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Il governo Monti, la monocultura finanziaria, i giovani e l’afasia letteraria

di Cristiano Abbadessa

Ieri sera mi è capitato di sentire un viceministro dell’attuale governo che spiegava in tv come bisognasse “tenere conto della vastezza della questione”. Sarà stata una di quelle scivolate che capitano parlando, nell’estrema indecisione della scelta fra “ampiezza” e “vastità”, posso sperare. Anche se, per istinto, non ho potuto fare a meno di inorridire; d’altra parte, ho moti scomposti e istintivi quando sento maltrattare l’italiano dalle “seconde voci” delle telecronache calcistiche (e si tratta di ruspanti ex giocatori, a malapena andati oltre la scuola dell’obbligo), figuriamoci se mi potevo reprimere quando ho sentito sbandare un “professore” della nuova presuntuosa aristocrazia.
L’episodio, però, si è subito trasformato in riflessione più ampia. Perché questi saranno pure “professori”, ma non sarebbe mai male ricordarci di quali materie. Per cui, lo scivolone di un tecnico di questioni finanziarie può anche risultare più spiegabile (un tempo si diceva che il peggiore italiano era parlato dai ragionieri), ma non si può fare a meno di soffermarsi un attimo a sottolineare il difficile rapporto tra la cultura e questo governo; in ciò degno erede, ma forse con qualche connotazione negativa in più, di chi lo ha preceduto.
Si veda, per esempio, l’atteggiamento di fronte all’istruzione e alla formazione; settori nei quali mi pare esista una lettura meramente strumentale della funzione della scuola e dello studio (un tempo avremmo detto: funzionale al Sistema). In sostanza, studiare serve solo ed esclusivamente per preparare il proprio futuro professionale; e se la futura professione non prevede una preparazione scolastica particolarmente lunga, si cominci a 16 anni con l’apprendistato e la formazione specifica. Come ha suggerito un altro viceministro, lo stesso che ha dato degli sfigati a coloro che a 28 anni studiano e non si sono laureati.
Appartengo, decisamente, a una generazione che si è formata in un contesto diverso. Quando lo studio era confronto con la cultura, e l’accesso scolastico si pretendeva fosse aperto a quanti mostravano interesse prima ancora che attitudine, rinviando la scelta del proprio futuro professionale a tempi più maturi dei 16 anni (che poi, in una società con scarsa mobilità sociale come quella italiana, il più delle volte vuol dire replicare le scelte familiari senza alternative). E quando c’erano moltissimi studenti universitari di 28 anni o più, magari perché erano studenti lavoratori, che non sempre lavoravano per pagarsi gli studi ma a volte studiavano oltre a lavorare, senza particolare prospettiva di avanzamento professionale, per il puro gusto di farlo e migliorare la propria cultura.
La scarsa attenzione per la cultura e l’istruzione, peraltro, non emerge solo da questa visione rigidamente strumentale di una formazione che o è finalizzata a un futuro sbocco professionale o non è nulla, così come non si traduce solo nella valutazione meramente aziendalista dell’efficienza di insegnanti e dirigenti scolastici. Perché, sarà il caso di ricordarlo ai distratti, questo governo continua per esempio a tagliare e accorpare classi, mentre ben si guarda dal cancellare l’acquisto di aerei da guerra. E qui il problema si fa più complesso e più interessante. Infatti, queste stesse scelte compiute dal governo precedente suggerivano a molti che c’era qualche ministro che da sempre covava il sogno di mostrare i muscoli e giocare alla guerra, così come tanti fra i governanti di allora sembravano considerare la scuola un covo di insegnanti comunisti traviatori di giovani; e le scelte a loro modo si spiegavano, e naturalmente suscitavano le aspre e consapevoli reazioni di chi aveva del mondo e delle priorità una visione del tutto diversa. Ma oggi, avvertendo che queste scelte sono solo frutto di un calcolo opportunistico e strumentale (faccio quadrare i conti, sommo obiettivo, intervenendo laddove è più semplice e dove urto meno interessi forti), molti si trovano davvero spiazzati.
Qui entra in ballo la nostra letteratura e quel che vediamo dal nostro osservatorio privilegiato. La sensazione, suffragata appunto dal rapporto coi nostri aspiranti autori, è che si stia verificando una sorta di gelata della passione civile. È infatti certo che molti, anche banalizzando, vedevano nella precedente classe di governo la rappresentanza di un’Italia che non ha la cultura in simpatia, che la considera fronzolo e orpello, che si richiama a radici “popolane” e “volgari” nell’accezione meno nobile di questi termini; mentre in realtà quella classe politica era la fedele e plastica espressione di una certa cultura, di valori e modi di vivere veicolati, e talora imposti attraverso la comunicazione, nel corso di un buon paio di decenni. A questa cultura, o anticultura che dir si voglia, una buona parte della società civile si è vigorosamente contrapposta, creando e divulgando una diversa visione delle cose e una diversa scala di valori. Tra le due parti, con forme e sensibilità diverse, si è in ogni modo mantenuto aperto un confronto che si è espresso anche, appunto, attraverso la creazione letteraria, la narrazione attenta alle dinamiche sociali.
Oggi tutto questo sembra venir meno. Perché il clima sociale dominante non oppone due diversi modi di essere e di pensare, ma veicola la supremazia inevitabile di una scienza algida: quasi che le leggi dell’economia e della finanza fossero le Tavole scolpite da mano divina sul Sinai e non il frutto di scelte politiche e filosofiche. La nuova Grande Paura, con i suoi dogmi e i comportamenti riflessi, sembra aver silenziato le coscienze e le menti, inaridendo o spiazzando la capacità critica e creativa.
Si respira, in Italia e in Europa, la scorata sensazione di chi ha recepito il messaggio che i nuovi tecnocrati sono riusciti a trasmettere: un altro mondo non è possibile. Non si tratta più di scegliere da che parte stare, o di ragionare su nuovi scenari, ma di conformarsi all’inevitabile, alla suprema legge che tutto determina. E chi non sta alle regole, chi pretende di ragionare prima di costruire il proprio futuro, chi mostra una pericolosa curiosità intellettuale, è uno sfigato.

