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Libreria Kmzero a Milano. Qualche considerazione da piccoli editori indipendenti

di Cristiano Abbadessa

Da qualche settimana è uno degli argomenti più gettonati, con relativo contorno di polemiche. La notizia è che a marzo aprirà a Milano, in zona semicentrale, la libreria Kmzero, riservata ai piccoli editori. Complice una buona campagna di comunicazione, l’iniziativa si è guadagnata visibilità fin sulle pagine nazionali di Repubblica, dove peraltro si è dato conto delle numerose perplessità che circondano l’iniziativa. Ma già da qualche settimana se ne sta parlando molto sul web, in particolare su finzionimagazine, dove si è sviluppato un dibattito ampio e quasi esaustivo, utile da leggere e al quale rimando per chi volesse abbracciare l’intera complessità della questione e i vari punti di vista (vi abbiamo partecipato anche noi, seppure in forma interlocutoria).
Qui, senza la pretesa di toccare tutti gli argomenti, vorrei esprimere la posizione di Autodafé, le nostre considerazioni principali e le nostre scelte conseguenti. Per farlo, devo sforzarmi anzitutto di sorvolare sul cattivo primo impatto di una comunicazione furbetta, che ricicla slogan propri del consumo ecosostenibile senza che essi corrispondano in alcun modo al senso della proposta. Perché Libreria Kmzero vorrebbe dire, nello spirito di questa definizione, proporre al lettore milanese libri di piccoli editori milanesi privi di distibuzione nazionale; cosa che non è, e che peraltro non può essere perché sarebbe poco sensata. E parlare di slowbookstore serve solo a fare il verso a slowfood, ma non corrisponde davvero a nulla di concreto e spiegabile, né di alternativo a un inesistente fastbookstore.
Vengo dunque ai tre aspetti critici, e d’altra parte essenziali, intorno a cui si è concentrato il dibattito sul web: gli 800 euro annui per metro lineare richiesti agli editori per poter essere presenti sugli scaffali della libreria con i propri titoli; il 50% trattenuto dalla libreria sull’incasso delle vendite; la mancanza, in ingresso, di un criterio selettivo di qualità, per cui la libreria dei piccoli editori indipendenti rischia di trasformarsi in libreria dei piccoli editori abbienti.
Sorvolo su quest’ultimo punto, perché se Kmzero sia riservata agli abbienti lo vedremo valutando i primi due aspetti, mentre l’idea di una selezione per qualità ci condurrebbe in un campo troppo ampio e minato. Credo poi che sarebbe comunque prematuro e ingiusto stabilire a priori che la libreria non abbia, o non voglia darsi, altre forme per promuovere e incoraggiare gli editori di qualità, selezionando tra i presenti in base a un criterio non meramente economico (chi più paga più ha diritto).
Più semplice ragionare sui costi. Gli 800 euro annui (più Iva) sono troppi, come sostengono molti? No, in assoluto. Sì per una sola libreria, nuova e senza alcuna garanzia. Come ha sottolineato qualche editore intervenuto nel dibattto, vi è il concreto rischio che questa formula “pagare per essere esposti” diventi prassi; significa che se un piccolo editore vuole essere presente in 15-20 librerie indipendenti sul territorio nazionale, che è l’obiettivo minimo di un’autodistribuzione, deve sborsare 15-20 mila euro ogni anno, che è cifra fuori dalla portata di tutti o quasi (e, peraltro, è una cifra con cui società di promozione ti fanno arrivare, attraverso i grandi distributori nazionali, nelle maggiori librerie di catena, con la stessa percentuale di sconto praticata al distributore).
