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Fast e slow. Il mezzo e il messaggio, il libro e il tempo

ebookBookdi Cristiano Abbadessa

Sabato sera ho partecipato a una riunione informale per gettare le basi per la prossima edizione del Festival Letteratura Milano. Credo che l’argomento vi interessi, ma non abbiatevene a male se non parlerò, qui e ora, dei progetti sul tappeto. Vi ho comunicato dove mi trovavo sabato sera solo per dire che, dato l’impegno, non ho potuto vedere in diretta la partita fra Inter e Pescara.
Chi mi segue conosce la mia passione calcistica. La partita in questione non era, anche soggettivamente, fra le più interessanti e imperdibili. Tuttavia, proprio per la mia nota dipendenza, un’occhiata a quanto accaduto in campo volevo darla: ho registrato l’incontro e, senza saperne il risultato, la mattina dopo, appena alzato, ho consumato rapidamente le immagini, procedendo a velocità doppia e accelerando ulteriormente quando vi erano pause, sostituzioni e infortuni. In questo modo, l’ora e mezzo di partita è stata condensata in poco più di mezz’ora di visione. Un consuno fast, senza dubbio.
La domenica pomeriggio ho visto la prima mezz’ora di Manchester United contro Liverpool, poi ho messo il resto della partita in registrazione per guardare le gare della serie A italiana. Più tardi, ho ripreso la visione del classico confronto inglese da dove l’avevo lasciata. Siccome l’incontro era importante e piacevole, ho limitato al massimo le accelerazioni, e l’ho visto quasi tutto a velocità normale, rispettandone i tempi e godendone i dettagli. Un consumo slow, quindi, seppur posticipato.
Qualcuno potrà far notare che ho avuto facoltà di opzione tra lentezza e velocità perché stavo guardando due registrazioni, potendo con ciò scegliere se pigiare o meno il tasto dell’avanzamento veloce. Vero fino a un certo punto. Nella serata, per dire, ho visto in diretta Milan-Sampdoria, che non mi interessava granché ed era anche piuttosto noiosa. Pur non potendo velocizzare alcunché, ho pertanto scelto di vagare tra diversi eventi, e alla partita italiana di calcio ne ho aggiunta una francese, una del campionato italiano di basket e persino qualche robusta sbirciata ai play-off del football americano. Con il vecchio metodo dell’isterico zapping ho perciò imposto agli eventi un consumo fast, seppure in diretta.

