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La narrazione e la dietrologia: due momenti della riflessione

di Cristiano Abbadessa

Contravvengo a una delle norme auree stabilite al momento della creazione di questo blog, che dovrebbe dare spazio a “libri, autori e lettori di Autodafé”. Questa volta parlerò di un libro e di un autore che nostri non sono, pur non escludendo affatto che l’autore sia anche lettore di opere di Autodafé e mi permetta quindi di salvare la forma e la regola. Lo faccio volenieri, un po’ perché non è incoerente dedicare attenzione a un autore per certi versi vicino e un po’ perché il libro mi offre uno spunto preciso per tornare, come vedremo, su un tema che ho affrontato una settimana fa e sul quale il nostro Antonio Sofia si è espresso con considerazioni molto pertinenti e propedeutiche al ragionamento che qui svilupperemo.
Il libro in questione è Quando il comunismo finì a tavola (sottotitolo, più esplicativo: Trentatré anni per smettere di mangiare bambini), edito da Caratterimobili. L’autore è Fernando Coratelli, buon animatore della scena letteraria milanese, col quale ci siamo incontrati in diverse occasioni e al quale ci accomunano senza dubbio alcune sensibilità. Durante una delle iniziative cui abbiamo partecipato (la giornata del libro al Balubà Café, organizzata dalla libreria Il mio libro sul modello della festa catalana di Sant Jordi), Fernando Coratelli ha presentato questa sua opera, difficilmente catalogabile, tanto da aver scherzosamente lamentato di essere finito, nelle librerie, tra i saggi e non tra le opere di narrativa. Scelta forse discutibile ma non peregrina, perché la narrazione è in questo libro un tenue filo, con l’aggiunta di un prologo e di un epilogo maggiormente letterari e inseriti quasi di forza e pretesto, a mio modesto avviso, tra le parti meno riuscite dell’opera.
Il libro, invece, è nel suo insieme estremamente godibile. Non è questa la sede per farne una recensione, ma per dare l’idea dirò che, nei contenuti anche se non nella struttura, si richiama un po’ a Il più mancino dei tiri di Edmondo Berselli. Si tratta, in sostanza, di considerazioni e ricordi che, seguendo alcune precise tappe cronologiche, si sviluppano in realtà a ruota libera mescolando con sapienza molti ingredienti: c’è tanta politica (e lo si capisce dal titolo), tanta storia contemporanea, molto sport, molta musica, parecchio costume e un po’ di gastronomia a fare da filo rosso (in senso letterale). Il tutto in una visione soggettiva che, con felice invenzione, mette a confronto l’alter ego dell’autore (più ego che alter, direi) e un interlocutore adeguatamente pretestuale.
Oltre a ricordarmi Berselli, più immodestamente il libro mi ha anche ricordato la serie di blog con pretesa di narrazione cronachistica che tenni per due anni qualche tempo fa. Vi si avvicina per i temi e per alcune invenzioni di contorno, anche se diversissimi sono gli scopi (qui una summa da condensare in un breve libro compiuto e finito; là una narrazione in divenire che si nutriva di tutto e si moltiplicava) e le scelte di contestualizzazione (qui un autore che si confronta con un altro personaggio; là un autore che si scomponeva in tre diversi protagonisti che interagivano tra loro).