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Il sorpasso. Investire sui sogni e la paura del futuro

di Cristiano Abbadessa

Intorno alla metà di questo mese ho notato, quasi per caso, il delinearsi di un fenomeno strano e preoccupante. Forse casuale, certamente registrato da un osservatorio piccolo e del tutto particolare, ma probabilmente significativo e non accidentale. Tale, in ogni caso, da meritare qualche riflessione.
Per spiegare di che si tratta, devo partire da un po’ di aride cifre, da qualche percentuale e qualche statistica, fra l’altro ripetendo qualche notizia che ho già dato, ma che è indispensabile ricapitolare.
A fine ottobre la nostra redazione aveva ricevuto, a partire dall’aprile 2010, quasi un migliaio di proposte editoriali; dunque, in venti mesi era arrivata a una media, quasi costante seppure con qualche picco e qualche risacca, di una cinquantina di proposte mensili o poco meno, per una media di 1,65 proposte editoriali al giorno: un dato abbastanza normale per un piccolo editore che ha dichiarato di essere aperto e disponibile alla valutazione di opere. Come ho già raccontato, ci sono arrivate anche molte offerte di collaborazione, richieste di lavoro e curriculum speranzosi, a partire non da subito ma da quando la casa editrice, pubblicando i primi titoli, si è manifestata al mondo; diciamo perciò un centinaio in quattordici mesi, che fa una media di quasi otto al mese e di circa 0,30 al giorno; non poche visto che non abbiamo mai incoraggiato questo tipo di proposte.
Bene: tra il 7 e il 21 novembre mi sono accorto che stava accadendo qualcosa di strano: le proposte editoriali, senza alcun motivo apparente, andavano calando, fin quasi a rarefarsi; viceversa, si mantenevano costanti, e anzi aumentavano, le offerte di collaborazione. Ho tirato una riga alla fine delle due settimane e fatto due conti: erano arrivate sei proposte editoriali (di norma, nello stesso periodo ne arriva almeno una ventina, o più), per una media inferiore allo 0,5 al giorno, e sette offerte di collaborazione (esattamente una ogni due giorni), con una media quasi doppia rispetto al solito. Ma quel che mi ha colpito è che, seppure per un periodo limitato, si è verificato il sorpasso: il numero di quanti cercavano un lavoro (mai offerto da noi), in quelle due settimane ha superato il numero di quanti speravano di essere pubblicati. E, in ogni caso, un rapporto che di solito è di circa sei a uno si era portato in equlibrio.
Ora, è chiaro che può essere stato un caso o un puro scherzo del destino (in effetti, nella settimana successiva sono arrivate quattordici proposte editoriali, riportando la media sul suo standard più elevato). Però è accaduto, e certi segnali non vanno del tutto ignorati.
Una spiegazione, non volendo credere alla totale casualità, me la sono data. Provate a tornare, nel turbinio della cronaca, a quanto accadeva in quei giorni: governo sull’orlo della crisi, la resistenza passiva di Berlusconi e poi le dimissioni, una staffetta avvenuta in modi e tempi inusuali e irrispettosi delle procedure costituzionali, un perenne stato di allarme economico e finanziario. Un’informazione ansiogena e trafelata ha per giorni generato paura, senso di insicurezza, timore del presente e scarsa fiducia nel futuro. Persino un evento politico tanto atteso o temuto (a seconda dello schieramento) come il tracollo di un governo in liquefazione e la resa di un protagonista epocale e controverso come Berlusconi sono in buona parte passati in secondo piano, nei cuori e nelle menti delle persone comuni, di fronte alla preoccupazione per il domani, al senso di un’eterodirezione della nostra sovranità, alla richiesta di “lacrime e sangue”, al timore che tutto si sarebbe infine scaricato in un costo che ciascuno di noi avrebbe pagato, e pesantemente, di tasca propria. Può essere una reazione spiegabile, dunque, quella di accantonare sogni di lunga e complessa realizzazione (come la speranza di pubblicare una propria opera) per dedicarsi alla concreta ricerca di uno scoglio cui aggrapparsi (come un lavoro, più o meno stabile e più o meno pagato, ma pur sempre in grado di far portare a casa qualche euro in più).
Reazione spiegabile, ma che ancora una volta induce a sospettare che, troppo spesso, la proposta editoriale avanzata dall’aspirante autore nasconda più un gioco che un sogno. Perché nei tempi duri e incerti i giochi si può anche lasciarli da parte, in favore di un’immediata concretezza, ma i sogni no. E allora, paradossalmente, ben vengano la crisi e la paura, se possono aiutarci a risolvere un equivoco. Dare corpo alla propria vocazione di scrittore può essere un sogno di difficile realizzazione, ma di certo tale è destinato a rimanere se non vi sarà a supporto il coraggio di investire su se stessi, la fiducia nella propria capacità, la voglia di rischiare e di fare.
Forse la grande paura è durata solo quelle due settimane, ma credo che la morale della piccola storia non sia da trascurare. Cercando, naturalmente, di dare al tutto una chiave di lettura positiva. E in questo mi aiuta, come racconterò meglio nei prossimi giorni, l’esperienza appena conclusa della partecipazione a “Un libro a Milano”, salone della piccola editoria indipendente. Dove, rispetto al passato, si sono incontrati più operatori del settore, si sono intrecciate relazioni fertili, si è notata una voglia di fare e inventare risposte anche in situazioni obiettivamente difficili. E, magari, si è visto in giro qualche perdigiorno in meno.