Perché vi ho ragguagliato sulle mie visioni televisive del weekend sportivo? Perché, nel contempo, ho visto lo Slow Reading Manifesto  lanciato da Antonio Tombolini. E tra le due questioni, al di là dell’apparenza, c’è un nesso.
Non sintetizzo qui tutti i contenuti del manifesto, che potete leggere da soli. Mi soffermo però sulla considerazione, di Tombolini, che il piacere dello slow reading possa essere messo in pericolo non tanto dall’ebook in quanto tale (cui è ampiamente favorevole), ma dalla pubblicazione in digitale di opere brevi, con immagini “più da guardare che da leggere” e, in generale, dall’essere in rischioso contatto con un mondo (quello della rete web), che per definizione è fast e rischia di distrarre il lettore. Il manifesto, fra le molte indicazioni, suggerisce la lettura soltanto di ebook che siano “il buon caro, vecchio libro, solo che è digitale”; e, in aggiunta, prescrive che il libro sia lungo, “tale da non consentire la lettura completa in un’unica sessione”.
Non sono d’accordo. E non lo sono per due considerazioni, la prima più specifica e la seconda più generale.
La considerazione specifica riguarda le potenzialità del mezzo (la pubblicazione in digitale) che sono certamente diverse da quelle della tradizionale pubblicazione cartacea: non è questione di far graduatorie tra le opportunità in più e quelle in meno, ma di prendere atto che si tratta di mezzi diversi. Dire che in digitale vanno solo pubblicati libri che sono (o potrebbero) essere in modo identico pubblicati su carta è un anacronismo: è come se il cinematografo fosse nato soltanto per far vedere in molte sale una rappresentazione teatrale recitata su un unico palcoscenico; o come se la televisione avesse riproposto solo le forme e gli stili del cinema (i film) e della radio, senza esplorare e inventare proprie specificità. È anche come pensare, per restare nel tecnologicamente avanzato, che si conversi e ci si scambi idee nel medesimo modo e nei medesimi linguaggi attraverso una e-mail, skype o un social network; che sono invece, come noto, modalità ben distinte per uso, tempo e lessico. Insomma, il cartaceo consente determinate produzioni (fra le quali c’è il libro), così come il digitale ne consente altre (fra le quali c’è il libro, ma non solo); e credo che tutte le opportunità mediatiche vadano sfruttate nella maniera più intellligente e adatta al contenuto.
La considerazione più generale si rifà al racconto iniziale delle mie (tele)visioni sportive. La scelta tra una fruizione slow e fast non si determina semplicemente in forme ontologiche, ma ha a che fare, oltre che coi gusti personali, coi contenuti. C’è chi ama la lettura tutta d’un fiato e chi centellina il tempo, chi consuma un libro senza interruzioni e chi lo spezzetta in molte porzioni; e fin qui è questione di gusti (e di possibilità: quando faccio un viaggio in aereo di tre o quattro ore, mi capita di leggere “in un’unica sessione” romanzi che non sono né brevi né superficiali). Ma neppure la stessa persona ha, nei confronti di ogni libro, i medesimi comportamenti. Non è sufficiente, almeno per me, stabilire che un libro è un libro (o che una partita di calcio è una partita di calcio) per optare in via definitiva per un consumo fast o slow; neppure se restringiamo il campo e parliamo solo di opere di narrativa. Ciascuno ha i propri tempi di lettura, spesso dettati dalle esigenze quotidiane; ma, anche potendo scegliere, non tutti i libri meritano la stessa metrica. E non si tratta neppure di una banale questione di lunghezza: se prendo in mano L.A. Confidential di James Ellroy (500 pagine fittissime) e Il viaggio dell’elefante di José Saramago (200 pagine un poco più ariose), mi rendo conto che il primo è almeno tre volte più corposo del secondo; eppure, se non voglio perdermi nei meandri della storia e dei personaggi, Ellroy preferisco divorarlo nel minor tempo possibile, mentre Saramgo amo sbocconcellarlo a piccole dosi giornaliere per godere appieno il valore di ogni parola. Il primo è un romanzo fast per natura, così come il secondo è inevitabilmente slow; e non è importante quale sia il supporto, né dove e come eserciti la mia lettura.
Come sapete, Autodafé sta per lanciare una nuova collana di ebook, attraverso il progetto Narrativo Presente. Si tratterà, per scelta, di opere di contenute dimensioni. Il che non vuol dire che, essendo brevi e in digitale, debbano essere per forza letture fast. Saranno raccolte di racconti e, alla fine, sarà il lettore a scegliere tra il consumare d’un fiato l’intera raccolta e il lento assaporare ogni singolo racconto. Come è giusto che sia.
Quel che è certo, fast o slow che sia il reading, è che si tratta di un progetto editoriale e di un prodotto che, per molteplici ragioni, non sarebbe pensabile né possibile realizzare nella tradizionale versione cartacea. E, credo, questo significa utilizzare le potenzialità di un mezzo avendo un messaggio da comunicare.