Libro piacevole, dicevo. E, volendo fare un complimento, direi proprio che non l’ho divorato, ma che ho al contrario cercato di centellinarlo. Perché il vero gusto, almeno per me, è stato quello di immaginarmi terzo interlocutore al tavolo coi due protagonisti e di interagire con loro sul filo dei ricordi, delle impressioni, delle riletture, dei giudizi; operazione fra l’altro particolarmente adatta per chi è del 1961 o dintorni come lo sono io (se leggerete il libro capirete perché mi era facile e divertente fare il terzo attore), ma potenzialmente stimolante per chiunque.
Una delle interazioni immaginarie che ho sviluppato durante la lettura, però, voglio ora renderla pubblica, capitando fra l’altro a fagiolo coi temi toccati ultimamente in questa sede.
Almeno un paio di volte (ma forse tre), spiegando al suo interlocutore recenti fatti storici di particolare gravità e dai contorni molto ambigui, il personaggio-autore frena il suo tracciare interpretazioni e scenari giustificando con un “non voglio passare per dietrologo” il suo troncare e ridurre l’analisi. Frase che mi ha colpito e forse disturbato, anche perché ripetuta quanto basta per diventare, in un libro molto breve, una sorta di refrain.
Capisco che dietrologia è diventata una sorta di parolaccia, con la quale si vuole oggi identificare la mania di sfuggire le spiegazioni semplici per mestare in torbidi e improbabili scenari di complotto (altra parola impronunciabile). Capisco, ma non condivido affatto. Perché la dietrologia, per me, è l’arte di capire cosa sta dietro a un evento, quali ragioni lo hanno generato, per quali motivi è accaduto in quelle forme. A rigore, la dietrologia è la base della scienza e del progresso: chi è più dietrologo di un Newton che, arrivandogli in testa una mela matura, anziché lamentarsi per il bozzo o mangiarla felicemente si mette a chiedersi cosa sta dietro un fenomeno che la natura replica da millenni? E quel che vale per Newton vale per tutti coloro che ci hanno fornito le spiegazioni sulle cause e ne hanno descritto i processi.
Dietrologia
ha cominciato a essere una parolaccia quando il potere ha capito che una spiegazione ufficiale di comodo può bastare a nutrire quanti, superficialmente travolti dalla massa di informazioni, si interrogano solo su cosa è accaduto e chi è stato, ma per nulla si interessano al come è avvenuto un fatto e soprattutto perché. Ignorando, fra l’altro, che indagare il come e il capire il perché, spesso rende molto più semplice e veritiero leggere il chi e il cosa.
La storia recente del nostro paese, come l’attualità di questi tempi, è piena di eventi che meritano una riflessione e un’indagine accurata, prima di una spiegazione. Autodafé, come sapete, è nata proprio con questo intento: non fornire verità, comode o scomode che siano, come avviene nella saggistica d’inchiesta, ma proporre una narrazione in grado di stimolare la riflessione e, quindi, la comprensione. Per arrivare a questo, noi ci mettiamo la narrazione, ma è ovvio che spetta al lettore – con la sua cultura, la sua sensibilità, la sua curiosità intellettuale, la sua passione politica – metterci la capacità dietrologica di andare oltre il semplice racconto e di trasformare la pura letteratura in punto di partenza per una crescita civile.
Sono certo che Fernando, per sua formazione e propensione, è in realtà d’accordo con quanto dico. Di più: sospetto che le frasi sul non voler passare per dietrologo siano messe a bella posta, con buon senso di autoironia, in un libro che in realtà di dietrologia è giustamente, e inevitabilmente, ricco. Ma mi piace puntualizzarlo in forma esplicita, per ridare dignità a una scienza che sta alla base della conoscenza e che si è, e non per caso, voluto trasformare in parolaccia.

