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Se il libraio diventa critico letterario. Il ruolo degli intermediari fra autore e lettore

di Cristiano Abbadessa

Negli ultimi mesi, complici la latitanza o l’inefficienza di buona parte dei nostri distributori, abbiamo avuto modo e necessità di stringere rapporti diretti e più stretti con alcuni librai. Talvolta il rapporto è nato dall’interesse del libraio stesso, altre volte siamo stati noi a cercare la disponibilità di qualche punto vendita indipendente che ci sembrava interessante. In questo secondo caso, può capitare che il libraio risponda o che neppure si degni. Se risponde, può succedere che ordini direttamente qualche copia di alcuni titoli, andando a fiuto, a volte con un certo entusiasmo per la nuova proposta editoriale e a volte dando il senso di un fastidio che fa prevedere la grama sorte di quelle copie che ristagneranno per qualche mese su uno scaffale periferico; oppure succede che dia risposta altrettanto immediata ma opposta, declinando l’offerta e spiegando magari che non desidera rapporti con singoli editori o con piccoli editori. Infine, può anche capitare che il libraio chieda qualche titolo per leggerlo, prima di decidere se ordinare delle copie da esporre al pubblico; dopo averle lette, ci manifesta il suo interesse o il suo disinteresse, e la conseguente decisione di ordinare o meno.
È ovvio che una manifestazione di interesse fa molto piacere all’editore, così come una “bocciatura” demoralizza. Debbo tuttavia preliminarmente dire che, poiché ci lamentiamo spesso della curiosa filiera dell’editoria in cui di solito i venditori nulla sanno del prodotto, la mia istintiva simpatia e il mio ringraziamento vanno comunque a questi librai che si sobbarcano la fatica di scegliere leggendo, e che, indipendentemente dal verdetto, li sento più affini rispetto a quelli che decidono solo in base alle loro strategie di mercato e di posizionamento. Per questo motivo, di solito, non condivido le forme di risentimento che alcuni tra noi manifestano quando un libraio, come per fortuna raramente capita, rifiuta i nostri titoli dopo averne letto qualcuno; mi consolo con la maggioranza che, invece, esprime un giudizio positivo, ringrazio comunque e vado avanti.
Tuttavia, l’altro giorno sono rimasto un po’ sconcertato di fronte al garbato rifiuto di un libraio. A lasciarmi perplesso, infatti, in questa circostanza sono state le motivazioni, che mi hanno fatto riflettere. Perchè il nostro, seppure in forma molto sintetica, si è espresso nei termini propri del critico letterario, soppesando pregi e difetti delle due opere che gli avevamo inviato in visione (fra l’altro, due di quelle con le migliori recensioni e le maggiori vendite); ma, e qui sta il punto, lo ha fatto riconducendo il tutto a un giudizio estremamente personale, fondato infine su quel che gli piaceva e non gli piaceva in base al suo gusto e al suo canone letterario (evidentemente piuttosto rigido, fra l’altro, essendo le due opere in questione assai diverse tra loro per stile).
Ora, io mi aspetterei da un libraio un criterio di scelta un poco diverso. Restando valido quanto detto sopra, e quindi apprezzando il fatto che non vengano ordinati dei titoli tanto per farlo e lasciarli a impolverarsi senza essere in grado di consigliarli a nessuno, riterrei però che un librario dovrebbe capire se un’opera è buona nel suo genere, e quindi consigliabile a chi quel genere e quello stile li apprezza; il fatto che a lui personalmente quel genere non piaccia, dovrebbe essere fattore del tutto secondario. Anche nell’interesse del libraio stesso, voglio dire, che altrimenti rischia di ridursi a vendere una manciata di titoli che sposano esattamente il suo gusto.
Una scelta basata sul solo criterio del mi piace, non mi piace è riduttiva e rischiosa. Noi stessi, per dire, non scegliamo cosa pubblicare in base a un unico giudizio. Abbiamo i nostri paramentri oggettivi, certo, a cominciare dalla compatibilità con una tematica precisa (la realtà sociale). Ma quando arriviamo a chiedere un manoscritto, lo sottoponiamo a diverse letture, di persone che non hanno gli stessi gusti e le stesse inclinazioni di genere e stile. E, per norma che ci siamo dati, pubblichiamo opere che qualcuno tra noi ha ritenuto “ottime”, anche se a qualcun altro sono piaciute pochino, mentre evitiamo di pubblicare quelle che, anche unanimemente, sono giudicate piacevoli, decorose e nulla più; perché le prime hanno le qualità per farsi amare almeno da una fetta di pubblico, mentre le seconde sono compitini sufficienti che non colpiscono la fantasia di nessuno. Poi in redazione si può lavorare a valorizzare pregi e smussare difetti, ma l’opera grezza deve già possedere un suo fascino preciso.
Ho voluto brevemente spiegare come procediamo nella scelta dei titoli perché ritengo che, con ruoli diversi, editore, recensore e libraio siano infine degli intermediari tra la creazione dell’autore e il gusto, mai sindacabile, dei diversi lettori. Io, da direttore editoriale, non necessariamente pubblico opere che devono piacere a me in quanto lettore; ma devo saperne riconoscere le potenzialità (se esistono) e devo fidarmi del giudizio di chi ha maggiore dimestichezza con quel genere e quello stile, decidendo insieme se l’opera è in grado di piacere al suo pubblico. Lo stesso, a maggior ragione e con la predisposizione a presentare un’offerta più ampia (se non si tratta una libreria di genere), dovrebbe fare il libraio; che ha il compito, non certo facile, di entrare in sintonia con opere che personalmente non gli dicono nulla, ma che potrebbero essere eccellenti per molti dei suoi clienti lettori. I quali, a loro volta, chiedono di essere indirizzati, dopo aver espresso le prorie propensioni, verso titoli che possano essere di loro gusto, e non di gusto del libraio.
Ruolo difficile quello del libraio consigliere, certo diverso da quello dell’editore, seppure con alcuni punti di contatto. E certamente diverso da quello del recensore, sulla cui funzione di intermediario tornerò la prossima volta.