La stessa debolezza, appunto, presiede ai ragionamenti sullo sconto che l’editore deve praticare alla libreria. Il 50% è percentuale da distributore; un distributore al netto della promozione, ma comunque pur sempre un soggetto che tiene magazzino, movimenta le merci su vari punti vendita, consente una semplificazione della gestione contabile. Per una sola libreria, si tratta di una percentuale del tutto fuori misura.
I promotori dell’iniziativa, e proprietari della libreria, hanno risposto ad alcune delle critiche. Gli 800 euro, hanno spiegato, andrebbero intesi come una tantum (ma il contratto non lo dice) e come compartecipazione al rischio; però, allora, la proposta avrebbe dovuto essere formulata in maniera chiara e diversa, così come ovviamente diversa avrebbe dovuto essere la redistribuzione degli utili, a fronte di una compartecipazione al rischio d’impresa. Quindi hanno aggiunto che si prevede, prossimamente, l’apertura di altre librerie analoghe in alcune delle principali città italiane, peraltro senza precisare in che modo verrebbero formalizzati gli accordi con gli editori che già hanno pagato la partecipazione alla prima fase del progetto; ma l’ipotesi di apertura di altri punti vendita, senza condizioni chiare, appare comunque vaga e tardiva, e mi viene semplicemente da rispondere “prima vedere cammello”.
La sensazione è che in tutta l’operazione non ci sia alcuna progettualità di ampio respiro, ma solo il tentativo (anche ragionevole, dal puro punto di vista imprenditoriale) di monetizzare a proprio vantaggio il bisogno di visibilità dei piccoli editori. Mentre l’apertura di una libreria con le caratteristiche dichiarate sarebbe stata un’ottima occasione per provare qualcosa di diverso, costruire una rete di librerie indipendenti che si riconoscessero in un marchio e in un progetto (magari coinvolgendo in altre città librerie già esistenti, senza bisogno di nuovi investimenti), per proporre agli editori interessati una nuova rete commerciale. Dentro un’operazione di questo tipo, avrebbe anche avuto un senso pagare degli spazi espositivi (certo non 800 euro a ciascuna delle dieci o venti librerie coinvolte, ma un migliaio di euro per tutte o per una presenza modulare ci potevano stare benissmo) e lasciare un 50% degli incassi a una piccola rete distributiva, seppure circoscritta, che si occupasse della gestione dei titoli in tutti i punti vendita associati, con relativa circolazione delle copie.
Al di là delle seduzioni della comunicazione e della sbandierata novità della vetrina esclusiva, ci pare in fin dei conti che “l’idea innovativa” sia stata largamente sovrastimata ed enfatizzata oltre i contenuti. Senza bocciare a priori, senza attribuire cattive intenzioni e concedendo ogni beneficio del dubbio, la proposta, semplicemente, non ci interessa. Perché è davvero inutile uno sforzo economico tanto ingente per essere presenti in un solo punto vendita, e perché rischia di costituire un pessimo esempio cui altri librai indipendenti potrebbero essere tentati di uniformarsi, sempre perseguendo ognuno la logica del proprio particulare.
Seguiremo l’avventura di Kmzero, anche con la speranza che evolva invece in direzioni più interessanti. Ma il primo passo non ci sembra mosso nella direzione giusta. E continuiamo a pensare che le alternative “di sistema”, anche piccole, dobbiamo costruirle noi, editori e librai già esistenti e già presenti sul mercato, nella logica dell’unirsi per fare forza.