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Leggere fa bene alla salute. Soprattutto i libri di Autodafé

di Cristiano Abbadessa

Lo dicono gli scienziati, a cominciare da medici e psicologi: leggere fa bene alla salute. Fra le attività sedentarie, è quella che, per svariate ragioni, risulta maggiormente indicata per i suoi effetti positivi sul benessere psicofisico. Ma vi è di più: se analizziamo i risultati presentati in recenti convegni e simposi internazionali, scopriamo che a far bene alla salute sono proprio i libri pubblicati da Autodafé. Che non viene espressamente citata, ma è come se lo fosse.
Leggere fa bene agli occhi, dicono gli scienziati. Contrariamente alla credenza secondo cui la lettura affatica la vista, in realtà si tratta di un’attività molto riposante, a differenza del guardare la tv o un film al cinema, perché il bianco e nero della carta stampata ha effetti rilassanti, mentre i colori, talora troppo forti o troppo vivi, di tv e cinema finiscono per stancare la vista e alterarne la percezione. Ovviamente i benefici per gli occhi si avvertono soprattutto leggendo quei libri che sono stampati in caratteri più grandi e visibili, specie rispetto ai quotidiani e ai rotocalchi, e che, rispetto a questi ultimi, non presentano il fastidioso inconveniente di box colorati. Viene poi da sé che gli effetti benefici sono amplificati quando il libro è stampato su una carta adeguata, per colore e opacità; gli studi citano espressamente la carta Fedrigoni, che è quella (pur costosa) su cui stampiamo le opere della nostra casa editrice.
Persino banale sottolineare che gli scienziati ricordino quanto il silenzio, prerequisito essenziale per la lettura, abbia a sua volta effetti benefici sul sistema nervoso e sensoriale. A parte i disturbi all’udito che possono verificarsi con la frequentazione di ambienti troppo rumorosi, va ricordato che gli improvvisi sbalzi di volume rappresentano una scossa emotiva di complicata gestione. Meglio leggere, dunque, piuttosto che affidarsi alle amplificazioni di tv e film, ma in questo senso è soprattutto pericolosa la musica: dannosissima, in particolare, se viene ascoltata in affollati concerti, in locali dall’acustica ridondante (come le discoteche) o, ancora, attraverso cuffie e auricolari che sparano direttamente nell’apparato uditivo suoni troppo violenti.
Gli scienziati, e questo è meno scontato, sostengono anche che è meglio leggere libri nella loro lingua originale, evitando le traduzioni. Questo perché a volte nel lettore mediamente colto possono scattare dei meccanismi di ritraduzione, quando si chiede quale poteva essere l’espressione usata in originale dall’autore, verificando mentalmente la bontà e l’efficacia del lavoro del traduttore; operazione che affatica e distrae, riducendo gli effetti del rilassamento propri della lettura. Benissimo quindi leggere direttamente in inglese, spagnolo o francese, se si è ottimi poliglotti; ma in ogni caso, per un lettore italiano, più sicuro e riposante leggere autori italiani (come i nostri).
Leggere narrativa, ci dicono ancora gli esperti, è meglio che leggere saggistica. Si tratta di un’attività più rilassante, più ricreativa e rigenerativa. Ma, al tempo spesso, è anche una lettura che mette in moto processi di ricostruzione visiva, stimola la fantasia e aguzza la creatività.
Fra la narrativa, inoltre, gli scienziati sostengono che sia da preferire quella attenta alla realtà sociale (esattamente come quella di Autodafé). Perché aiuta il lettore a restare aggiornato e sensibile, civilmente presente alle grandi tematiche del nostro tempo, ma attraverso una forma rispettosa degli equilibri psichici. Meglio la mediazione letteraria, infatti, della brusca carica ansiogena trasmessa da telegiornali e notiziari radiofonici. E meglio un’attività consapevole e dai tempi dedicati come la lettura, piuttosto che il disordine emotivo che finisce per generarsi attraverso la consultazione compulsiva dei siti informativi online, nella logica dell’eterna connessione alienante.
In pratica, senza nominarci, gli scienziati e gli sudiosi dicono esattamente che leggere i libri di narrativa pubblicati da Autodafé fa bene alla salute, fisica e psichica.
In tempi di salutismo, bisognerebbe costruirci sopra una campagna mediatica conseguente.

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Auguri centenari al Guerin Sportivo. E qualche parallelo con una piccola casa editrice

