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Virtuale e reale. La rete, la piazza e la notizia

di Cristiano Abbadessa

Tutti voi avrete letto e sentito la notizia del parroco di Lerici che ha affisso sulla porta della sua chiesa un volantino nel quale si invitavano le donne a fare autocritica e a ripensare ai propri comportamenti “provocanti”, che potrebbero a volte spiegare, se non giustificare, le aggressioni violente di cui sono fatte oggetto.
Non entro qui nel merito della questione: per la mia visione del mondo, neppure vale la pena di rispondere a certe mostruosità, per quanto forse drammaticamente più radicate nel comune sentire di quanto l’intelligenza vorrebbe.
Mi interessa invece ripercorrere la genesi della notizia, con qualche puntualizzazione.
Ho detto che tutti voi avrete letto e sentito quel che ha fatto il parroco. Solo i più attenti avranno però notato che il testo riportato sul volantino non era una produzione intellettuale (diciamo così) del parroco, ma una parziale citazione di un commento pubblicato su un sito web. Questo sito, di cattolici ultraconservatori, non è un blog privato di qualche sconosciuto mattacchione: ha una sua struttura, è costantemente aggiornato, pubblica commenti, notizie, interviste, recensioni. Ha un buon numero di visitatori e una passabile quantità di “amici” su facebook. Sul sito, il commento che invitava le donne all’autocritica è stato pubblicato parecchi giorni fa (e al primo articolo ne sono seguiti altri, dello stesso tenore). L’esposizione in rete di questa orripilante opinione, però, non ha sollevato alcun clamore.Luther95theses
Perché la notizia diventasse di pubblico dominio è stato necessario, per prima cosa, che il parroco di Lerici riprendesse la tesi su un volantino ed esponesse il foglio sulla porta della chiesa. Utilizzando un antico strumento come il volantino, tanto in auge fra i gruppettari negli anni settanta, ma rifacendosi addirittura a una tradizione secolare che riporta alla mente il Lutero che affigge le 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg (ed è con un certo gusto che uso questi termini di paragone, così lontani dal sentire del parroco in questione), il prete è riuscito a far conoscere questa opinione perlomeno ai suoi parrocchiani e compaesani. Solo attraverso l’affissione la tesi ha cominciato a far notizia, muovendo all’indignazione almeno la comunità locale.
Di fronte alla sollevazione di una parte (ahimé, una parte) della cittadinanza e ai provvedimenti del vescovo, la notizia è diventata materia ghiotta per i grandi media tradizionali, fino alla scala nazionale. È stata ripresa dai telegiornali e poi, finita la pausa natalizia, rilanciata e commentata su tutti i quotidiani.
Solo allora è diventata effettivamente di pubblico dominio.
Ancora una volta, mi si conferma l’idea che la rete, dando la parola a tutti, abbia illuso molti di parlare al mondo, mentre non parlano che a una comunità ristretta e autoreferenziale, magari numericamente ampia ma chiusa. L’orrida opinione sulle donne provocatrici l’avranno letta centinaia o migliaia di persone; ma, di sicuro, soltanto abituali frequentatori di un sito fortemente connotato, e perciò probabilmente in aprioristica sintonia con una tesi di questo tipo.
Niente di male. Si possono creare ambiti ristretti e identitari, di dimensioni neppure disprezzabili, nei quali far circolare le proprie idee (o le proprie produzioni, o le opinioni, o tutto quel che si vuole comunicare). L’importante è rendersi conto di quanto certe comunicazioni postate in rete, apparentemente a disposizione del mondo, siano destinate a restare patrimonio di pochi.
Per uscire dal virtuale circoscritto e trasferirsi nel mondo reale, una notizia o un’opinione hanno, ancora oggi, bisogno di essere portate in piazza. Dove ci sono gli altri.

