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Ottobre 2014: non esce il Narrativo Presente sul tema “Antisemiti”

di Cristiano Abbadessa

bucoNel mese di ottobre non verrà pubblicata la consueta raccolta mensile dei racconti del Narrativo Presente. Avrebbe dovuto essere disponibile la selezione dei migliori racconti sul tema lanciato nel mese di agosto, dal titolo “Antisemiti”. In considerazione della scarsa attinenza al tema delle narrazioni inviate, abbiamo deciso di non pubblicare alcun racconto e, di conseguenza, di saltare questa uscita della raccolta. Continua a leggere

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Fast e slow. Il mezzo e il messaggio, il libro e il tempo

ebookBookdi Cristiano Abbadessa

Sabato sera ho partecipato a una riunione informale per gettare le basi per la prossima edizione del Festival Letteratura Milano. Credo che l’argomento vi interessi, ma non abbiatevene a male se non parlerò, qui e ora, dei progetti sul tappeto. Vi ho comunicato dove mi trovavo sabato sera solo per dire che, dato l’impegno, non ho potuto vedere in diretta la partita fra Inter e Pescara.
Chi mi segue conosce la mia passione calcistica. La partita in questione non era, anche soggettivamente, fra le più interessanti e imperdibili. Tuttavia, proprio per la mia nota dipendenza, un’occhiata a quanto accaduto in campo volevo darla: ho registrato l’incontro e, senza saperne il risultato, la mattina dopo, appena alzato, ho consumato rapidamente le immagini, procedendo a velocità doppia e accelerando ulteriormente quando vi erano pause, sostituzioni e infortuni. In questo modo, l’ora e mezzo di partita è stata condensata in poco più di mezz’ora di visione. Un consuno fast, senza dubbio.
La domenica pomeriggio ho visto la prima mezz’ora di Manchester United contro Liverpool, poi ho messo il resto della partita in registrazione per guardare le gare della serie A italiana. Più tardi, ho ripreso la visione del classico confronto inglese da dove l’avevo lasciata. Siccome l’incontro era importante e piacevole, ho limitato al massimo le accelerazioni, e l’ho visto quasi tutto a velocità normale, rispettandone i tempi e godendone i dettagli. Un consumo slow, quindi, seppur posticipato.
Qualcuno potrà far notare che ho avuto facoltà di opzione tra lentezza e velocità perché stavo guardando due registrazioni, potendo con ciò scegliere se pigiare o meno il tasto dell’avanzamento veloce. Vero fino a un certo punto. Nella serata, per dire, ho visto in diretta Milan-Sampdoria, che non mi interessava granché ed era anche piuttosto noiosa. Pur non potendo velocizzare alcunché, ho pertanto scelto di vagare tra diversi eventi, e alla partita italiana di calcio ne ho aggiunta una francese, una del campionato italiano di basket e persino qualche robusta sbirciata ai play-off del football americano. Con il vecchio metodo dell’isterico zapping ho perciò imposto agli eventi un consumo fast, seppure in diretta.

