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Il lavoro editoriale, gli “interventi” e i “suggerimenti” all’autore

di Cristiano Abbadessa

Come promesso, torno sul recente commento postato da Giulio Mozzi, tralasciando la questione degli agenti (per la quale mi paiono peraltro sufficienti le repliche già raccolte) e soffermandomi su un tema che ci è caro, e che infatti ho già trattato da altre angolazioni: il lavoro della redazione di Autodafé, le proposte di intervento sul testo originario e l’interazione con gli autori. A tale proposito, mi consentirò qualche precisazione ma, soprattutto, una rivendicazione di quella che ritengo una specificità della nostra casa editrice.
Per cominciare, Giulio Mozzi distingue fra quanto avviene nell’editoria letteraria e in altri generi di editoria. Qui mi sento di precisare che, in realtà, non vi è una differenza dovuta alla tipologia di editoria, ma che i rapporti tra autore e editore, con rispettive prerogative, sono in ogni caso regolati da due elementi: il contratto e i rapporti di forza. Se c’è un regolare contratto di edizione (e di norma così avviene), anche l’autore di un libro di ricette, di un testo scolastico, di una guida turistica o di un manuale tecnico rimane proprietario dell’opera; ed è lui, firmando l’ultima bozza revisionata, a dare il “visto di stampa” definitivo. Semmai è vero che per la manualistica possono esserci, e hanno il valore di obbligo, delle “indicazioni” preventive da parte della casa editrice: se una collana, poniamo, di guide turistiche prevede per tutti i titoli una determinata scansione in capitoli, paragrafi e sottoparagrafi, e un preciso apparato informativo (box, riquadri, indrizzari ecc), l’autore si dovrà attenere a queste uniformità; ma il testo, i contenuti e la forma sono materia e proprietà sua.
A determinare la quantità dei cambiamenti apportati dalla redazione sono in realtà, più dei contratti, i rapporti di forza tra editore e autore, e oserei persino aggiungere le caratteristiche caratteriali di coloro che sull’opera lavorano. Ci sono editori forti e decisi a imporre un certo modello, e altri deboli o menefreghisti che non hanno voglia e tempo di discutere le scelte dell’autore. Ci sono editor e persino redattori capaci, per energia e competenza, di arrivare a imporre il proprio punta di vista, così come ve ne sono altri intimiditi o superficiali. Ci sono autori famosi, magari supponenti o semplicemente determinati nel difendere la propria opera originaria fin nelle virgole; e ce ne sono di accomodanti, insicuri, arrendevoli. Sono questi elementi, in tutti i generi di editoria, a determinare la quantità di “interventi” redazionali, ad assegnare l’ultima parola, a far sì che il suggerimento dato all’autore venga percepito come noiosa intromissione da ignorare o come “consiglio che non si può rifiutare”. L’opera rimane sempre proprietà intellettuale del suo autore, ma può essere stata profondamente rimaneggiata, talora persino snaturata, in ragione di questi rapporti; la firma finale dell’autore, in ogni caso, è indispensabile e certifica l’accettazione dei pochi o tanti cambiamenti apportati. (Poi ci sono le eccezioni, come quando mi capitò, da consulente per un grande editore di testi scolastici, di baccagliare per mesi con un’autrice importante, una alla quale “non si potevano toccare neanche le virgole”, per convincerla che non poteva scrivere che “i pilastri dell’Islam sono quattro”, invece di cinque, per il solo motivo che lei, non si sa con quale autorità, riteneva che la professione di fede in Allah, in quanto appunto professione e non precetto, non poteva essere considerata un “pilastro”, come invece è per oltre un miliardo di musulmani. Nel caso, concordai con l’editore una correzione postuma, in una fase di revisione tecnica, e modificai il testo ripristinando i “cinque pilastri”; con l’editore pronto ad assumersi ogni rischio di causa con l’autrice, con certezza di vincerla, per un aggiustamento che rimediava un’asinata oggettiva. Ma, anche in editoria scolastica, o tecnica, si tratta appunto di eccezioni che vanno contro le regole e gli accordi.)
Fin qui, dunque, potrei concludere semplicemente che i vari generi di editoria si assomigliano, e che “interventi” o “suggerimenti” sono termini in realtà affini, la cui reale consistenza dipende dalla percezione soggettiva delle parti in causa. Per Autodafé, però, non è così. O, meglio, sarebbe riduttivo metterla semplicemente su questo piano.
Gli autori che lavorano con noi sanno, a priori, che dei cambiamenti verranno apportati e degli interventi ci saranno. Certo, con il loro consenso. Ma la redazione non si limita a dare dei suggerimenti e lasciare all’autore il compito di “migliorare” parti che non convincono, ma interviene proponendo ed esemplificando le sue osservazioni.
Ci sono, ovviamente, alcuni interventi che vengono apportati dall’autore, dopo discussione con la redazione. Penso ai casi di intere digressioni cancellate, trame ridisegnate, punti di vista rigirati, finali cambiati radicalmente: tutte situazioni in cui all’editor spetta il compito di illustrare cosa non convince, discuterne con l’autore, fornire alcuni possibili suggerimenti e demandare infine all’autore stesso il lavoro di riscrittura.
Ma ci sono altre situazioni in cui è meglio procedere diversamente. Può capitare che un autore litighi con la punteggiatura, o che abbia un lessico non sempre felice e adeguato ai personaggi, o che abusi di soluzioni grafiche come se scrivesse un’opera di manualistica (per esempio rafforzando col corsivo ogni parola cui vuole dare evidenza e intonazione, fino a venti o trenta corsivi per pagina), o che le scansioni e le separazioni non aiutino il lettore (per esempio nel passaggio da un narratore a un altro, o quando la narrazione avviene su diversi piani temporali). In questi casi, la redazione discute in linea generale le problematiche con l’autore, ma poi ha poco senso chiedere all’autore stesso di rivedere la punteggiatura, se quello non è il suo forte. Preferiamo intervenire, cambiare, e sottoporre poi all’autore l’esito finale del lavoro redazionale, lasciando a lui il giudizio finale sul miglioramento o meno dell’opera.
Formalmente si può anche dire che non cambia molto, ma nella sostanza sì. E il lavoro di squadra tra autore e redazione, in cui i suggerimenti prendono forma concreta e si traducono in proposte di cambiamento, è una modalità operativa che teniamo molto a difendere e sottolineare (e che è cosa ben diversa dal riscrivere un’opera tenendone per buono il solo scheletro). Finora, fra l’altro, con riscontri del tutto positivi.