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Book City e i giornalisti. Servitù senza memoria

di Cristiano Abbadessa

Spiace ritornare su questioni già affrontate. Spiace perché rischia di annoiare (a me un po’ annoia) e perché ci sarebbero argomenti più interessanti di cui parlare. Poiché, però, per questi ultimi non c’è fretta, il gusto per la verità e la memoria impongono di riparlare del Book City, la rassegna dei “grandi” editori che tra poco andrà in scena a Milano.
Sull’argomento, ricorderete, ho già rivolto una serie di domande all’assessore Boeri, responsabile milanese della cultura, chiedendo alcune delucidazioni (tanto per avere conferma o smentita di voci davvero sgradevoli) e domandandogli ragione di una scelta, politicamente contraddittoria, tutta a favore della grande editoria e a discapito di quella marea di soggetti più piccoli (dagli editori agli autori, dagli artisti ai lettori) che formano il vero tessuto connettivo della realtà culturale milanese. L’assessore non ha finora ritenuto di rispondere, né credo lo farà mai. Diciamo che ha fatto la sua scelta di campo, molto discutibile, e gli si chiederebbe semmai, a questo punto, di avere l’onestà intellettuale di dichiararla.
Ma questa volta a disturbarmi sono stati alcuni articoli di presentazione dell’iniziativa. E devo dire che l’atteggiamento dei giornalisti, in questa vicenda, mi pare ancor meno giustificabile di quello dell’assessore. Perché Stefano Boeri può fare le sue scelte (come quella di dare appoggio e fondi ai grandi editori, ignorando il resto del panorama culturale cittadino), rispetto alle quali dissentiamo, essendo comunque chiamato un domani a rispondere del suo operato in sede politica ed elettorale. Ma i giornalisti, almeno in linea teorica, dovrebbero rappresentare la coscienza critica della società civile, essere al servizio dei lettori e non comportarsi da servi proni ai voleri dei vari potentati.
Al punto, ha dato davvero fastidio veder presentare, in articoli che sembravano più pubblicità redazionali che altro, il Book City come prima rassegna della letteratura milanese, ignorando del tutto il FestivaLetteratura di giugno, che ha avuto un seguito e una partecipazione tutt’altro che trascurabili. E ancor più fastidio ha dato veder riferire senza alcun commento la mirabolante invenzione, che Boeri e gli organizzatori ascrivono al loro genio, del “festival diffuso”, della letteratura portata nei luoghi della città, della cultura che va incontro ai cittadini. Tutti slogan e concetti copiati pari pari dal progetto del FestivaLetteratura, riproposti senza nemmeno cambiare un termine o l’ordine di esposizione.
Tutto ciò infastidisce perché, oltre a non rendere merito a chi ha “inventato” quella che è stata davvero la prima rassegna culturale diffusa sul territorio cittadino, determina una delle più classiche operazioni di occultamento della memoria. Gli stessi giornali che ora dedicano ampio spazio al “primo festival milanese ecc ecc”, infatti, hanno dato bene o male, seppur con minore rilievo, notizia e conto della rassegna di giugno. Sarebbe bastato dare un’occhiata in archivio per evitare di avallare quella pretesa primazia che i “grandi” si ascrivono con noncurante faccia tosta. E magari, se non è chiedere troppa fatica, se qualcuno si fosse preso la briga di andarsi a rileggere lo spirito e gli intenti del FestivaLetteratura (che da mesi sono reperibili in rete) si sarebbe anche accorto che i geniali creatori del Book City altro non hanno fatto che fotocopiare un’idea e un progetto, appropriandosene.
A questo punto, tanto per fare un po’ di informazione, vale forse la pena di raccontare quel che è accaduto. I grandi editori milanesi tramano da tempo per creare una grande manifestazione letteraria nella loro città, frenati però dalle possibili ricadute negative nei rapporti con altri eventi ben radicati e storici, come il Salone di Torino e il Festival di Mantova. Per anni hanno ipotizzato fiere concorrenziali, rassegne festivaliere e altre soluzioni che, però, li mettevano in diretta rotta di collisione con gli eventi esistenti; così, frenati da continue differenze di vedute all’interno del loro circolino, si erano ritrovati a rinviare all’infinito, non trovando la misura né l’accordo per uscire dallo stallo. Il FestivaLetteratura, che ha dato visibilità e spazio al vitalissimo “sommerso” della cultura milanese, li ha quasi costretti a forzare i tempi e superare i distinguo, nella speranza di soffocare nella culla l’evento appena nato facendone subito seguire un altro, ben più reclamizzato. Oltretutto, il festival di giugno ha risolto loro il problema della formula: l’hanno copiata pari pari, trovandola diversa quanto bastava dal Salone torinese e dal Festival mantovano. La pronta sponsorizzazione politica ha fatto il resto.
Di queste dinamiche potrebbe occuparsi qualche giornalista delle pagine culturali, se ne sopravvive qualcuno che non si limita a fare da ufficio stampa per singoli o associati colossi dell’editoria. E sarebbe interessante che le raccontasse al grande pubblico dei lettori.
Quanto alla speranza di soffocare il FestivaLetteratura nella culla, però, i grandi editori hanno certamente sbagliato i conti. Il festival è già in moto per la seconda edizione, si sta radicando con varie iniziative sul territorio, continuerà a esistere e a difendere la formula dalle goffe imitazioni. E poiché il FestivaLetteratura è nato prima e, con buona pace dei replicanti, ha davvero lanciato un diverso approccio alla diffusione della cultura, vale anche in questo caso la regola del paradosso di Zenone: per quanto sia dieci volte più veloce (e più potente), Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga.