Perché vi ho ragguagliato sulle mie visioni televisive del weekend sportivo? Perché, nel contempo, ho visto lo Slow Reading Manifesto  lanciato da Antonio Tombolini. E tra le due questioni, al di là dell’apparenza, c’è un nesso.
Non sintetizzo qui tutti i contenuti del manifesto, che potete leggere da soli. Mi soffermo però sulla considerazione, di Tombolini, che il piacere dello slow reading possa essere messo in pericolo non tanto dall’ebook in quanto tale (cui è ampiamente favorevole), ma dalla pubblicazione in digitale di opere brevi, con immagini “più da guardare che da leggere” e, in generale, dall’essere in rischioso contatto con un mondo (quello della rete web), che per definizione è fast e rischia di distrarre il lettore. Il manifesto, fra le molte indicazioni, suggerisce la lettura soltanto di ebook che siano “il buon caro, vecchio libro, solo che è digitale”; e, in aggiunta, prescrive che il libro sia lungo, “tale da non consentire la lettura completa in un’unica sessione”.
Non sono d’accordo. E non lo sono per due considerazioni, la prima più specifica e la seconda più generale.
La considerazione specifica riguarda le potenzialità del mezzo (la pubblicazione in digitale) che sono certamente diverse da quelle della tradizionale pubblicazione cartacea: non è questione di far graduatorie tra le opportunità in più e quelle in meno, ma di prendere atto che si tratta di mezzi diversi. Dire che in digitale vanno solo pubblicati libri che sono (o potrebbero) essere in modo identico pubblicati su carta è un anacronismo: è come se il cinematografo fosse nato soltanto per far vedere in molte sale una rappresentazione teatrale recitata su un unico palcoscenico; o come se la televisione avesse riproposto solo le forme e gli stili del cinema (i film) e della radio, senza esplorare e inventare proprie specificità. È anche come pensare, per restare nel tecnologicamente avanzato, che si conversi e ci si scambi idee nel medesimo modo e nei medesimi linguaggi attraverso una e-mail, skype o un social network; che sono invece, come noto, modalità ben distinte per uso, tempo e lessico. Insomma, il cartaceo consente determinate produzioni (fra le quali c’è il libro), così come il digitale ne consente altre (fra le quali c’è il libro, ma non solo); e credo che tutte le opportunità mediatiche vadano sfruttate nella maniera più intellligente e adatta al contenuto.
La considerazione più generale si rifà al racconto iniziale delle mie (tele)visioni sportive. La scelta tra una fruizione slow e fast non si determina semplicemente in forme ontologiche, ma ha a che fare, oltre che coi gusti personali, coi contenuti. C’è chi ama la lettura tutta d’un fiato e chi centellina il tempo, chi consuma un libro senza interruzioni e chi lo spezzetta in molte porzioni; e fin qui è questione di gusti (e di possibilità: quando faccio un viaggio in aereo di tre o quattro ore, mi capita di leggere “in un’unica sessione” romanzi che non sono né brevi né superficiali). Ma neppure la stessa persona ha, nei confronti di ogni libro, i medesimi comportamenti. Non è sufficiente, almeno per me, stabilire che un libro è un libro (o che una partita di calcio è una partita di calcio) per optare in via definitiva per un consumo fast o slow; neppure se restringiamo il campo e parliamo solo di opere di narrativa. Ciascuno ha i propri tempi di lettura, spesso dettati dalle esigenze quotidiane; ma, anche potendo scegliere, non tutti i libri meritano la stessa metrica. E non si tratta neppure di una banale questione di lunghezza: se prendo in mano L.A. Confidential di James Ellroy (500 pagine fittissime) e Il viaggio dell’elefante di José Saramago (200 pagine un poco più ariose), mi rendo conto che il primo è almeno tre volte più corposo del secondo; eppure, se non voglio perdermi nei meandri della storia e dei personaggi, Ellroy preferisco divorarlo nel minor tempo possibile, mentre Saramgo amo sbocconcellarlo a piccole dosi giornaliere per godere appieno il valore di ogni parola. Il primo è un romanzo fast per natura, così come il secondo è inevitabilmente slow; e non è importante quale sia il supporto, né dove e come eserciti la mia lettura.
Come sapete, Autodafé sta per lanciare una nuova collana di ebook, attraverso il progetto Narrativo Presente. Si tratterà, per scelta, di opere di contenute dimensioni. Il che non vuol dire che, essendo brevi e in digitale, debbano essere per forza letture fast. Saranno raccolte di racconti e, alla fine, sarà il lettore a scegliere tra il consumare d’un fiato l’intera raccolta e il lento assaporare ogni singolo racconto. Come è giusto che sia.
Quel che è certo, fast o slow che sia il reading, è che si tratta di un progetto editoriale e di un prodotto che, per molteplici ragioni, non sarebbe pensabile né possibile realizzare nella tradizionale versione cartacea. E, credo, questo significa utilizzare le potenzialità di un mezzo avendo un messaggio da comunicare.

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Chi obbliga gli autori a trasformarsi in promotori