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Agenzie letterarie, servizi editoriali e i cento mestieri del settore. A ciascuno il suo

 di Cristiano Abbadessa

Mi soffermo ancora, per stavolta, su alcuni commenti alla nostra riorganizzazione, sperando di tornare presto a parlare di libri e editoria.
Uno dei commenti che ho sentito (o letto) da parte di diverse persone è che, con la proposta dei servizi, offriamo un tipo di supporto simile a quello di un’agenzia letteraria. Non credo sia vero. E, se è vero, è un po’ strano: quelli che offriamo sono servizi editoriali, cioè l’attività tipica di un service (che è collaterale, ma cosa distinta dalla casa editrice); se le agenzie letterarie fanno altrettanto, l’invasione di campo dovrebbe essere tutta loro.
Per definizione e per etimo, l’agente dovrebbe essere colui che cura gli interessi del suo assistito, che “agisce in nome e per conto di”. Ci sono agenti per gli artisti, i cantanti, gli sportivi: il loro compito è di valorizzare il loro cliente, di saperlo presentare e proporre, di “venderlo” bene, di assisterlo nella fase di accordo contrattuale. L’agente non interviene, di norma, sull’opera del suo assistito; al massimo può suggerirgli di migliorare in alcuni aspetti, come può essere il caso di un cantautore che ha bellissimi testi e voce sgradevole, ma all’agente spetterà solo il consigliare di affidarsi a un esperto per migliorare (nell’esempio, a un maestro di canto), non si sostituirà lui all’esperto in questione.
La misura della qualità dell’agente dovrebbe essere la capacità di procurare un contratto (un buon contratto, se possibile) al suo cliente. In editoria, teoricamente, dovrebbe essere quindi il contratto di edizione a sancire la bontà del lavoro (e, infatti, in molti settori un agente viene pagato a percentuale; in editoria non più, ma in origine era così). Ora, siccome arrivare a ottenere un contratto di edizione è cosa difficilissima, molti agenti si sono reinventati come fornitori di servizi editoriali, pur senza mutare ragione sociale: danno consigli sul prodotto, dicono dove intervenire, cosa va migliorato e cosa va tolto ecc. Però non sarebbe il loro compito. È anche probabile che molti agenti letterari siano in realtà degli ottimi fornitori di servizi editoriali: si presentano come agenti perché così sottintendono che il loro scopo, e la loro capacità, è di arrivare a far pubblicare un’opera, che è quanto interessa agli aspiranti scrittori assai più che avere per le mani un’opera davvero valida.
Ci sono, come in tutti i campi, agenti bravissimi e autentici truffatori: dovremmo però ricordare quale è il metro di giudizio per un agente. Personalmente, come Autodafé, abbiamo troppo spesso ricevuto da agenti proposte editoriali formulate in modo indecoroso, assai peggiori e meno curate di quelle presentate dagli autori. Non sto discutendo la qualità dell’opera, ma la qualità della presentazione (valorizzazione) che dovrebbe essere peculiare dell’agente: perché un agente che ha magari fatto riscrivere quattro volte un romanzo all’autore, anche ben consigliandolo e indirizzandolo, ma poi manda agli editori una sinossi di dieci righe incomprensibile e mal curata, accompagnata da due striminzite paginette di testo, può forse essere un genio della redazione ma è di certo un pessimo agente.
