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Se la maleducazione diventa una virtù

di Cristiano Abbadessa

Incespico, in fase di rilassamento tardoserale, in un servizio delle Iene, avente per tema i giovani geniali talenti italiani che hanno trovato fortuna all’estero. Mi colpisce il mood delle risposte fornite dai giovani in questione alla reiterata (secondo lo stile del programma) domanda dell’autore del servizio circa la (non) accoglienza che le loro idee avevano trovato in Italia. Mi colpisce perché mi conferma esperienze e sensazioni personali. I ragazzi (sono ventenni, in effetti, e quindi stavolta il termine è appropriato) lanciano sì qualche generico lamento contro il vizio italiano di selezionare in base a conoscenze, amicizie e raccomandazioni, ma soprattutto evidenziano, sovrastando ogni altra considerazione, la sensazione di fastidio con cui i rappresentanti di enti e aziende li hanno ascoltati, con un misto tra la sufficienza e la seccatura per il tempo perso.
È un problema noto: mia impressione è che questo paese sia giunto a un livello tale di sfiducia per cui ogni nuova idea, ogni proposta che richiede uno sforzo mentale, ogni ipotesi di nuovo lavoro (persino quelle con prospettive economicamente interessanti) suscita appunto fastidio, noia, forse persino paura. Resta però anche il fatto che poi, dopo il faticoso e distratto ascolto, subentra sempre il malvezzo di non dare risposta, di svicolare, di tacere, di procrastinare se proprio si è costretti a dare un segno di vita: atteggiamenti che denotano, prima di tutto, una maleducazione ormai entrata a far parte del patrimonio nazionale.
Ho già avuto modo di spiegare, seppure procedendo in senso opposto, come per noi di Autodafé il rispondere e dare ascolto sia un punto di onore. Abbiamo posto qualche paletto, ma alla fine continuiamo a rispondere a tutte le proposte editoriali (troppo spesso anche ad alcune palesemente incongrue), e rispondiamo persino a coloro che ci inviano il curriculum vitae, pur non avendo mai avanzato richieste in tal senso (anzi: evitate di mandarli, perché davvero non cerchiamo, per nessun ruolo, nuove assunzioni o nuove collaborazioni). Alla fine, non rispondiamo solo a proposte commerciali mai sollecitate (il più delle volte, peraltro, del tutto estranee all’ambito editoriale) e agli insistenti inviti di “collegamento” ai network professionali (per favore, non mandateci richieste tramite Linkedin o simili), anche perché spesso si tratta di comunicazioni non personali, indirizzate a pioggia e indiscriminatamente a un tot di aziende, in nulla rivolte a noi in quanto Autodafé. E, mi sia consentito ricordarlo, non rispondiamo a coloro che ci scrivono o ci inviano materiali presso la sede legale, anziché contattarci via email (non fatelo: la sede legale non è un femoposta, e prendiamo in considerazione solo i manoscritti da noi esplicitamente richiesti ad autori che hanno superato il primo vaglio, i contratti e le fatture dei fornitori; il resto viene inesorabilmente cestinato).
Ho lungamente divagato, ma il senso è che continuo a ritenere inaccettabile il silenzio assoluto con cui troppo spesso vengono rimbalzate proposte personalizzate e motivate, rivolte a un interlocutore preciso e plausibile. Una proposta con queste caratteristiche merita, sempre, una risposta chiara: un sì, un no o un “parliamone”. Ma non merita di essere ignorata.
Ciò che ancor più sconcerta, però, è che alcuni di questi sfuggenti interlocutori si trincerano dietro il muro del silenzio quando li si approccia in modo urbano, salvo poi dare segni di vita quando, a una serie di contatti rimasi senza risposta, ci si rivolge loro in forma più seccata e talora persino ultimativa. Ci è capitato, e lo trovo francamente inspiegabile. Perché nel nostro modo di vedere le cose, semmai, si risponde cortesemente a tutti coloro che lo meritano, e se poi qualcuno (o perché non si è meritato una risposta o perché non ne accetta i contenuti) torna a bussare alzando la voce, allora lo si mette a posto con le dovute forme e i dovuti modi (che possono persino, in casi limite, essere un poco sgarbati).
Davvero, fatico sempre più a orizzontarmi in un paese in cui a una domanda civile e pertinente non si risponde (o si replica con infastidita sufficienza), mentre si presta la dovuta attenzione a chi si presenta alzando subito la voce e i toni oltre il logico e il dovuto.
Magari può essere un bel tema per ispirare qualche autore attento alla “realtà sociale dell’Italia contemporanea”. Perché certi vezzi devono pur avere un’origine e una causa.