di Cristiano Abbadessa

In una piccola casa editrice l’attività di promozione pesa necessariamente sulle spalle dell’editore e dell’autore, congiuntamente. Non avendo un ufficio stampa ammanicato con tutti i grandi media del settore e non avendo la pila di euro da mettere sul tavolo delle agenzie di promozione (o di pubblicità), il piccolo editore non può che costruire con fatica un percorso fatto di relazioni, contatti, organizzazioni di eventi, recensioni e virtuosi passaparola. L’autore, dal canto suo, svolge in parte le stesse mansioni, magari con una maggiore attenzione all’ambito territoriale, sia in termini di rapporti coi media locali che di opportunità di eventi.
Buona parte del percorso promozionale dell’opera edita da un piccolo editore passa, inevitabilmente, per il web. Più aperto e ricettivo, per ora meno legato a grandi logiche di mercato e potere, a volte sinceramente democratico e in ogni caso molto curioso, il popolo della rete, anche nelle sue forme maggiormente organizzate, offre (o dovrebbe offrire) spazi ideali per il primo lancio di un’opera poco visibile nelle librerie e rappresenta la sede opportuna per avviare il passaparola che promuova a un pubblico più vasto i titoli meritevoli di attenzione.
Poiché, si diceva, all’autore spetta principalmente, per forza di cose, il lavoro sul territorio che gli è prossimo, la maggior parte dello sforzo per la promozione sul web dovrebbe ragionevolmente toccare all’editore. Purtroppo non è così. E non per volontà degli editori.
Il fatto è che vi sono numerosi siti letterari, spesso vere e proprie community di un certo valore e di notevole capacità di attrazione, che escludono a priori l’editore dalla possibilità di prendere contatti. Sono disponibili, e sollecitano, a che gli autori inviino le loro opere e si propongano per una recensione, ma non accettano che queste segnalazioni provengano dall’editore. Sono orgogliose comunità di autori o aspiranti tali, in prevalenza, ed escludono qualsiasi contatto “impuro”, ovvero che non abbia l’autore come interlocutore diretto.
Purtroppo, così facendo non è affatto detto che si faccia un favore all’autore, al quale tocca di fatto sobbarcarsi una fetta di lavoro promozionale che l’editore potrebbe svolgere con maggiore agio (avendo fra l’altro da promuovere più titoli e potendo quindi fare una sorta di “economia di scala” nella gestione dell’attività promozionale).
Forse lo scopo iniziale di questi siti è nobile, perché intende dare maggiore visibilità agli autori. Però si avverte anche quel sottile fastidio di chi tratta gli editori (tutti, senza distinzioni) come la controparte. Ora, a parte il fatto che per la piccola editoria (ma talora anche per la grande) il rapporto con l’autore non può obbedire a schematizzazioni tanto rozze, va sottolineato che in questo modo non si favorisce in alcun modo l’autore. Perché l’editore, visto a volte come colui che specula e guadagna sull’altrui talento, non incassa di più o di meno a seconda che la promozione sia svolta da lui stesso o dall’autore. E la percentuale dell’autore, parimenti, non è più alta sulle vendite che indirettamente (e in modo peraltro difficilmente verificabile) sono state determinate da una promozione svolta da lui in prima persona. Quindi, se la nuova e maggiore visibilità procura più vendite, nulla cambia nella ripartizione degli incassi tra le parti coinvolte. Ma cambia che l’editore, per paradosso, si ritrova sollevato da un lavoro che viene invece scaricato sulle spalle dell’autore; e proprio da coloro che degli autori si proclamano paladini e che hanno l’aria di guardare all’editore come al bieco padrone delle ferriere.
A volte, poi, questa preclusione genera problemi organizzativi di cui si potrebbe fare a meno.
Perché, per esempio, i siti che accettano l’invio di e-book pongono l’autore in una condizione di impossibilità: infatti, i distributori online di e-book mettono a disposizione degli editori (ovviamente degli editori: è un rapporto tra imprese) dei servizi di distribuzione del prodotto validato, come una sorta di ufficio stampa. Ma l’autore non ha accesso a questo servizio, e può al massimo far girare la propria copia dell’e-book; il che rischia di essere come inviare delle fotocopie al recensore, in luogo del libro stampato.
In ogni caso, la maggior parte delle community letterarie predilige ancora la vecchia carta, e chiede quindi l’invio di una copia del libro. Rigorosamente inviata dall’autore, ovviamente. Peccato, perché un editore potrebbe inviare, con minore costo, tre o quattro titoli in una sola volta, mentre così abbiamo tre o quattro autori che devono inviare ciascuno la propria opera. Siccome, poi, l’autore, già seccato di essersi dovuto pagare la spedizione, chiede giustamente all’editore di reintegrargli la copia che ha spedito come saggio, ecco che l’editore deve a sua volta accollarsi la spedizione di tanti libri quanti i suoi autori sono riusciti a farne circolare. Praticamente, le spedizioni vengono in questo modo raddoppiate o triplicate per raggiungere il semplice scopo di avere una copia sul tavolo del recensore.
Diciamo che Poste Italiane o i vari corrieri non sarebbero stati capaci di ideare un sitema più conveniente, per loro.

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