In questo senso, non vedo sovrapposizioni tra i nostri servizi editoriali e quello che dovrebbe essere il vero lavoro di un agente letterario. Forse, a sottilizzare, si può eccepire che la scheda di valutazione della proposta editoriale può contenere anche alcuni elementi di giudizio relativi alla qualità della valorizzazione dell’opera; ma questo, che per l’agente è un passaggio essenziale del suo lavoro e propedeutico alla concretizzazione contrattuale, per noi è solo il punto di partenza per una serie di valutazioni che, per il resto, attengono alla forma e al contenuto dell’opera stessa: ovvero, la possibilità di migliorarla attraverso un lavoro redazionale e editoriale.
Il fatto è che la filiera dell’editoria prevede l’intervento e la collaborazione di molte professionalità diverse: l’autore, l’agente, la redazione, l’editor, la direzione editoriale, i grafici, la stampa, la comunicazione, il marketing, la promozione, la distribuzione, la vendita. In alcuni casi può essere che un soggetto assommi più figure, ma non è un sacro precetto. Mi è ben chiaro che un autore preferisce limitarsi a scegliere se fare da solo o servirsi di un agente, per poi avere come unico interlocutore un editore che eserciti tutte le funzioni produttive e promozionali (così come a un editore farebbe piacere avere un unico interlocutore per tutta la catena commerciale, capace non solo di distribuire e vendere ma di fare anche un po’ di marketing e promozione): ma questo avviene di rado. Meglio, avviene solo con i grandi editori, che ormai assommano in sé tutte le funzioni, da quelle editoriali a quelle commerciali, con la sola eccezione della produzione industriale (che demandano a uno stampatore esterno); però i grandi editori sappiamo quali e quanti sono. Negli altri casi, per un piccolo o anche per un medio editore, ci sono alcune professionalità che stanno all’interno della casa editrice e altre di cui bisogna servirsi, pagandole, cercando all’esterno; perciò l’editore diventa un assemblatore di professionalità, e la sua abilità sta nel formare la squadra giusta. Nel panorama dell’editoria attuale, all’autore si presenta lo stesso problema: è lui a dover scegliere se affidarsi a un agente, se migliorare l’opera prima di presentarsi a un editore, se puntare a un editore che ha al suo interno forti competenze redazionali o a uno che ha un’ottima rete distributiva o a uno che ha grandi potenzialità di comunicazione (a volte alcune di queste qualità si sposano, altre volte un editore non ne offre più di una): anche l’autore deve trovare il suo percorso e assemblare gli interlocutori che gli servono.
Non esistono più, insomma, percorsi obbligati. Questo richiede all’autore un maggiore discernimento, una capacità di pianificazione, una valutazione oggettiva (e non presuntuosa) delle proprie qualità e delle proprie debolezze. E, naturalmente, richiede che chi offre un servizio professionale lo faccia senza barare, chiarendo quali sono le sue reali competenze e i suoi punti di forza.
Quale sia la forza di Autodafé, ci pare dimostrato dagli attestati di chi ha lavorato con noi (e, di conseguenza, anche quali siano le debolezze). Per questo abbiamo deciso di tornare a valorizzare le nostre migliori professionalità anche in quel lavoro, che ho definito “collaterale ma esterno alla casa editrice”, che offriamo attraverso i servizi editoriali; anzi, se può dissipare equivoci, abituatevi a non pensare ai servizi editoriali come a un prolungamento della casa editrice, ma, al contrario, a pensare a un service indipendente, che offre a tutti alcuni servizi e che, solo in determinate e ben precise circostanze, può rappresentare anche una scorciatoia per il contatto diretto con una casa editrice.