di Cristiano Abbadessa

Il Guerin Sportivo ha compiuto 100 anni. Significa che da un secolo esatto viene puntualmente pubblicata questa storica testata sportiva, oggi quasi esclusivamente calcistica, che per tutti gli appassionati del settore rappresenta, affettivamente e culturalmente, qualcosa di significativo e di unico nel panorama editoriale italiano, sportivo e non, anche oltre i confini della stampa di genere e di informazione.
Mi fa particolarmente piacere prendermi la libertà di dedicare un post a questa ricorrenza. Un po’ perché il vecchio Guerino è stata una delle prime pubblicazioni che ho scientemente e per libera scelta acquistato con le mie paghette adolescenziali, quando ho cominciato a provvedere in proprio all’acquisto di libri e giornali, allargando l’orizzonte rispetto a quanto già sfogliavo o leggevo perché entrava in famiglia. Un po’ perché l’occasione mi offre la possibilità, a me sempre gradita, di scrivere qualcosa intorno al calcio e allo sport in genere, che sono mie personalissime passioni (tanto che altro sul calcio lo scriverò prossimamente, su questo blog, assumendo però un punto di vista affatto diverso). Infine, anche un po’ perché la storia del Guerin Sportivo mi consente di tracciare qualche beneaugurante parallelo con la nostra piccola casa editrice.
Mi rendo conto che quest’ultimo punto può apparire una forzatura, a prima vista. Cosa può infatti accomunare una testata sportiva periodica con alle spalle un secolo di onorata attività e una casa editrice di narrativa nata da appena un paio d’anni scarsi (e presente nelle librerie da poco più di un anno)? In realtà, qualche linea di paragone si può tracciare, meno pretestuosa di quanto si pensi.
Un primo punto di contatto, quasi simbolico, può essere rappresentato dalla compagine di sei soci che fondò la testata, a Torino, nel gennaio del 1912; sei, come i soci che nel marzo del 2010 hanno fondato Autodafé Edizioni. E sempre a proposito della nascita, abbandonando la numerologia, va ricordato che il Guerino, fin dal nome, è nato “orgogliosamente senza padroni”, senza protettori, senza potentati di varia natura alle spalle, contando sulla bontà dell’intuizione e sulla capacità di realizzare gli intenti con volontà e professionalità; e qui possiamo dire che la nostra situazione di partenza è stata la stessa, anche se con un pizzico di spirito bellicoso in meno e la consapevole umiltà di agire in un contesto ben diversamente sviluppato. Né si può trascurare il colpo d’ala risolutivo che, negli ultimi anni, ha consentito a un claudicante Guerino di rimettersi in sesto e scavalcare la soglia del centenario, persino con uno storico (e inizialmente molto controverso) passaggio dalla cadenza settimanale a quella mensile, con una scelta che sembrava premessa di resa e che ha invece restituito smalto, scopo e ricchezza di contenuti al giornale: un bell’esempio di come si possano, e si debbano, esplorare strade nuove e valorizzare intuizioni che possono apparire azzardi, di fronte alle difficoltà opposte da un mercato ostile.
È però anche vero che, se qualcosa accomuna la nascita e l’oggi, tutto quel che sta in mezzo pare marcare un confine invalicabile tra le due esperienze. Perché Autodafé ha testimonianze che si riducono a un anno e mezzo di dialogo con aspiranti scrittori e lettori, e può vantare un catalogo di una dozzina di titoli pubblicati, in linea con la sua natura di piccola e artigianale casa editrice; mentre il Guerin Sportivo, in questo secolo di vita, ha anche avuto momenti di grandissima diffusione, non è stata solo una intelligente e combattiva testata di testimonianza ma è stato un influente e significativo esponenente del “quarto potere” (almeno in ambito sportivo), ha gravitato talora nell’orbita della grande editoria, ha venduto in alcuni periodi centinaia di migliaia di copie, ha acquisito una notorietà e goduto di una stima generale che, anche nei momenti meno felici dal punto di vista economico, mai sono venuti meno presso gli addetti ai lavori e la parte più sensibile e culturalmente evoluta degli appassionati.
Tutto vero. Infatti, il punto che in essenza ci accomuna va ben oltre le circostanze che ho sopra citato. L’identificazione forte scatta nel prendere atto di come il Guerin Sportivo non ci abbia solo raccontato cento anni di sport o di calcio, ma di come sia stato puntuale e attento testimone dei mutamenti della società italiana, fotografandoli e commentandoli nelle sue pagine come poche altre pubblicazioni hanno saputo fare partendo non da un’ottica informativa ma dalla narrazione e dalla riflessione. La testata, fin dalla nascita, recita che si tratta di un giornale “di critica e politica sportiva”, e già questo vorrebbe suggerire una chiave di lettura dell’evento agonistico del tutto particolare. Ma, in realtà, il Guerino è andato ben oltre la proposizione di un’ottica diversa da cui guardare e commentare lo sport.
Oserei anzi dire che se vogliamo soltanto leggere i mutamenti avvenuti nel modo di raccontare lo sport (penso allo spazio dato alla polemica “ideologica” sulle tattiche di gioco, o all’attenzione per i personaggi e il gossip, o al rapporto con gli altri media che, imponendosi con la forza della recitazione e delle immagini, hanno necessariamente costretto i giornali a reinventare il racconto dell’evento sportivo) è forse più utile e significativo sfogliare le annate di un grande quotidiano sportivo, o le pagine sportive di un grande quotidiano di informazione. Le raccolte del Guerin Sportivo (per i molti che le hanno conservate gelosamente) o la lettura di antichissime pagine riproposte nella celebrazione degli anniversari, ci consentono invece di vedere l’Italia com’era e come è, osservare la società nelle sue evoluzioni, nel mutare dei valori di riferimento e dei linguaggi dominanti. Non per caso, sulle pagine del Guerino hanno scritto alcuni dei maggiori narratori non solo sportivi dell’ultimo secolo; tra i quali mi limiterò a citare Luciano Bianciardi, significativo punto di contatto perché proprio il suo La vita agra rappresenta un paradigma di quel che noi abbiamo inteso come “narrativa capace di favorire la comprensione e la riflessione della realtà sociale contemporanea”.
Questo, per cento anni, è ciò che ha distinto il Guerin Sportivo da tante, pur validissime, pubblicazioni che di sport si sono occupate. E questo ci accomuna, almeno nel nostro sogno di saper raccontare con la stessa efficacia la società italiana attraverso la narrazione letteraria.
Ed è per questo che ho voluto, qui e non altrove, rivolgere il mio augurio di buon centenario al vecchio indomito, sognatore e combattivo, carissimo Guerino.

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