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Non è il governo dei poteri forti? E allora parliamo di Iva sugli e-book

di Cristiano Abbadessa

Nel corso del dibattito parlamentare sulla fiducia, il nuovo presidente del consiglio Mario Monti ha tenuto a precisare, anche con una punta di infastidita ironia, che il suo nuovo governo non è, come dicono molti e da diverse parti politiche, espressione dei famigerati “poteri forti”. Affermazione su cui sarebbe lecito avanzare qualche riserva, vista la storia personale di Monti e dei suoi ministri, le circostanze che hanno portato all’insediamento di questo governo e persino le procedure, costituzionalmente piuttosto atipiche, che hanno portato alla nomina del nuovo esecutivo. Ma si tratta di questioni politiche sulle quali non è qui il caso di indagare oltre.
Proviamo allora a prendere per buona l’affermazione, chiedendo però qualche riscontro concreto. E, tralasciando per un attimo la verifica dell’indipendenza dai veri “poteri forti” della finanza internazionale e dell’economia politica globalizzata, accontentiamoci in prima battuta di vedere come il governo si comporta coi “poteri deboli”, ovvero con quei gruppi dominanti tutti autoctoni che hanno finora occupato, a partire dalla non controversa figura del presidente-operaio-imprenditore, il governo nazionale; poteri che magari fuori dai confini italiani contano poco e vengono snobbati con sufficienza, ma che in casa nostra hanno dettato legge e leggi, facendo del conflitto d’interessi una barzelletta che è persino diventato stucchevole evocare.
Il settore editoriale è un buon terreno su cui misurare la dichiarata indipendenza del professor Monti, trattandosi di uno dei settori dell’economia nazionale in cui più è evidente la concentrazione di denari e poteri nelle mani di una ristretta oligarchia, che condiziona il mercato interno dettandone le regole di funzionamento e controllando direttamente tutte le fasi della filiera. E un buon banco di prova, in questo campo, rappresenta la questione dell’Iva sugli e-book, che è oggi al 21% (mentre quella sui libri cartacei è al 4). Questione che, fra l’altro, è certamente di competenza dell’esecutivo (e non del legislativo, che è il parlamento) e che potrebbe tornare di piena attualità, visto che si ventila un ulteriore possibile ritocco di questa forma di tassazione.
Siccome di una riduzione dell’Iva sugli e-book beneficerebbero tutti gli editori, grandi e piccoli, va forse spiegato perché questo provvedimento sarebbe in realtà un riequilibratore del mercato e non un favore ai soliti grandi squali. Il fatto è che, a oggi e nel mercato italiano, l’e-book è molto più importante per i piccoli editori che per i colossi del settore. Basta guardare la ripartizione delle quote del mercato degli e-book, dove si riducono di molto le posizioni dominanti ed emergono più facilmente soggetti diversi dai soliti noti; e se è vero che questo dato era addirittura clamoroso fino a qualche mese fa (perché i grandi editori hanno a lungo nicchiato e si sono rassegnati di contraggenio alla vendita degli e-book con un certo ritardo), è vero anche che sostanziali e incoraggianti differenze rispetto al mercato dei libri tradizionali resistono anche oggi che tutti gli editori mettono a disposizione la versione elettronica di ogni opera edita. Va da sé che, mentre per un grande editore l’e-book rapprenta lo zerovirgolazero e qualcosa del suo fatturato, per un piccolo spesso costituisce una percentuale che comincia con un numero primo.