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E se avessero ragione gli editori a pagamento?

di Cristiano Abbadessa

Serata inaugurale (o quasi) di una nuova associazione culturale milanese. Il programma prevede un generoso happy hour seguito da un concerto country-rock dei Junkyards, band emergente la cui anima è Fabrizio Coppola, fra le altre cose socio e collaboratore della nostra casa editrice. Presenzio, un po’ per antica amicizia verso Fabrizio, un po’ perché, suppongo per questioni anagrafiche, il repertorio è particolarmente affine ai miei gusti e alla mia non vasta formazione musicale.
Il locale è piccolo, su due livelli. Mi apposto in piccionaia, dove la vista è migliore e non si viene sballottati dai ritardatari ancora accalcati attorno al ricco buffet. Ma la scelta si rivela infelice: dal basso sale il costante brusio, talora decisamente rumoroso, di alcuni gruppetti che conversano imperterriti, cercando di sovrastare la musica del trio (e riuscendoci, devo dire). A occhio, applicando una visione modernamente lombrosiana, noto che si segnalano soggetti appartenenti alla specie del presenzialista mondano, quello che “c’è un nuovo locale e non posso non andarci”, senza badare se il vernissage preveda un’esposizione di manga, la presentazione di un libro o un concerto. Perché, tanto, sanno che all’evento non presteranno che una minima attenzione.
Non è la prima volta che mi capita, peraltro. Così, conversandone anche con chi mi accompagna, provo a pormi qualche domanda.
Di sicuro c’entra la scarsa educazione, verso i musicisti e verso chi li vorrebbe ascoltare. Ma ritengo che ci sia anche qualcosa di più subdolo e sottile: l’abitudine, propria di questa modernità 2.0, di recepire poco e pretendere di comunicare molto (magari ad altri che poco recepiscono, ma questo non è importante). Sarà appunto il nuovo mondo del web, dove la comunicazione non soltanto non è più verticale, ma forse non è neppure orizzontale, ridottasi spesso a un cicaleccio in cui è importante che io possa dire, ma senza sapere se qualcuno mi sta davvero ad ascoltare.

Mi torna in mente uno degli slogan che circolano nel mondo dell’editoria: ormai ci sono più (aspiranti) scrittori che lettori.
Forse non è vero, ma certo la sensazione trova qualche conforto nella diffusa voglia di vedersi pubblicati, e nella predisposizione a frequentare siti e blog dove chi aspira al rango di autore trova una facile tribuna, a fronte della modesta attenzione che viene riservata alle opere pubblicate dagli altri, delle quali non si parla per il semplice motivo che non le si è lette.
Mi viene da pensare, con una punta di sconforto, che forse hanno ragione i cosiddetti editori a pagamento, quelli che pubblicano in cambio di quattrini sborsati dall’autore. Non sono editori, certo: lo so bene, tanto è vero che abbiamo fatto una scelta diversa. Sono, al più, dei fornitori di servizi editoriali (anche se talvolta è difficile stabilire quali). A volte sono persino dei ciarlatani. Eppure, dal punto di vista dell’analisi di mercato hanno ragione loro. L’offerta di autori in cerca di pubblicazione supera ampiamente la domanda; quindi, si trasforma in domanda essa stessa. Il vero mercato non sono i lettori, ma gli aspiranti autori, a quanto pare; e perciò si pensa a realizzare un prodotto (o fornire un servizio) in grado di soddisfare questa richiesta. Semplice legge economica.
Forse è proprio così. Anche in campo letterario, non si ascolta (non si legge), ma si pretende di parlare (di scrivere). Al massimo, si legge qualche nome noto, perché totemico o perché di moda; e, quindi, per il solo motivo che l’aspirante letterato non può proprio esimersi dal conoscere, almeno per sommi capi, certi autori e certe opere. Per il resto, però, l’aspirazione sembra essere quella di vedere il proprio libro pubblicato; magari sapendo benissimo che faticherà a vendere qualche centinaio di copie, con la segreta speranza di “essere scoperti” da qualche creatore di tendenze letterarie, con l’orgoglio di avere comunque il proprio nome sulla copertina di un vero libro, e con la mesta certezza di aver comunicato poco a pochi distratti lettori.
Una mesta certezza che, forse, a qualche autore manca. Ma solo perché non si è mai soffermato a valutare quanta attenzione dedica ai suoi omologhi aspiranti.