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Leggere fa bene alla salute. Soprattutto i libri di Autodafé

di Cristiano Abbadessa

Lo dicono gli scienziati, a cominciare da medici e psicologi: leggere fa bene alla salute. Fra le attività sedentarie, è quella che, per svariate ragioni, risulta maggiormente indicata per i suoi effetti positivi sul benessere psicofisico. Ma vi è di più: se analizziamo i risultati presentati in recenti convegni e simposi internazionali, scopriamo che a far bene alla salute sono proprio i libri pubblicati da Autodafé. Che non viene espressamente citata, ma è come se lo fosse.
Leggere fa bene agli occhi, dicono gli scienziati. Contrariamente alla credenza secondo cui la lettura affatica la vista, in realtà si tratta di un’attività molto riposante, a differenza del guardare la tv o un film al cinema, perché il bianco e nero della carta stampata ha effetti rilassanti, mentre i colori, talora troppo forti o troppo vivi, di tv e cinema finiscono per stancare la vista e alterarne la percezione. Ovviamente i benefici per gli occhi si avvertono soprattutto leggendo quei libri che sono stampati in caratteri più grandi e visibili, specie rispetto ai quotidiani e ai rotocalchi, e che, rispetto a questi ultimi, non presentano il fastidioso inconveniente di box colorati. Viene poi da sé che gli effetti benefici sono amplificati quando il libro è stampato su una carta adeguata, per colore e opacità; gli studi citano espressamente la carta Fedrigoni, che è quella (pur costosa) su cui stampiamo le opere della nostra casa editrice.
Persino banale sottolineare che gli scienziati ricordino quanto il silenzio, prerequisito essenziale per la lettura, abbia a sua volta effetti benefici sul sistema nervoso e sensoriale. A parte i disturbi all’udito che possono verificarsi con la frequentazione di ambienti troppo rumorosi, va ricordato che gli improvvisi sbalzi di volume rappresentano una scossa emotiva di complicata gestione. Meglio leggere, dunque, piuttosto che affidarsi alle amplificazioni di tv e film, ma in questo senso è soprattutto pericolosa la musica: dannosissima, in particolare, se viene ascoltata in affollati concerti, in locali dall’acustica ridondante (come le discoteche) o, ancora, attraverso cuffie e auricolari che sparano direttamente nell’apparato uditivo suoni troppo violenti.
Gli scienziati, e questo è meno scontato, sostengono anche che è meglio leggere libri nella loro lingua originale, evitando le traduzioni. Questo perché a volte nel lettore mediamente colto possono scattare dei meccanismi di ritraduzione, quando si chiede quale poteva essere l’espressione usata in originale dall’autore, verificando mentalmente la bontà e l’efficacia del lavoro del traduttore; operazione che affatica e distrae, riducendo gli effetti del rilassamento propri della lettura. Benissimo quindi leggere direttamente in inglese, spagnolo o francese, se si è ottimi poliglotti; ma in ogni caso, per un lettore italiano, più sicuro e riposante leggere autori italiani (come i nostri).
Leggere narrativa, ci dicono ancora gli esperti, è meglio che leggere saggistica. Si tratta di un’attività più rilassante, più ricreativa e rigenerativa. Ma, al tempo spesso, è anche una lettura che mette in moto processi di ricostruzione visiva, stimola la fantasia e aguzza la creatività.
Fra la narrativa, inoltre, gli scienziati sostengono che sia da preferire quella attenta alla realtà sociale (esattamente come quella di Autodafé). Perché aiuta il lettore a restare aggiornato e sensibile, civilmente presente alle grandi tematiche del nostro tempo, ma attraverso una forma rispettosa degli equilibri psichici. Meglio la mediazione letteraria, infatti, della brusca carica ansiogena trasmessa da telegiornali e notiziari radiofonici. E meglio un’attività consapevole e dai tempi dedicati come la lettura, piuttosto che il disordine emotivo che finisce per generarsi attraverso la consultazione compulsiva dei siti informativi online, nella logica dell’eterna connessione alienante.
In pratica, senza nominarci, gli scienziati e gli sudiosi dicono esattamente che leggere i libri di narrativa pubblicati da Autodafé fa bene alla salute, fisica e psichica.
In tempi di salutismo, bisognerebbe costruirci sopra una campagna mediatica conseguente.