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Autodafé: i servizi editoriali e il mestiere dello scrittore

di Cristiano Abbadessa

Se qualcuno ha avuto occasione di dare un’occhiata al nostro sito dopo il tardo pomeriggio di ieri, avrà già avuto modo di notare alcuni cambiamenti. Chi non avesse ancora preso atto, può invece cogliere questo post come sollecitazione.
Autodafé si presenta ora in maniera un po’ diversa: resta l’attività editoriale, ancora incentrata sul nostro originario progetto di dare voce a narratori capaci di cogliere elementi di riflessione sulla realtà sociale dell’Italia contemporanea, ma viene maggiormente evidenziata l’attività collaterale, e indipendente, di fornitura di servizi editoriali. In un certo modo, i soci e coloro che in Autodafé hanno profuso impegno e passione tornano a mettere al centro, almeno per quanto riguarda la sostenibilità economica del progetto, la propria professionalità; che, come sapete, è essenzialmente legata alla capacità di scoprire buoni libri, di migliorarli, di lavorare fianco a fianco con gli autori per trarne opere degne di nota. Un lavoro che i soci di Autodafé continueranno a fare in termini di investimento (senza oneri per l’autore) per quelle opere di narrativa che possono potenzialmente rientrare nel nostro progetto editoriale, ma che ora forniscono anche come servizio a pagamento a tutti gli autori (e agli agenti, e ai colleghi editori) che vogliono “pesare” la qualità del loro scritto, confrontarsi per migliorarlo, affinare l’arte della scrittura attraverso un’operazione non meramente teorica ma applicata a una creazione pratica, senza limitazioni di genere.
Il servizio che offriamo agli aspiranti autori sarà caratterizzato dalla stessa cura e dalla stessa professionalità con cui continueremo a seguire gli autori che pubblicheremo direttamente. Quello che proponiamo è un vero e proprio percorso formativo, che può essere compiuto integralmente o solo per un tratto, in cui offriamo la nostra esperienza per migliorare non solo la qualità della singola opera in questione ma per fornire al committente (autore o altro soggetto che sia) gli strumenti utili per meglio orizzontarsi nel panorama editoriale, correggendo eventualmente la sua proposta in modo da aumentarne le possibilità di successo. Potremmo dire, per riassumerla in slogan, che più che ad aspiranti autori in cerca di pubblicazione di un’opera ci rivolgiamo ad aspiranti scrittori in cerca di perfezionamento di un’opera e di valorizzazione di se stessi. Siamo certi che Autodafé, in questo anno e mezzo di vita, ha dimostrato di meritare la fiducia di quanti vogliono investire sul proprio talento per intraprendere un percorso di questo tipo: i titoli pubblicati, il lavoro fatto con gli autori e il rapporto costruito con chi non è infine arrivato a pubblicare con noi sono lì a testimoniare la qualità e la serietà del nostro modo di lavorare e di collaborare.
Nel ridisegnare le modalità della nostra offerta, la novità che salta immediatamente all’occhio, e che certo solleverà qualche malcontento, sta nel passaggio della valutazione delle proposte editoriali sotto la competenza dei servizi editoriali; in altri e più crudi termini, chiediamo agli autori di pagare un contributo per questo servizio di prima valutazione della proposta di un’opera.
Non è stata una decisione semplice, ma crediamo sia coerente e onesta. La redazione di Autodafè ha finora sostenuto uno sforzo immane per esaminare oltre 800 proposte (e diventeranno un migliaio, perché comunque risponderemo in forma gratuita a chi ci ha scritto prima del 25 novembre); è stata una forma di investimento, ma dobbiamo onestamente dire che essa non è più sostenibile, a fronte dei dati di mercato e delle necessità attuali della casa editrice. Soprattutto, come ben sanno coloro che ci hanno indirizzato una proposta, la redazione ha svolto questo compito con una serietà e un approfondimento tali da trasformare questa sola opera si selezione in un lavoro totalizzante: non solo abbiamo risposto a tutti, ma abbiamo sempre motivato, seppure in breve, le nostre risposte; e anche quando sarebbe stato semplice liquidare il tutto con una breve formula di cortesia (per esempio nel caso di proposte clamorosamente incompatibili per tema col nostro progetto editoriale) ci siamo spesso dilungati nel sottolineare eventuali problematiche che avrebbero potuto scoraggiare altri editori, e in tutti i casi abbiamo dedicato una lettura almeno superficiale anche alle opere già irrimediabilmente scartate dopo l’esame della sinossi.
Oggi riteniamo che questo lavoro debba essere considerato come tale, e debitamente retribuito. Naturalmente il risultato che forniremo agli autori delle proposte sarà diverso e ben più articolato della sintetica mail finora indirizzata: evidenzieremo eventuali problematiche connesse alla formulazione della proposta, tratteggeremo potenzialità e limiti sulla base della sinossi, abbozzeremo una prima valutazione di stile e struttura grazie ai brani presentati; la conclusiva dichiarazione di interesse o disinteresse di Autodafé sarà solo il corollario a una serie di indicazioni in ogni caso preziose. In sostanza, nella peggiore delle ipotesi l’aspirante autore avrà beneficiato di un breve corso di formazione a distanza, mentre nella migliore avrà effettuato un piccolo investimento per avviare un rapporto destinato a sfociare nella pubblicazione; come detto, però, quel che ci sembra più significativo è tutto ciò che sta fra questi due estremi, ovvero la possibilità di un percorso formativo che perfezioni l’opera e faccia crescere lo scrittore.
Crediamo che la nostra offerta sia onesta e corretta, avendo il pregio di rifuggire facili stratagemmi che giocano sull’illusione, per stabilire invece un rapporto privo di fraintendimenti fra committente e fornitore di un servizio. Speriamo, e su questo siamo pronti a confrontarci, che sia anche chiara, nelle motivazioni e nelle procedure.