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Finzioni, Marsilio, i blogger e i grandi comunicatori

di Cristiano Abbadessa

Settimana scorsa mi è stato segnalato, da chi fra noi si occupa di solcare il maremagno del web, un post pubblicato su Finzioni; in realtà, una sorta di rilancio pubblicitario. Il post era infatti dedicato all’iniziativa dell’editore Marsilio, che sollecitava i blogger a recensire un paio di suoi libri, offrendone una copia, in e-book, a scelta fra i due titoli che l’editore stesso proponeva; la gentile offerta era riservata ai primi cento blogger che avessero aderito, i quali dovevano peraltro risultare attivi in rete da almeno un anno e pubblicare con costanza perlomeno un post alla settimana. Il commento dell’autrice suonava più o meno come un “finalmente un editore che apre ai blogger”.
Lì per lì sono rimasto allibito, perché il vecchio cronista avrebbe detto che eravamo davanti al cane che morde l’uomo. Tutti gli editori, magari eccezion fatta per i colossi (ma non è neppure detto), sono infatti aperti alle recensioni dei blogger, e anzi le sollecitano. Spesso si danno da fare per cercare i più qualificati, li vanno a stanare (senza aspettare comodamente che siano i blogger stessi a farsi avanti), inviano opere, in carta o in e-book. Il difficile, semmai, è farsi prendere in considerazione da blogger non improvvisati. Ma non ho ancora incontrato un editore che snobbi i blogger e le loro recensioni per scelta ideologica.
Istintivamente ho inviato un commento al post, in cui, più sinteticamente, esplicavo quanto sopra, aggiungendo che non capivo quale fosse la novità. La curatrice ha risposto confermando che non si trattava di una novità o di un’esclusiva (cosa che lei, sottolineava, non aveva in effetti detto), ma che la notizia c’era, perché un editore che si muove a sollecitare i blogger chiedendo che prendano contatto è comunque atto degno di nota.
Ho perciò incassato una prima lezione, che riguarda il marketing. Non posso infatti fare a meno di apprezzare l’abilità dell’editore che riesce a far passare per generosa offerta e per apertura di credito verso il mondo dei blogger quello che in effetti è il tentativo di soddisfare una necessità dell’editore stesso (farsi recensire i libri). Mossa astuta, che rovescia le parti nel gioco “chi ha bisogno di chi” (in realtà, tutti hanno bisogno di tutti) e conquista visibilità ed elogi curando il proprio interesse. Invidia e ammirazione.
Riflettendoci, però, devo dire che la mossa di Marsilio contiene una seconda lezione, meno sbandierata e più sottile, che personalmente condivido. Tale lezione, infatti, non ammaestra gli altri editori ma i blogger stessi. Perché, con la sua disponibilità e la sua “offerta”, Marsilio riconduce al centro del rapporto coi blogger la figura dell’editore; e, ponendosi come punto di riferimento, rimanda la palla nel campo dei blogger, chiedendo loro un contatto diretto.
Neppure questa sarà una novità, ma, come ho già raccontato, è una specie di atto di forza nei confronti di quei moltissimi blogger o siti letterari che, per ragioni che continuano a sfuggirmi, rifiutano qualsiasi contatto con gli editori e accettano di prendere in considerazione, per eventuali recensioni, solo opere sponsorizzate direttamente dagli stessi autori.
Sia ben chiaro: non si mette qui in dubbio l’utile apporto che tanti autori, generosamente, forniscono nella promozione dei loro titoli, anche in rete. Tuttavia, è chiaro che questo aspetto spetterebbe in primo luogo all’editore, che ha la possibilità di usare risorse interne per pianificare il rapporto coi blogger in maniera più soddisfacente per tutta la “squadra” che rappresenta. È comprensibile che blogger e siti gradiscano anche un contatto diretto con gli autori, ma non è pensabile che impongano di intrattenere solo rapporti con gli autori, disdegnando gli editori.
Anche perché, curiosamente, finiscono per alimentare un fenomeno contro cui spesso si scagliano a parole. Quante volte, infatti, capita di veder dileggiare gli “scrittori da aperitivo” o “da salotto”, o di trovare critiche pungenti contro autori che sono più bravi nell’arte affabulatoria delle presentazioni che in quella, più propria, della scrittura? Eppure, traslato nel virtuale, è proprio l’effetto che si ottiene se si aprono gli spazi solo agli autori e non agli editori. Perché, inevitabilmente, finiranno per farsi largo anche sul web quegli autori che sono migliori nell’arte di vendere se stessi e il proprio libro, che hanno maggiore dimestichezza con la comunicazione, che sanno tessere una rete di rapporti e magari uno scambio di favori; non necessariamente, però, si tratterà degli autori più meritevoli dal punto di vista letterario, né delle opere più intense o qualitative.
Ben vengano, dunque, i blogger con le loro recensioni. Ma accettino lo sforzo di misurarsi con la difficile arte della scelta, della selezione e della scoperta. Senza aspettare la facile imbeccata costruita attraverso il rapporto privilegiato.