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Storie di calcio: saper raccontare con semplicità e passione

di Cristiano Abbadessa

Commentando qualche tempo fa il mio post di auguri al centenario Guerin Sportivo, il nostro autore Antonio Sofia ha scritto: «Sono un tifoso, di quelli potenzialmente dannosi, amo la mia Roma e tendo a considerare il complesso calcistico come necessario solo al fatto che la Roma esista». Eppure, proprio Antonio, nel suo essere scrittore di qualità, ci offre nel suo Il mare di spalle un paio di perfette sintesi di narrazione calcistica, superando la cieca passione tifosa e penetrando l’essenza di questo sport. Sono, fra l’altro, due brevi brani, due sintetiche azioni di gioco con poco altro intorno, all’apparenza diversi: nel primo assume centralità la trasposizione letteraria del gioco interpretato secondo quella che Gianni Brera definiva “la geometria euclidea” del calciatore vero, seppure amatoriale; il secondo rende onore a quell’impasto di coraggio e di fantasia quasi magica che impregna la giocata fuori dagli schemi. Ciascuno dei due è perfetto nella sua essenzialità; insieme, seppur distanti, restituiscono al lettore la natura profonda di uno sport tanto popolare e amato perché al contempo semplice e imprevedibile.
Da antico appassionato di calcio, non avrei affatto disdegnato che questo gioco trovasse maggiore spazio nella produzione letteraria della nostra casa editrice. Non è stato possibile, e non certo perché siano mancate le proposte di romanzi o racconti che ruotassero attorno al pallone, a volte ispirandosi al reale, altre volte procedendo sul rigoroso binario della finzione. Purtroppo, la qualità della narrazione non era tale da giustificare una proposta di pubblicazione. E non sempre, si badi, perché le opere erano frutto della penna di mediocri narratori: alcune storie, anzi, avevano eccellenti pagine, acutezza di sguardo sul contesto sociale, trame interessanti; a difettare, però, era proprio la resa narrativa della parte calcistica, che, costituendo uno dei nuclei centrali dell’opera, finiva per abbassare la qualità complessiva a livelli non accettabili. I difetti erano vari, ma quasi sempre riconducibili a un eccesso di dimestichezza calcistica dell’autore e alla sua incapacità di raccontare il fatto sportivo e tecnico prendendo la giusta distanza: abbiamo così trovato romanzi in cui ci si smarriva nel dettagliare il funzionamento di competizioni immaginarie esplicitandone le formule, altri in cui l’azione di gioco veniva raccontata ricorrendo a orride espressioni idiomatiche tipiche del giornalismo sportivo, oppure racconti in cui con troppa evidenza si ricalcavano episodi e personaggi reali tentandone una debole e impervia trasfigurazione letteraria.
Non è, in verità, che questi difetti appartengano solo agli aspiranti scrittori che si sono candidati ad Autodafé. Trovo che in Italia, e potrei dire in Europa, il racconto di calcio sia un genere che fatica a trovare interpreti di qualità. Esistono, sia chiaro, ottimi libri di argomento calcistico, ma o non sono opere di narrativa o hanno altrove i loro pregi principali. Per esempio, ci sono buone opere dedicate a grandi campioni o grandi squadre: ma gli autori si sono qui atteggiati a cantori epici della realtà storica, che resta comunque la base imprescindibile. Altri buoni titoli mescolano autobiografie, ricordi e grandi protagonisti dell’epopea sportiva: ma siamo ancora nel riferimento al reale e, spesso, quasi al confine del saggio sociologico. Ci sono, infine, racconti di pura finzione letteraria, anche famosi; ma anche qui, come in quelli a noi proposti, la parte debole è proprio quella in cui la narrazione cerca di rendere letteratura l’azione sul campo da gioco.
Per trovare letteratura calcistica come la intendo debbo dunque rifarmi ai soliti sudamericani, ai Soriano, ai Galeano e ai loro emuli, non tutti altrettanto grandi ma comunque capaci di mettere al centro della narrazione il gesto tecnico, seppure in apparenza riducendolo talora in forme talmente semplici da farlo apparire meno importante di quel contorno che, invece, può essere puro pretesto. In Europa, e mi viene in mente il sempre citato Nick Hornby, il contesto sociale è invece il vero protagonista e il pallone è un riferimento totemico attorno al quale danzano i protagonisti; il che, a ben vedere, potrebbe anche produrre opere perfette per la missione che Autodafé si è data, ma sempre col rammarico di questa banalizzazione o emarginazione dell’arte del narrare (non) applicata al gioco in quanto tale.
Aspetto, confortato dal piccolo (perché breve) esempio di Antonio, una penna capace di rendere con linearità visionaria quelle caratteristiche essenziali che fanno del calcio un ipotetico modello di realismo magico non troppo complesso da applicare alla narrazione letteraria. Convinto, per tornare a sfiorare un tema di cui già abbiamo discusso insieme, che la capacità di cogliere e descrivere l’essenza si traduca inevitabilmente nella capacità di raccontare in modo comprensibile, e persino affascinante, anche a chi dell’oggetto in questione è scarso cultore e “tecnicamente” ignorante.