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Il recensore, l’editor e l’autore

di Cristiano Abbadessa

Leggo sul sito di Qlibri la recensione del nostro “Tramonti d’Occidente”, il romanzo di Emilia Blanchetti uscito a maggio (http://www.qlibri.it/narrativa-italiana/romanzi/tramonti-d’occidente/). Si tratta di una recensione interessante, che consiglio a tutti di leggere, indipendentemente dal fatto di avere o meno conoscenza diretta dell’opera in questione. Anche perché, finalmente, ci dà modo di affrontare alcune questioni partendo dal concreto commento a un’opera da noi edita, e non dai dialoghi sui massimi sistemi o dai riferimenti letterari classici.
Il recensore, in almeno un paio di passaggi chiave, denuncia la mancanza di un editor, che avrebbe dovuto intervenire in maniera decisa per eliminare quelli che, a suo parere, sono i limiti più vistosi del romanzo. Essendo io l’editor in questione, avrei forse di che risentirmi e mostrarmi contrariato, ma non mi pare il caso. Mi limito a far notare che l’editor c’è, e ha lavorato con l’autrice nei modi e nelle quantità che loro due sanno e che, per ovvia correttezza, nessun altro è tenuto a sapere. Fin qui, dunque, mi limiterei a suggerire al recensore di usare per il futuro una maggior cautela, evitando di parlare di mancanza e spiegando semmai perché il lavoro dell’editor non viene ritenuto adeguato, o non è condiviso dal recensore (il quale, in definitiva, esprime opinioni).
Lo spunto offerto da questa recensione è però troppo ghiotto, per chi ricorda il dibattito qui avvenuto sul ruolo dell’editor, per essere lasciato cadere senza dedicargli la dovuta attenzione.
Perché il recensore su un punto è molto chiaro: se un libro ha difetti strutturali, debolezze o ridondanze di trama, personaggi sbiaditi o caricaturali, troppi eventi o colpi di scena fuori luogo, di questi “errori” il primo (forse unico) responsabile è l’editor. Dell’autrice, in effetti, non viene analizzata altro che la qualità stilistica della scrittura e l’espressione di alcune osservazioni sociopolitiche, quasi che l’idea originaria, pur appartenendole, dovesse essere considerata una mera traccia da sviluppare attraverso l’opera della casa editrice.
È ovviamente superfluo, dato il mio ruolo di parte in causa, precisare che non condivido le osservazioni del recensore nello specifico, e tantomeno alcune sue proposte di ristrutturazione radicale dell’opera.
Tuttavia, non mi sento affatto di trascurarne il punto di vista, da lui dato per scontato, sul ruolo dell’editor. E non ritengo possibile far finta di nulla di fronte all’eloquente dimostrazione che il lettore (e in specie il lettore avveduto, buon consumatore di libri e capace di una certa analisi critica) dà ormai per acquisito che determinate scelte spettino all’editor, e che i risultati ne qualifichino la capacità d’intuire cosa cambiare e il coraggio (o l’autorevolezza) di imporre il proprio punto di vista.
Non è, ci tengo a chiarirlo, un modo di intendere il ruolo dell’editor che coincide con il mio; perché troppo apparentato a quella logica che poi conduce alla realizzazione dei libri a tavolino, con le scelte di fondo dettate dagli uffici marketing e gli scrittori confinati al ruolo di fonte ispiratrice o di calligrafi per bella copia (ruoli che si esercitano in alternanza con una buona redazione). Però, questa recensione mi sembra tracciare in modo realistico i contorni della figura dell’editor per come oggi è percepita. E, piaccia o no, è una realtà con cui non si può evitare di fare i conti.