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Ciò che non siamo – ciò che non vogliamo

di Cristiano Abbadessa

L’educazione, nei rapporti umani (inclusi quelli professionali), non dovrebbe essere un optional.
Per questo, nonostante capiti spesso qualcuno che scambia la correttezza per eccesso di buonismo, non possiamo prendere in considerazione l’idea di non rispondere, con scostante fastidio, a chi ci contatta per proporci, seguendo il percorso da noi indicato, la propria opera.
Anche perché, e se c’è un malinteso in tal senso è bene chiarirlo subito, l’obiettivo non è certo quello di ricevere meno proposte e di scoraggiare gli aspiranti autori. Va benissimo ricevere centinaia di proposte, purché pertinenti al nostro progetto editoriale.
Capita però, purtroppo, che nonostante sia ben chiarito di quali tematiche vogliamo si occupino le nostre opere di narrativa, un’elevata percentuale delle proposte ricevute riguardi soggetti letterari che, con clamorosa evidenza, sono del tutto estranei alla nostra linea editoriale. Che senso ha, di fronte al nostro interessarci di riflessioni sull’Italia contemporanea e sui temi sociali, inviare biografie di nobildonne settecentesche, l’ennesima rivisitazione dei misteri di Leonardo, storie d’amore adolescenziali ambientate nel Wisconsin, tentativi di inventare l’alter ego di Harry Potter o, soprattutto, debordanti storie intimiste che non escono dall’analisi esistenziale e non aprono mai il proprio sguardo sul mondo?
A quanto pare, peraltro, tale problema è comune a tutti gli editori che hanno pur dichiarato una precisa linea editoriale e delimitato il campo dei loro interessi. E sarebbe quindi bene che gli aspiranti autori comprendessero che mandare tutto a tutti non aumenta, ma diminuisce, le possibilità di successo. Mentre, al contrario, selezionare con accortezza gli editori cui proporsi è sintomo non solo di buona educazione ma anche di intelligenza.
Quel che forse sfugge a chi applica la regola del “ci ho provato” è che, così facendo, non vengono penalizzati solo gli editori sommersi da proposte prive di interesse, ma risultano danneggiati gli autori stessi. Perché la necessità di spendere tempo per sfoltire centinaia di proposte improprie fa sì che l’editore arrivi solo con mesi di ritardo a scovare la proposta interessante. Soggettivamente interessante, attenzione. Per cui se i narratori del sociale contemporaneo che ci hanno inviato una loro opera sono, nel caso di Autodafé, danneggiati dagli autori di fantasy o rosa che si sono impropriamente ammucchiati nei nostri archivi, allo stesso modo può accadere che l’autore di fantasy o di rosa venga penalizzato, presso un editore ben felice di occuparsi di questi generi letterari, da colleghi che hanno vanamente sottoposto all’editore sbagliato un’opera di grande respiro sociale e di stringente realismo.
Scegliere bene gli editori a cui proporre la propria opera non agevola solo il lavoro dell’editore stesso, ma concede maggiori opportunità a tutti gli autori.
Ecco il motivo per cui, quando si invia la propria proposta letteraria, bisognerebbe conoscere bene la linea editoriale e il progetto del destinatario. E, forse, la lettura di qualche opera pubblicata agevolerebbe la scelta.

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