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Book City e i giornalisti. Servitù senza memoria

di Cristiano Abbadessa

Spiace ritornare su questioni già affrontate. Spiace perché rischia di annoiare (a me un po’ annoia) e perché ci sarebbero argomenti più interessanti di cui parlare. Poiché, però, per questi ultimi non c’è fretta, il gusto per la verità e la memoria impongono di riparlare del Book City, la rassegna dei “grandi” editori che tra poco andrà in scena a Milano.
Sull’argomento, ricorderete, ho già rivolto una serie di domande all’assessore Boeri, responsabile milanese della cultura, chiedendo alcune delucidazioni (tanto per avere conferma o smentita di voci davvero sgradevoli) e domandandogli ragione di una scelta, politicamente contraddittoria, tutta a favore della grande editoria e a discapito di quella marea di soggetti più piccoli (dagli editori agli autori, dagli artisti ai lettori) che formano il vero tessuto connettivo della realtà culturale milanese. L’assessore non ha finora ritenuto di rispondere, né credo lo farà mai. Diciamo che ha fatto la sua scelta di campo, molto discutibile, e gli si chiederebbe semmai, a questo punto, di avere l’onestà intellettuale di dichiararla.
Ma questa volta a disturbarmi sono stati alcuni articoli di presentazione dell’iniziativa. E devo dire che l’atteggiamento dei giornalisti, in questa vicenda, mi pare ancor meno giustificabile di quello dell’assessore. Perché Stefano Boeri può fare le sue scelte (come quella di dare appoggio e fondi ai grandi editori, ignorando il resto del panorama culturale cittadino), rispetto alle quali dissentiamo, essendo comunque chiamato un domani a rispondere del suo operato in sede politica ed elettorale. Ma i giornalisti, almeno in linea teorica, dovrebbero rappresentare la coscienza critica della società civile, essere al servizio dei lettori e non comportarsi da servi proni ai voleri dei vari potentati.
Al punto, ha dato davvero fastidio veder presentare, in articoli che sembravano più pubblicità redazionali che altro, il Book City come prima rassegna della letteratura milanese, ignorando del tutto il FestivaLetteratura di giugno, che ha avuto un seguito e una partecipazione tutt’altro che trascurabili. E ancor più fastidio ha dato veder riferire senza alcun commento la mirabolante invenzione, che Boeri e gli organizzatori ascrivono al loro genio, del “festival diffuso”, della letteratura portata nei luoghi della città, della cultura che va incontro ai cittadini. Tutti slogan e concetti copiati pari pari dal progetto del FestivaLetteratura, riproposti senza nemmeno cambiare un termine o l’ordine di esposizione.
Tutto ciò infastidisce perché, oltre a non rendere merito a chi ha “inventato” quella che è stata davvero la prima rassegna culturale diffusa sul territorio cittadino, determina una delle più classiche operazioni di occultamento della memoria. Gli stessi giornali che ora dedicano ampio spazio al “primo festival milanese ecc ecc”, infatti, hanno dato bene o male, seppur con minore rilievo, notizia e conto della rassegna di giugno. Sarebbe bastato dare un’occhiata in archivio per evitare di avallare quella pretesa primazia che i “grandi” si ascrivono con noncurante faccia tosta. E magari, se non è chiedere troppa fatica, se qualcuno si fosse preso la briga di andarsi a rileggere lo spirito e gli intenti del FestivaLetteratura (che da mesi sono reperibili in rete) si sarebbe anche accorto che i geniali creatori del Book City altro non hanno fatto che fotocopiare un’idea e un progetto, appropriandosene.
A questo punto, tanto per fare un po’ di informazione, vale forse la pena di raccontare quel che è accaduto. I grandi editori milanesi tramano da tempo per creare una grande manifestazione letteraria nella loro città, frenati però dalle possibili ricadute negative nei rapporti con altri eventi ben radicati e storici, come il Salone di Torino e il Festival di Mantova. Per anni hanno ipotizzato fiere concorrenziali, rassegne festivaliere e altre soluzioni che, però, li mettevano in diretta rotta di collisione con gli eventi esistenti; così, frenati da continue differenze di vedute all’interno del loro circolino, si erano ritrovati a rinviare all’infinito, non trovando la misura né l’accordo per uscire dallo stallo. Il FestivaLetteratura, che ha dato visibilità e spazio al vitalissimo “sommerso” della cultura milanese, li ha quasi costretti a forzare i tempi e superare i distinguo, nella speranza di soffocare nella culla l’evento appena nato facendone subito seguire un altro, ben più reclamizzato. Oltretutto, il festival di giugno ha risolto loro il problema della formula: l’hanno copiata pari pari, trovandola diversa quanto bastava dal Salone torinese e dal Festival mantovano. La pronta sponsorizzazione politica ha fatto il resto.
Di queste dinamiche potrebbe occuparsi qualche giornalista delle pagine culturali, se ne sopravvive qualcuno che non si limita a fare da ufficio stampa per singoli o associati colossi dell’editoria. E sarebbe interessante che le raccontasse al grande pubblico dei lettori.
Quanto alla speranza di soffocare il FestivaLetteratura nella culla, però, i grandi editori hanno certamente sbagliato i conti. Il festival è già in moto per la seconda edizione, si sta radicando con varie iniziative sul territorio, continuerà a esistere e a difendere la formula dalle goffe imitazioni. E poiché il FestivaLetteratura è nato prima e, con buona pace dei replicanti, ha davvero lanciato un diverso approccio alla diffusione della cultura, vale anche in questo caso la regola del paradosso di Zenone: per quanto sia dieci volte più veloce (e più potente), Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga.