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Genio e metodo nel mestiere dello scrittore

di Cristiano Abbadessa

A leggere qualche intervento, o qualche commento, c’è per noi di che rabbrividire. Si prefigura, forse talora si auspica, un mercato editoriale riservato a pochi grandi autori dal talento riconosciuto, una decrescita della produzione che sia soprattutto l’abolizione di chi non ha la patente in regola, la scomparsa dell’editoria come industria, l’eliminazione (o la marginalizzazione) del lavoro redazionale e del ruolo dell’editor, l’editoria a pagamento o l’autoproduzione come uniche risorse per i velleitari aspiranti autori che non si sono ancora fatti un nome.
Per la nostra stessa natura, e per le scelte che abbiamo fatto, mi pare sia superfluo rientrare ora nel merito di alcune questioni o, peggio, difendere il ruolo dell’editor, del piccolo editore e la funzione delle redazioni: sono, semmai, controdeduzioni che si esprimono attraverso il lavoro e guardando al risultato finale, unico giudice dell’utilità o meno di quanto fatto. Ma mi sembra interessante porre qualche elemento di riflessione, più in forma di domanda che di risposta, per quanto riguarda il talento dello scrittore e l’idea che solo pochi, pochissimi, autori meritino tale titolo e il diritto alla pubblicazione.
Anzitutto: è vero che i geni esistono, ma anche i grandi geni coltivano con metodo la propria arte. E un’opera di grande e riconosciuto valore non sgorga spontanea, ma è frutto di una limatura e di un ripensamento continuo, di un lavorio durato a volte anni o decenni. Basti pensare ai Promessi Sposi e al Manzoni, alla risciacquatura dei panni in Arno per fare del Fermo e Lucia originario un’opera più al passo coi tempi e meno regionale (magari forzando il concetto fino a far dire al contadino lecchese Renzo Tramaglino “posso aver fallato”); un’opera di revisione che, per Manzoni come per tanti altri monumenti della letteratura mondiale, spesso non è stata compiuta in solitario. Possiamo quindi pensare che il talento vada affinato e che i contributi esterni, che nei secoli hanno preso forme diverse, non siano una violenza al genuino talento dell’artefice?
In secondo luogo: chi attribuisce la patente di genio e chi si incarica di stabilire che cosa è arte? La storia, non solo della letteratura, è piena di geni misconosciuti, magari perché troppo in anticipo sui tempi. E, soprattutto, esistono, con pieno diritto, i gusti personali dei lettori. Grandi maestri risultano del tutto illeggibili a lettori non illetterati, ma semplicemente con una sensibilità che mal si accorda con quella del maestro in questione. Fare “buona” letteratura è relativamente semplice, perché ciò che è davvero “cattivo” si riconosce con facilità. Ma arrogarsi il diritto di scegliere solo capolavori, non rischia di diventare un arbitrio tale da non poter essere, nella pratica, esercitato da alcuno?
Nell’individuazione del grande talento letterario, quanto pesa la forma e quanto il contenuto? Noi abbiamo fatto una scelta editoriale chiara, in cui privilegiamo l’idea creativa e la capacità di darle una forma strutturale, riservandoci di collaborare con l’autore nella migliore e più adatta definizione stilistica e narrativa. Per esperienza diretta, ho la sensazione che alcune opere, volte a magnificare essenzialmente il talento formale e stilistico dell’autore, risultino poi alla lettura mere esercitazioni, prive di anima e di contenuto. Non è un rischio che si corre, quando si sottolinea con enfasi la necessità di un’alta qualità stilistica nella produzione letteraria?
E, infine, poiché non possiamo non fare i conti con il fatto che non viviamo in una dimensione acronica, quali sono, nei nostri tempi, i talenti che dovrebbe possedere il “vero scrittore”? L’intuizione creativa che genera l’idea? La sensibilità di cogliere il particolare che può trasformarsi in narrazione? La capacità di strutturare una storia da raccontare, dandole sostanza? L’arte di narrare con uno stile limpido e trascinante? La virtù affabulatoria che consente di presentarsi al pubblico e promuovere sé e l’opera nei necessari contesti? L’abilità nel costruire il personaggio che genera curiosità e affezione? Si tratta di aspetti diversi, forse non tutti necessari, difficilmente tutti presenti in una sola persona; eppure tutti richiesti, in qualche modo, all’autore contemporaneo (e, più in generale, all’artista contemporaneo: di qualunque arte si parli).
Ovviamente noi abbiamo fatto le nostre scelte, già più volte spiegate. Su queste scelte, attraverso le mille forme possibili della commercializzazione e della comunicazione, misuriamo quotidianamente il riscontro, l’approvazione, il dissenso o il disinteresse.
In ogni caso, per quanto siano scelte di cui siamo fermamente convinti, non ci sogneremmo mai di dire, con tranciante sentenza definitiva, che il nostro è il solo modo di fare editoria. Ma, per contro, crediamo che questo nostro modo abbia pieno diritto di cittadinanza.