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Finzioni, Marsilio, i blogger e i grandi comunicatori

di Cristiano Abbadessa

Settimana scorsa mi è stato segnalato, da chi fra noi si occupa di solcare il maremagno del web, un post pubblicato su Finzioni; in realtà, una sorta di rilancio pubblicitario. Il post era infatti dedicato all’iniziativa dell’editore Marsilio, che sollecitava i blogger a recensire un paio di suoi libri, offrendone una copia, in e-book, a scelta fra i due titoli che l’editore stesso proponeva; la gentile offerta era riservata ai primi cento blogger che avessero aderito, i quali dovevano peraltro risultare attivi in rete da almeno un anno e pubblicare con costanza perlomeno un post alla settimana. Il commento dell’autrice suonava più o meno come un “finalmente un editore che apre ai blogger”.
Lì per lì sono rimasto allibito, perché il vecchio cronista avrebbe detto che eravamo davanti al cane che morde l’uomo. Tutti gli editori, magari eccezion fatta per i colossi (ma non è neppure detto), sono infatti aperti alle recensioni dei blogger, e anzi le sollecitano. Spesso si danno da fare per cercare i più qualificati, li vanno a stanare (senza aspettare comodamente che siano i blogger stessi a farsi avanti), inviano opere, in carta o in e-book. Il difficile, semmai, è farsi prendere in considerazione da blogger non improvvisati. Ma non ho ancora incontrato un editore che snobbi i blogger e le loro recensioni per scelta ideologica.
Istintivamente ho inviato un commento al post, in cui, più sinteticamente, esplicavo quanto sopra, aggiungendo che non capivo quale fosse la novità. La curatrice ha risposto confermando che non si trattava di una novità o di un’esclusiva (cosa che lei, sottolineava, non aveva in effetti detto), ma che la notizia c’era, perché un editore che si muove a sollecitare i blogger chiedendo che prendano contatto è comunque atto degno di nota.
Ho perciò incassato una prima lezione, che riguarda il marketing. Non posso infatti fare a meno di apprezzare l’abilità dell’editore che riesce a far passare per generosa offerta e per apertura di credito verso il mondo dei blogger quello che in effetti è il tentativo di soddisfare una necessità dell’editore stesso (farsi recensire i libri). Mossa astuta, che rovescia le parti nel gioco “chi ha bisogno di chi” (in realtà, tutti hanno bisogno di tutti) e conquista visibilità ed elogi curando il proprio interesse. Invidia e ammirazione.
Riflettendoci, però, devo dire che la mossa di Marsilio contiene una seconda lezione, meno sbandierata e più sottile, che personalmente condivido. Tale lezione, infatti, non ammaestra gli altri editori ma i blogger stessi. Perché, con la sua disponibilità e la sua “offerta”, Marsilio riconduce al centro del rapporto coi blogger la figura dell’editore; e, ponendosi come punto di riferimento, rimanda la palla nel campo dei blogger, chiedendo loro un contatto diretto.
Neppure questa sarà una novità, ma, come ho già raccontato, è una specie di atto di forza nei confronti di quei moltissimi blogger o siti letterari che, per ragioni che continuano a sfuggirmi, rifiutano qualsiasi contatto con gli editori e accettano di prendere in considerazione, per eventuali recensioni, solo opere sponsorizzate direttamente dagli stessi autori.
Sia ben chiaro: non si mette qui in dubbio l’utile apporto che tanti autori, generosamente, forniscono nella promozione dei loro titoli, anche in rete. Tuttavia, è chiaro che questo aspetto spetterebbe in primo luogo all’editore, che ha la possibilità di usare risorse interne per pianificare il rapporto coi blogger in maniera più soddisfacente per tutta la “squadra” che rappresenta. È comprensibile che blogger e siti gradiscano anche un contatto diretto con gli autori, ma non è pensabile che impongano di intrattenere solo rapporti con gli autori, disdegnando gli editori.
Anche perché, curiosamente, finiscono per alimentare un fenomeno contro cui spesso si scagliano a parole. Quante volte, infatti, capita di veder dileggiare gli “scrittori da aperitivo” o “da salotto”, o di trovare critiche pungenti contro autori che sono più bravi nell’arte affabulatoria delle presentazioni che in quella, più propria, della scrittura? Eppure, traslato nel virtuale, è proprio l’effetto che si ottiene se si aprono gli spazi solo agli autori e non agli editori. Perché, inevitabilmente, finiranno per farsi largo anche sul web quegli autori che sono migliori nell’arte di vendere se stessi e il proprio libro, che hanno maggiore dimestichezza con la comunicazione, che sanno tessere una rete di rapporti e magari uno scambio di favori; non necessariamente, però, si tratterà degli autori più meritevoli dal punto di vista letterario, né delle opere più intense o qualitative.
Ben vengano, dunque, i blogger con le loro recensioni. Ma accettino lo sforzo di misurarsi con la difficile arte della scelta, della selezione e della scoperta. Senza aspettare la facile imbeccata costruita attraverso il rapporto privilegiato.