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L’acquisto “etico” in editoria. Quali sono i criteri?

di Cristiano Abbadessa

Leggo, su Repubblica di lunedì scorso, i risultati dell’ultimo monitoraggio realizzato da Demos & Pi (l’isituto diretto da Ilvo Diamanti, per capirci meglio) sul tema “Gli Italiani e lo Stato”. Tra i vari indici di fiducia (nelle istituzioni, nei partiti, nelle imprese, nei servizi pubblici e privati, e via discorrendo), mi soffermo su quello che tenta di fotografare le forme di partecipazione politica e sociale dei cittadini. In fondo alle varie voci, mi colpisce un dato: il 41% dei cittadini italiani afferma di effettuare acquisti di prodotti in base a motivi etici, politici o ecologici.
Mi colpisce perché è un dato abnorme, che sicuramente non corrisponde, nella realtà, alla prima impressione della lettura. Equivocando sulle leggi della statstica e della demoscopea, infatti, verrebbe da pensare che 41 italiani su 100 effettuino acquisti principalmente in base a motivi etici, politici o ecologici. Oppure si potrebbe pensare che il dato indichi l’incidenza media delle scelte etiche sul volume di spesa dei cittadini: per esempio, se io (italiano medio) spendo in acquisto diecimila euro all’anno (al netto delle spese per la casa e di quelle spese per le quali non ho alcuna libertà di scelta), più di quattromila li spendo consapevolmente, scegliendo in base a valori etici o politici i miei fornitori di beni e servizi; o, in generale, si potrebbe ipotizzare che su cento miliardi spesi in consumi dai cittadini italiani, oltre quaranta siano indirizzati da scelte etiche, politiche o ecologiche. Sarebbero cifre sublimi e devastanti, in grado di produrre gli effetti di una vera rivoluzione.
Ovviamente non è così. Visto che le due fitte pagine di commento ai dati non aiutano, dedicando al consumo critico esattamente mezza riga, per capirne di più bisogna leggere con attenzione la nota metodologica; la quale ci precisa che la percentuale fa riferimento al numero di persone che “hanno preso parte almeno una volta nell’ultimo anno a ciascuna attività ecc”. Il che non ci dice veramente nulla o quasi: perché se ha un vago senso sapere che il 16% dei cittadini ha preso parte “almeno una volta nell’ultimo anno” a manifestazioni pubbliche di protesta (che non ci sono tutti i giorni), ben poco ci serve sapere che il 41% degli italiani “almeno una volta nell’ultimo anno” ha fatto un acquisto tenendo presenti motivazioni etiche, politiche ed ecologiche. Servirebbe sapere, come sopra, quale percentuale di acquisti obbedisce a ragioni valoriali o quale fetta di mercato viene a essere definita sulla base delle motivazioni etiche; ma questo, ovviamente, non ci è dato sapere.
