto molto rapidamente), ma non per fornire gli adeguati strumenti di valutazione a una redazione che, da subito, vorrebbe capire bene che opera si trova a valutare.
L’impressione è che a molti aspiranti autori servirebbe davvero un breve corso e qualche buon consiglio, per imparare a proporsi in modo onesto, né ammiccante né saccente, ma efficace, completo e chiaro. Ed è un’idea sulla quale, forse, vale la pena di lavorare.
In ogni caso, due consigli, peraltro consequenziali, possono essere spesi fin da subito a beneficio di chi si appresta a sottoporre la propria opera letteraria a un editore. Primo: abbiate ben chiaro a chi vi state rivolgendo, perché esistono mille differenze (di dimensioni, scelte, linee programmatiche, disponibilità economiche, qualità e capacità commerciali) che rendono ogni editore diverso da un altro, e non vi è nulla di più sbagliato di una presentazione identica e seriale rivolta indistintamente a chiunque. Secondo: l’autore non deve “imparare a vendersi bene” ma deve essere chiaro e onesto, perché non si tratta di “piazzare” un prodotto ma di far incontrare due esigenze, due attori che devono essere reciprocamente convinti di avere un interesse in comune e riporre fiducia nell’opera in questione. Per dirla in modo moderno, anche l’autore deve elaborare una strategia marketing oriented, mentre troppo spesso è fermo al selling oriented del vecchio piazzista che infila il piede nella porta del (non) cliente.

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