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Un premio, un articolo e una maggiore visibilità. Ma il 15 novembre si avvicina.

di Cristiano Abbadessa

Gli eventi e i temi si addensano, fornendo continui spunti stimolanti. E, per prima cosa, è giusto partire da un paio di buone notizie che ci mettono, per così dire, agli onori della cronaca.
Cominciamo dalla soddisfazione per il primo premio toccato a un autore di Autodafé. Per chi non l’avesse già vista su fb, la notizia è che per la xxiii edizione del Premio delle Arti – Premio della Cultura il riconoscimento per la sezione narrativa è andato a Pervinca Paccini con i suoi Vuoti a perdere. Un premio che ci rende felici anche perché strameritato: un tangibile riconoscimento al valore di un’opera che qualche tempo fa, proprio per l’incomprensibile scarto tra l’evidente qualità letteraria e l’andamento modesto delle vendite, mi aveva indotto a chiedere ai lettori quale tipo di prevenuta antipatia nutrissero per le raccolte di racconti. Ed è sperabile che al riconoscimento critico segua quantomeno la curiosità dei lettori.
A breve giro, al premio è seguito l’articolo che Il Giornale ci ha dedicato nelle sue pagine culturali, anch’esso già abbondantemente rilanciato sul web. Al netto di alcuni svarioni, soprattutto relativi alla biografia del sottoscritto – che non si chiama Carmine (avevo sempre pensato che Emilio Fede sbagliasse apposta i nomi di alcuni personaggi per dileggio, e invece dev’essere un semplice difetto dei giornalisti del gruppo) e che in editoria ha fatto mille cose ma mai il traduttore –, una buona presentazione, persino con qualche paragone forse troppo ambizioso (che fa sempre piacere, peraltro), e che soprattutto coglie lo spirito di quella proposta fortemente innovativa che abbiamo lanciato proponendo l’abbonamento-sostegno. E, anche qui, è sperabile che l’intuizione del giornalista apra la strada a una riflessione da parte di chi ci segue.
Ma non tutti i segnali, in questo senso, sono positivi. E non mi riferisco alle crude cifre delle prenotazioni finora raccolte, ma alla sensazione che non sia stata fino in fondo percepita la portata della proposta, con le sue implicazioni di opportunità e di necessità.
Mi riallaccio, per provare a spiegare, al commento postato da Paolo Gandino, che offre notevoli motivi di riflessione. È evidente che non risponderò qui alle sue domande e obiezioni, anche perché si tratta di questioni in larga parte già trattate in questo blog; immagino che Gandino sia un nuovo frequentatore di queste pagine, forse indirizzato da una ricerca che gli ha evidenziato quel malizioso titolo “AAA Autori cercasi” che in realtà voleva solo essere la parodia di certe inserzioni e del loro linguaggio. Non ritornerò quindi sui temi già affrontati, per non tediare chi ci segue fedelmente, limitandomi semmai a sottolineare che da mesi cerchiamo di raccontare il mondo dell’editoria e alcune sue regole, specie quegli aspetti meno conosciuti che troppi, per interesse o per pigrizia, non hanno ritenuto opportuno portare all’attenzione pubblica. E che, quindi, non siamo qui a dettare le regole dell’editoria che vogliamo, ma a cercare di fornire una rappresentazione veritiera dell’editoria contemporanea, che non