Secondo i sociologi, in ogni caso, questo dato, pur tanto criptico nei suoi reali significati, è comunque molto significativo di una tendenza in atto, ovvero di una maggiore attenzione al consumo critico e consapevole. E possiamo fidarci, anche accettando di limitarci alla constatazione che ci sono quattro italiani su dieci che talvolta compiono scelte di acquisto eticamente motivate.
Il problema, posto che l’universo degli eticamente sensibili vada considerato abbastanza ampio, è allora capire quali sono i settori di mercato in cui si compiono scelte critiche e consapevoli e quali sono invece quelli in cui si procede all’acquisto senza porsi troppi problemi o domande. Il sospetto, va da sé, è che la “consapevolezza” finisca per esaurirsi nelle scelte alimentari (magari solo nel marchio bio), nel boicottaggio della tal multinazionale che si sa o si dice sfrutti il lavoro dei bambini di qualche angolo del mondo, nel guardare poco o nulla quel canale televisivo che è di proprietà di un noto uomo-anche- politico che il tal consumatore avversa (o nel non rinnovare una polizza di assicurazione con quella compagnia, o nel non andare in quei cinema, o nel non andare a vedere quella squadra di calcio, e via di seguito, perché tutte sono proprietà di quel noto uomo-anche-politico).
È abbastanza evidente che ci sono settori in cui il consumo critico è diventato da tempo, almeno per la parte più sensibile della popolazione italiana, un’abitudine; tanto è vero che si discute semmai su quali siano i criteri dirimenti, per esempio in campo alimentare, per considerare davvero etica ed efficace una determinata scelta di consumo. Altri settori, invece, sembrano immuni da ogni valutazione critica e etica. Tra questi, e ho già avuto modo di dirlo, vi è l’editoria, in specie libraria, poiché spesso l’acquisto di un libro viene di per sé considerato scelta nobile ed eticamente positiva; quindi non si va molto per il sottile e non si stanno a fare troppe distinzioni, comprando semplicemente quel che si pensa possa piacere o interessare (poi, magari, c’è qualcuno che non compra i libri della tal casa editrice perché è di proprietà del solito uomo-anche-politico, ma siamo alla monomania, spesso anche disinformata, perché poi le case editrici controllate dal soggetto in questione sono sempre più di quelle che conosciamo).
Personalmente, sono fermamente convinto che anche l’acquisto di un libro possa obbedire a scelte etiche consapevoli, e che acquistare un titolo piuttosto che un altro abbia una valenza che può andare molto al di là della soddisfazione del gusto personale. Ma mi piacerebbe sapere quali sono, secondo chi ci legge, le motivazioni sensibili che possono indirizzare, nel nostro settore, una scelta “etica, politica o ecologica”, per dirla con il monitoraggio. Con la preghiera di privilegiare, in questa riflessione, l’atteggiamento del lettore, lasciando da parte per un attimo il proprio, eventuale, essere anche autori.

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Bilanci e speranze per un buon anno nuovo