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Finzioni: il potere è già dei lettori

di Cristiano Abbadessa

Ho letto il Libretto Rosa di Finzioni, documento che in questi giorni si è conquistato un ampio spazio nei dibattiti letterari sulla rete.
L’ho letto, dico subito, con qualche difficoltà e qualche disagio. Perché le prime cose che mi saltano all’occhio sono il tono arrogante e il linguaggio sprezzante che trasudano da ogni riga. Non mi stupisce, perché deve essere l’ennesimo effetto della grillizzazione dei blog: quel fenomeno per cui, sulla scia del guru del vaffanculo, si ritiene che il diritto all’ascolto vada conquistato a suon di incazzature, strepiti e disprezzo. È una forma espressiva, o forse un modo di essere e di porsi, che ho già notato in moltissimi blog, anche tra i blog letterari e nelle community che vanno per la maggiore in questo campo. Pur non essendo una novità, ciò non toglie che tale modo di esprimersi mi urti e mi metta in stato di diffidenza: perché è difficile ipotizzare un dialogo con chi, a premessa, tratta gli editori come gaglioffi, gli autori come frustrati, i critici come vecchi rimbambiti invidiosi e, in generale, tutti gli “altri” come persone che poco valgono o che agiscono per secondi e inconfessabili fini. (A proposito, e per dare un’idea dell’estremismo verbale e concettuale, suggerisco un confronto tra quanto da me scritto su autori e opere, ovviamente discutibile ma credo argomentato, con le trancianti conclusioni sullo stesso tema esposte al punto 5 del Nonalogo di Finzioni.)
Oltretutto, trovo che questi toni inutilmente alti e acrimoniosi, in un dibattito che potrebbe essere sobrio e pacato, finiscano anche per svilire quella sana indignazione civile che, a volte, va effettivamente spesa e che giustifica un linguaggio conseguentemente aspro. Perché sappiamo tutti che il cazzo! gridato dal mite esasperato ha un valore comunicativo forte, mentre la stessa parola perde ogni significato quando diventa un semplice intercalare volgare o modaiolo.
Superato questo scoglio iniziale, cerco di entrare nel merito dei contenuti proposti dalla redazione di Finzioni. Ma, onestamente, non ci riesco. Perché il Nonalogo, ripulito dalle intemperanze, si fonda su un affastellare concetti spesso contraddittori: alcuni condivisibili e altri no, soggettivamente parlando, come è normale che sia; ma troppo spesso con una debolezza nella visione d’insieme che non consente di articolare un discorso consequenzialmente logico e realistico, che non chieda tutto e il suo contrario.boicottaggio
Ma, soprattutto, a non essere infine comprensibile è lo scopo, il fine ultimo dell’operazione. Perché, nel suo apparente rivolgersi ai lettori, la redazione di Finzioni non si capisce se si erga a organo dirigente della massa lettorale, se si proponga come sindacato di consumatori di parole, se solleciti dei comportamenti ai propri seguaci o chieda invece risposte adeguate a degli interlocutori (gli editori, la filiera produttiva… i critici no, perché li irride e basta). Manca, al dunque, la chiarezza su chi debba considerarsi l’emittente del messaggio, e manca l’individuazione del destinatario.
In tutto questo, però, manca soprattutto una constatazione basilare e mancano, ovviamente, le scelte conseguenti. Perché nel Libretto si finge di ignorare che il potere è già oggi in mano ai lettori, e che già dentro questo sistema, vituperato e inadeguato, a decretare successi e fallimenti, prosperità o estinzione di autori e editori sono pur sempre le scelte compiute dai lettori. Principalmente, è bene ribadirlo per fare una bella immersione di realismo, attraverso gli acquisti: al momento cioè di scegliere non solo un titolo piuttosto che un altro, ma anche dove comprarlo, privilegiando quale tipo di punto vendita e quale filiera produttiva.
Se, come sostiene, Finzioni parla a nome di una repubblica dei Lettori, potrebbe forse allora fare uno sforzo di vero coraggio. Uscire dal labirinto del dileggio gratuito sparso a piene mani, in realtà poco o nulla incisivo, e compiere delle scelte dichiarate. Che significa, in soldoni, non avere paura di promuovere e, soprattutto, di boicottare. Perché questo è l’unico vero modo di incidere. E anche, peraltro, l’unica cartina di tornasole che ti dice se stai veramente parlando a nome di qualcuno, se hai perlomeno un seguito e una capacità di incidere, o se invece sei soltanto l’avanguardia di te stesso.

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