è quella di Proust o di Flaubert. In particolare, ci anima l’intento di raccontare la fatica e le speranze di un piccolo editore che in questo mondo cerca il proprio posto, come mi fa notare Giulio Mozzi con la sua precisazione (anche se credo che buona parte della differenza tra quanto detto da me e da Giulio nasca da un semplice equivoco relativo alla definizione di tutto quel che sta, per dimensione, tra Mondadori-Einaudi e Autodafé, con le relative scelte promozionali; perché credo che, dalle rispettive prospettive, l’uno definisca “piccolo” ciò che per l’altro è “medio o medio-grande”). Per capirci, dunque, mi guardo bene dal ritenere e sostenere che questo sistema editoriale sia “il migliore dei mondi possibili”, ma so per certo che è con questo che dobbiamo fare i conti; e che, per esempio, le presentazioni non sono, per il piccolo editore e i suoi autori, la ricerca del “successo”, ma un tassello indispensabile alla pura e semplice sopravvivenza.
A proposito di conti, il primo conto da fare, e qui ho la sensazione che spesso ci si dimentichi di questo, è quello banalmente economico. So che molti storcono la bocca e arricciano il naso, ma per quanto “culturale” una casa editrice resta anzitutto un’impresa; e, come ogni impresa, deve far qudrare i conti. Troppo spesso ho la sensazione che si chieda all’editore (che deve essere puro e non certo a pagamento) di accollarsi oneri e rischi a prescindere, di aprire le porte a quanti più autori possibile, di editare tutti i libri che lo meritano da un punto di vista strettamente qualitativo. Bello e nobile, ma il fatto è che produrre libri costa e che questi costi devono essere coperti da qualcuno; poiché non siamo ricchi mecenati (e spero nessuno rimpianga il mecenatismo), l’unico modo di coprire i costi, una volta messa in moto la macchina con i primi investimenti, è attraverso gli incassi, ovvero le vendite.
In linea teorica, gli incassi di un libro dovrebbero consentire perlomeno di ripagare chi ha lavorato a realizzare il prodotto fisico, dall’autore fino al magazziniere. Questo se i lettori vanno a comprare direttamente il libro presso il magazzino della casa editrice. Se invece, come accade, la vendita avviene attraverso una filiera, bisogna che i soldi incassati siano sufficienti ancha a ripagare i lavoratori di questa filiera, che può essere più o meno corta (e più è lunga, più copie vendute servono per coprire i costi crescenti). Al momento, tanto per esser chiari, tutto questo non avviene, per quanto ci riguarda: e da qui nasce la necessità di intervenire in maniera radicale.
Mi preme ricordare che il 15 novembre, ormai prossimo, non è un punto di partenza ma di arrivo. Nessuno pensi a quella data come a quella in cui partirà la campagna di abbonamento di Autodafé; pensatela invece come la data in cui scadono i termini per prenotare l’abbonamento ad Autodafé.
Perchè la campagna, poi, partirà in base alle prenotazioni raccolte. E se le prenotazioni non raggiungeranno un obiettivo minimo che ci siamo dati, allora rinunceremo a questa forma alternativa di vendita. E se dovremo rinunciare a questa forma alternativa di vendita, be’, credo che i nostri amici più attenti e avveduti abbiano intuito quali possono essere le conseguenze.