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Blog e legge bavaglio: l’obbligo della trasparenza e il diritto alla verità

di Cristiano Abbadessa

Oggi avrei voluto parlare ancora dei nostri rapporti con le librerie, alla luce di alcuni episodi sconcertanti. Oppure mi sarebbe piaciuto approfondire il senso e la necessità della nostra proposta di abbonamento-sostegno (alla quale vi invito comunque caldamente ad aderire con la prenotazione fatta nelle modalità previste). Temi che verranno buoni per le prossime puntate.
Una casa editrice che si richiama alla “realtà sociale dell’Italia contemporanea”, infatti, non può sottrarsi al dibattito, sfociato in sommossa, sulla cosiddetta legge-bavaglio; quella legge che, partendo dalla necessità di silenziare le malefatte di alcuni, si dedica a mettere la mordacchia all’informazione nel senso più ampio ed esteso del termine, cogliendo in tal modo una serie di risultati connessi e certamente graditi al benficiario sommo.
Vorremmo qui limitarci, per non debordare, agli aspetti della legge che riguardano i siti informatici, quindi anche questo blog. Tema comunque delicato, perché sarebbe ingiusto nascondere che troppi, in nome della libertà di opinione, hanno interpretato il web come uno spazio in cui si è autorizzati a qualunque affermazione, vera o falsa, interessata o calunniosa, con la pretesa di non esserne in alcun modo chiamati a rispondere. Pretesa fuori luogo, ovviamente, perché la diffamazione deve sempre essere perseguibile e ciascuno deve, di fronte alla legge, assumersi la responsabilità di ciò che dice o pubblica.
La legge-bavaglio però, avendo altri scopi, non va a risistemare qualche abuso che può essere stato compiuto, ma interviene pesantemente con una filosofia che va a toccare almeno tre nervi scoperti del diritto all’informazione che spetta a ogni cittadino. E sono interventi che restano, in tutta la loro efficacia, anche qualora andasse in porto quell’emendamento di mediazione che limita gli effetti della nuova legge alle testate giornalistiche registrate presenti nella rete.
In primo luogo, la legge va a incidere su quella trasparenza che per una parte del nostro paese è un diritto e per l’altra un obbrobbrio. È chiaro che la prima pensata è quella di proteggere il diritto all’intrallazzo riservato della classe politica, che per definizione dovrebbe peraltro essere quella maggiormente disponibile a porsi sotto i riflettori; e, sullo specifico, non serve dire altro. Ma va aggiunto subito che questa logica del fare e non dire, della riservatezza, dell’inciucio inter nos, dell’informazione che circola solo tra gli addetti ai lavori, del chiacchiericcio magari malevolo ma confinato, tutta questa logica, dicevo, non appartiene in esclusiva alla classe politica, ma è anzi sgradevole vezzo diffuso in tantissimi ambiti e categorie. Con il nostro blog, ci pare sia evidente, ci siamo sempre scagliati contro questo modo di essere, basato sulla relazione, la soffiata, la notizia da non divulgare; abbiamo messo in piazza alcuni meccanismi, tutt’altro che virtuosi, dell’editoria e del mercato editoriale, raccontando verità spesso scomode e ritrovandoci puntualmente guardati con sospetto da quanti ritengono che “certe cose devono restare nell’ambiente” e che raccontarle in giro (nel caso, ai lettori) non è bello. In questo senso, sono i cardini stessi della legge bavaglio a contrastare con quella necessità di trasparenza che abbiamo sempre invocato e che, in politica come in editoria o in mille altri settori, può far paura solo a chi ha qualcosa di poco limpido da nascondere.