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Eravamo quattro amici al bar

di Giordano Boscolo

Mi sto facendo una piccola cultura leggendo i post di Autodafé, nel senso che sto cominciando faticosamente a capire i contorti meccanismi che regolano il rapporto tra case editrici, distributori, librerie, oltre a far luce sull’inquietante, e per certi versi affascinante, figura dell’editor che in realtà è un ghost writer, eccetera (a proposito, qualcuno sa dirmi qual è la traduzione italiana de ‘sto benedetto editor?).
Più leggo questi post e più mi sento una specie di Biancaneve che non sapeva quali fossero le reali intenzioni dei sette nani, ma prima o poi la verginità bisogna pur perderla e a quarant’anni suonati era ora che giungesse anche il mio turno. Sono lieto che tra i frequentatori abituali ci sia la signora Francesca, che oltre a dare informazioni estremamente illuminanti le espone con una chiarezza croccante. Così come seguo sempre volentieri gli interventi di “A.”, anche perché ha scelto simpaticamente di firmarsi come il personaggio di un romanzo ottocentesco.
Quando accedo al blog non posso però fare a meno di notare che il suo titolo è “libri, autori e lettori di Autodafé”, e allora comincio a fare due conti (tre non sarei in grado): i libri ci sono, perché è di loro che si sta parlando, gli autori ogni tanto compaiono, con il nome più o meno per esteso, ma i lettori di Autodafé dove sono?
Okay, siamo tutti d’accordo che c’è bisogno di puntare sulla qualità delle opere, cercare autori che abbiano qualcosa da dire oltre il solipsistico (seppur sacrosanto) monologo intorno alle proprie sfighe personali, cercare una linea editoriale coerente e così via, ma quello che non ho ancora capito è se, secondo i suoi lettori, Autodafé ci stia riuscendo oppure no.
E’ vero, c’è sempre facebook per avere qualche riscontro, ma facebook, per come lo vedo io, non è altro che un contenitore di sms e di foto interattive. Ah già, ci sono anche i pollici del “mi piace”/ “non mi piace più”, ma francamente mi sembra un po’ poco per esprimere un giudizio degno di questo nome.
Mi sarebbe quindi piaciuto che questo blog fosse il luogo giusto per fare i conti con l’oste, ossia per verificare se stiamo aggiungendo altra fuffa alla fuffa già esistente, o se invece la rotta è quella giusta.
O magari capire se, nonostante le buone intenzioni e la politica editoriale interessante, gli autori finora selezionati da Autodafé siano considerati non all’altezza dai lettori che li hanno letti.
Immagino abbiate presente quella canzone di Gino Paoli sui quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Peccato che nessuno gli avesse chiesto di farlo.

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