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La libreria è inutile senza i suoi scaffali

di Cristiano Abbadessa

Capita, per fortuna sempre più di frequente, che una libreria sprovvista dei nostri titoli ci contatti per esaudire l’ordine di un cliente. La richiesta di una precisa opera potrebbe, e dovrebbe, essere la fiammella che accende un reciproco interesse e un’ipotesi di collaborazione. Purtroppo, quando proponiamo al libraio di prendere in considerazione il nostro catalogo anziché limitarsi a ordinare un’unica copia del titolo richiesto dal cliente, troppo spesso ci troviamo di fronte al famoso muro di gomma. C’è chi ci scarta perché non abbiamo un distributore in quella zona e non vuole contatti con singoli editori. Chi, magari essendo parte di una grande catena, non ci vuole perché non abbiamo i distributori giusti. Chi, magari facendo parte di una piccola catena indipendente, ci vorrebbe anche, ma non può ordinare personalmente le copie perché la piccola catena ha subito assorbito tutti i vizi burocratici e centralizzatori dei colossi della distribuzione. C’è infine il libraio che è piccolo e indipendente, come noi, ma che si trincera dietro problemi di spazio (che preferisce riservare ai soliti bestseller).
Ci sono, ovviamente, librai che cercano di superare i problemi, talora sobbarcandosi in maniera eroica anche delle fette di lavoro che spetterebbero ad altri. Ma ce ne sono troppi che si adagiano placidamente nella routine impiegatizia, anche tra coloro che non sono sottoposti ai vincoli delle grandi catene e che si fregiano con orgoglio dell’aggettivo indipendenti.
Ma, al dunque, quei librai che pretendono (e ovviamente ottengono, perché per noi e per loro “il lettore prima di tutto”) di ordinare e ricevere una sola copia, virtualmente già venduta al cliente che l’ha richiesta, rifiutando ogni altro contatto con l’editore, danno di fatto il loro piccolo contributo a scavare quella fossa in cui l’editoria indipendente (con tutte le sue figure e funzioni) verrà seppellita. Perché in questo modo cessano di essere librai per trasformarsi in una sorta di gestori di fermoposta, dove il cliente che aveva già a priori una forte determinazione a quel preciso acquisto va a ritirare il pacchetto che ha ordinato. Però, per fare questo tipo di lavoro non è necessario avere una libreria: sarebbe sufficiente attrezzare uno spazio minimo con computer e telefono; e, al limite, non vi sarebbe neppure bisogno di avere un negozio, perché si tratta di operazioni che si possono fare da un qualsiasi ufficio o persino da casa, ricevendo gli ordini via mail o via telefono. Ma a questo punto diventa evidente che questa intermediazione può essere svolta da un qualunque soggetto, e che in realtà essa stessa diventa superflua, perchè tanto vale ordinare la merce ai bookstore online o direttamente al produttore.
Per un piccolo editore la libreria ha ragion d’essere se è punto di riferimento e vetrina. Ovvero, se da un lato permette di indicare (per esempio sul sito della casa editrice) quali sono le librerie che, nelle varie città, hanno sicuramente a disposizione i titoli dell’editore in questione: un servizio che sarebbe fondamentale poter offrire ai nostri potenziali lettori. E, dall’altra parte, vi è l’importanza di essere presenti sugli scaffali di una libreria; più o meno visibili e più o meno promossi ma presenti, in modo che il marchio e i titoli comincino a essere notati anche dal lettore che non ci conosce e che non è entrato in libreria con la ferma intenzione di comprare una nostra opera.
Se non si verificano queste condizioni, il rapporto con la libreria, per un editore come Autodafé, diventa inutile; vale, in fatica e gestione, quanto il rapporto diretto col singolo lettore, ma in compenso è molto meno remunerativo e non svolge alcuna funzione promozionale.
Continuiamo a credere che la costruzione di un rapporto con alcune librerie sensibili, disponibili e realmente indipendenti sia un passaggio essenziale per la crescita dell’editore. Ma ci è chiaro che, a fronte di comportamenti troppo spesso scoraggianti, si tratta di operazione che richiede lavoro, pazienza e tempi lunghi.
Molto meglio, nel frattempo, costruire una solida comunità di lettori e amici che sostengano in forma diretta la casa editrice. La strada, come sapete, è quella dell’abbonamento. E attendiamo fiduciosi che la proposta venga percepita nella sua natura essenziale da tutti quelli che ci hanno finora seguito e incoraggiato.

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