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Gli operatori culturali, il lavoro e la Costituzione

di Cristiano Abbadessa

Durante il festival abbiamo incontrato e ascoltato scrittori, musicisti, pittori e artisti di varia specie. Quasi tutti (le eccezioni si contano davvero sulle dita di una mano) esercitano la loro arte in forma “dilettantista” (non dilettantesca), ovvero per pura passione e senza alcun significativo ritorno economico; per vivere fanno altro, e alla produzione artistica e culturale dedicano il tempo possibile, sacrificando altre libertà e, talvolta, altri doveri.
Abbiamo incontrato anche colleghi editori, gestori di locali e spazi culturali, librai, operatori della comunicazione. Per quanto possa apparire strano, anche la stragrande maggioranza di costoro fa per vivere un altro lavoro e dedica il tempo “libero” alla promozione della cultura.
I più fortunati, sia tra gli artisti e gli scrittori, sia tra coloro che in qualche modo portano avanti una piccola impresa del settore cuturale, campano facendo lavori che hanno una qualche attinenza con le loro capacità, offrendo servizi o addirittura impiegandosi in società più grandi che in qualche modo di parola, comunicazione o promozione si occupano. I più versatili, o meno fortunati, la sfangano (talora benissimo) facendo lavori che con la letteratura o l’arte non hanno nulla a che vedere, e che ne sono in alcuni casi distantissimi.

Mi viene in mente che un articolo della Costituzione, il 4, dice qualcosa al riguardo, e integralmente lo riporto.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Dunque, il lavoro è un diritto e un dovere, ma è all’ambito del dovere che attiene la facoltà di scelta del cittadino, che è personale e libera, purché concorra al progresso materiale o spirituale della società. Non si fa, in questa sede, menzione di limiti esterni alla scelta personale posti in ragione della redditività economica, giacché spetta alla Repubblica, ci dice l’articolo 4, promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto a un lavoro secondo inclinazione.
Credo che le opere e le performance di tanti che ho visto esibirsi durante questo festival concorrano nobilmente al progresso spirituale della società, e che potrebbero farlo in maniera tanto più significativa se gli scrittori e gli artisti potessero svolgere queste loro attività a tempo pieno. Se, insomma, venissero promosse quelle condizioni per cui chi dimostra attitudine e capacità ha il diritto/dovere di fare di queste attività un lavoro.
Ora, immagino che molti dei nostri amici scrittori, artisti, editori, librai e quant’altro siano persone serie, dotate di buone qualità anche in altri campi, e che svolgano con applicazione ed efficienza quei lavori che, remunerati, danno loro da vivere. So però per certo, conoscendo bene alcuni casi, che non sempre questi lavori concorrono al progresso materiale (sullo spirituale sorvolo) della società, quanto piuttosto al benessere e alla ricchezza del datore di lavoro.
Siamo, insomma, sempre a girare intorno alla solita questione. Perché, Costituzione alla mano, l’unica discriminante per stabilire chi di arte e letteratura ha il diritto di vivere e chi no dovrebbe essere solo l’effettiva possibilità (capacità) di contribuire attraverso l’opera al progresso della società. E sappiamo che oggi a dare la patente di artista professionista è il mercato, con gli esiti che ben conosciamo. Parafrasando una celebre battuta di Clemenceau sulla guerra, mi viene da dire che il mercato è una cosa troppo seria per lasciarlo in mano ai capitalisti e ai pubblicitari, e che qualche strumento di riequilibrio, nello spirito della Costituzione, dovrebbe essere messo in atto per dare a tutti uguali opportunità e premiare il merito (e non la potenza di fuoco dell’investimento).
Sarà perché di questi tempi sono alle prese con altri articoli disattesi (il 47, per dire, ma anche il 25 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo), ma sempre più mi convinco che la Costituzione sia ormai una splendida dichiarazione d’intenti che quasi più nulla ha a che fare con un paese pienamente asservito ad altre logiche, fra l’altro estranee e in aperto contrasto con lo spirito della nostra Carta. Ed è un vero peccato, per il paese stesso e, nello specifico, per quegli operatori che cercano di produrre e far circolare la cultura nelle sue varie forme.

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