Il secondo aspetto è apparentemente più tecnico, e riguarda l’obbligo di pubblicare la smentita dell’interessato. Su questo vi rimando alla campagna di Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011), ma con l’avvertenza di leggere per intero il testo dell’articolo 29 (c’è il link) e con qualche postilla. Perché un blog è, per sua natura, spazio aperto di discussione, e appare quindi quasi naturale dare diritto di replica a tutti. Tale diritto, però, non può prevedere che chi interviene a smentire, confutare o correggere debba essere pubblicato “senza commento”, come prevede il comma b). Perché, appunto, se si parla di opinioni o interpretazioni dei fatti, il diritto di replica è reciperoco, e chi legge deve essere aiutato a capire dove sta la ragione. Ma, soprattutto, perché non sempre le smentite riguardano opinioni o interpretazioni, ma si riferiscono più spesso a fatti: i quali, per natura, possono essere sì soggetti a spiegazioni e punti di vista, ma, per prima cosa, o sono veri o sono falsi. E il lettore deve essere messo nella condizione di sapere se un fatto è avvenuto davvero, e non lasciato nell’incertezza tra chi dice “è successo questo” e chi smentisce “non è affatto successo così”.
E qui arriviamo all’ultimo punto, che riguarda l’accertamento della verità, cui il cittadino ha sempre diritto. Ed è evidente che non può essere un blog (o un giornale, o una tv: per questo dico che gli emendamenti a circoscrivere non cambiano la natura dell’oggetto), con le sue verità contrapposte, la sede dove stabilire chi dice il vero e chi il falso. Perché, per essere chiari, se io dico e scrivo (e infatti l’ho scritto) che le grandi catene distributive dell’editoria impongono ai librai di sottostare a determinate regole, sto raccontando una verità che è certificata da prove e testimonianze di cui sono in possesso; ma è assai probabile che, se dovessimo entrare, rimanendo nell’ambito mediatico, in una contesa con un grande editore-distributore-venditore che mi smentisce, difficilmente i testimoni, per intuibili ragioni di convenienza e paura, confermerebbero le affermazioni che mi hanno fatto. Infatti, la sede per stabilire l’eventuale diffamazione ai danni del grande distributore (ove io avessi mentito) sarebbe il tribunale; dove, però, il testimone sarebbe tenuto a dire la verità, pena il reato (penale) di falsa testimonianza. Perciò, parlando di fatti nudi e crudi e non di opinioni, se io sono certo di aver scritto una cosa vera non vedo quale legge possa obbligarmi a pubblicare una smentita che so per certo affermare il falso; chi si ritiene danneggiato sporga querela, e nella sede adatta procederemo all’accertamento della verità.
Alla fine, la legge-bavaglio, a parte i ben noti scopi personali di qualcuno, ha il vero grande obiettivo di aumentare quella straordinaria opacità e quel relativismo (non etico, ma fattuale) che contribuiscono a mantenere i cittadini, se non nell’ignoranza, almeno in quella sospesa condizione di chi crede che non si possa mai sapere con certezza chi ha ragione e chi dice il vero; e, quindi, a non fare mai nulla di concreto per cambiare le cose.

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