Va poi aggiunto che l’e-book riduce le differenze determinate dalla diversa capacità di investimento pubblicitario: certo, il lettore che ha già deciso cosa comprare è per forza condizionato dalla qualità e dalla quantità della comunicazione messa in campo, e qui i grandi editori conservano il loro vantaggio di partenza. Questa è però la stessa, particolare, situazione del lettore che entra in libreria ordinando a colpo sicuro quel titolo. Ma vi sono poi i lettori che entrano in libreria aggirandosi tra gli scaffali, curiosando, leggendo le quarte di copertina e facendo dopo la loro scelta; e in questo caso vi è una bella differenza tra l’aggirarsi in una libreria che ti propone in evidenza alcuni titoli e altri li nasconde nel retrobottega, e navigare nei siti degli store di e-book, dove la condizione di partenza è grossomodo uguale per tutti. E, in generale, va detto che distributori e venditori di e-book praticano una politica diversa da quella delle catene librarie (ovviamente, perché le catene sono proprietà di chi sappiamo), ruotando molto di più gli spazi di maggiore visibilità, le offerte e le opportunità promozionali.
La questione dell’Iva è importante, come abbiamo già avuto modo di spiegare. L’Iva al 21% infatti azzera (e, anzi, ribalta la situazione) il risparmio che l’editore realizza, con l’e-book, grazie all’assenza di una produzione industriale e della spesa per la materia prima (la carta). Se, a oggi, l’e-book può essere messo in vendita a un prezzo inferiore rispetto allo stesso titolo cartaceo è solo grazie alla filiera più corta (l’e-book nasce con un distributore che è anche venditore), con un ricarico inferiore delle percentuali spettanti alla parte commerciale. Ma questo margine di risparmio per l’editore si va assottigliando, con l’entrata in gioco dei grandi store (da Ibs fino a Amazon), che rivestono nell’e-commerce la stessa funzione della libreria, che non sono distributori ma venditori e che portano quindi la filiera dell’e-book ad assomigliare ormai, anche nei costi, a quella del libro tradizionale. E, a questo punto, il rischio sarà di svendere e-book in perdita o metterli in vendita a un prezzo più alto del titolo cartaceo, determinando la crisi di un settore dove il piccolo editore avrebbe le armi per competere; o comunque riassegnando un vantaggio al grande editore che, nella sua economia di scala, può scegliere se snobbare gli e-book (vendendoli a prezzi alti e contribuendo ad affossare il settore) o se assorbire gli effetti di una vendita sotto costo praticando una sorta di dumping.
Sarebbe quindi il caso che la voce dei piccoli editori si levasse, con una certa forza, per chiedere che l’Iva sugli e-book venga parificata a quella sui libri cartacei e portata al 4%. E sarebbe bene che la flebile voce di Autodafé non restasse isolata.
Vogliamo chiamarlo appello? Va bene. Vediamo se qualche piccolo editore sottoscrive e vediamo se riusciamo a farci sentire dal governo del professor Monti.

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