di Cristiano Abbadessa

Alla fine dell’anno si tirano le somme, si fanno i bilanci, si mettono in fila le aspettative, ci si impegna nei buoni propositi e si cerca di immaginare il futuro. È un gioco talora stucchevole, specie per quei casi in cui la fine dell’anno solare non coincide con la fine di un’annata di attività. Nel nostro caso, invece, il salto in avanti del calendario viene a cadere proprio nel momento preciso in cui bilanci e proponimenti si impongono come necessari.
Il sunto del nostro programma per il 2012 è condensato nell’ultima risposta dell’intervista pubblicata sul sito di Critica Letteraria, quando, a richiesta di indicare i nostri obiettivi per il futuro prossimo, ho indicato come il primo obiettivo urgente sia valorizzare i dodici titoli già pubblicati, aggiungendo infine che questo «È il momento di consolidare la nostra offerta. Poi penseremo a ulteriori passi in avanti».
Le urgenze del futuro derivano, come ovvio, dall’analisi di quanto avvenuto in questo anno e mezzo di vita, e in particolare negli ultimi dodici mesi. Il bilancio racconta la soddisfazione per aver trovato, e valorizzato dal punto di vista letterario, dodici opere di spessore (e non si trattava affatto di impresa scontata a priori), ma dall’altro registra il rammarico per il riscontro molto limitato del mercato.
Le scelte che abbiamo compiuto in questi ultimi tre mesi, e che sono state accolte con sorda freddezza e qualche critica esplicita, sono già un primo risultato delle constatazioni di cui sopra. Abbiamo ritenuto improponibile continuare a investire in modo ingente (e gratuito) per setacciare centinaia di proposte editoriali, avendo già costruito un catalogo di valore e avendo in lista d’attesa autori e opere di pari valore che attendono solo uno sblocco della situazione per essere pubblicati. D’altra parte, abbiamo cercato di sensibilizzare coloro che possono essere considerati nostri amici, segnalando che il problema vero, ed enorme, è quello di aver seminato molto raccogliendo quasi nulla; ma non abbiamo avuto i riscontri che ci aspettavamo.
È un dato di fatto che i nostri libri vendono poco, sono poco presenti nelle librerie e hanno poca visibilità mediatica (dando la massima estensione possibile a questo termine). I meccanismi dell’industria editoriale complicano la soluzione del problema, perché oggi non si sa neppure da che parte iniziare a districare la matassa. Voglio dire che se nella teoria apparirebbe logica una sequenza in cui si pensa a ben distribuire il prodotto, poi a promuoverlo e quindi (forse) a venderlo, il mercato attuale impone prima di essere visibili, quindi di cominciare a vendere per conto proprio e solo infine permette di approdare (in quanto “prodotto sicuro”) al luogo che dovrebbe essere deputato alla vendita. O, addirittura, bisogna prima vendere in proprio per sperare di acquisire visibilità e infine approdare al mercato canonico.
Credo di non dire nulla di scandaloso o di offensivo per alcuno se riconosco che il gruppo di Autodafé, in questo ambito, non possiede risorse, forze e professionalità sufficienti per cavarsela da solo e raggiungere gli obiettivi minimi necessari alla sopravvivenza. Nonostante un grande impegno, in tempo e spesso in denaro, di chi si è di volta in volta occupato di promozione e comunicazione (e di molti autori che generosamente hanno fatto quanto era nelle loro personali possibilità), siamo sì riusciti a creare e animare eventi interessanti e umanamente ricchi, ma non siamo riusciti a innescare un ciclo virtuoso in grado di fornire un riscontro economico. E mi sembra proprio che da soli non possiamo invertire questa tendenza.
La mia speranza per il 2012 è che da quanti ci seguono con simpatia e fiducia possa venire un contributo concreto. Non parlo qui di soldi, ma neppure di generici consigli basati sul dovreste fare o sul dovreste provare. Per carità, può essere che qualcuno possa serbare qualche idea geniale e inesplorata, ma il mio timore è che, mettendola sul piano del suggerimento disimpegnato, ci ritroviamo sommersi dalle solite banali considerazioni cui abbiamo già dato risposta: “perché non prendete un distributore nazionale?” (ci abbiamo provato, più e più volte, ma non ne vogliono sapere); “perché non vi date da fare per ottenere recensioni importanti?” (perché i grandi media neppure rispondono alle sollecitazioni e agli invii di libri); “perché non investite in una grossa campagna pubblicitaria?” (perché non abbiamo quelle decine di migliaia di euro a disposizione che sarebbero necessarie).
Immagino, sogno, che da qualcuno di voi possa venire una proposta concreta, basata sull’io posso fare, io posso provare. Che ci sia la capacità di mettere in campo forze, contatti e relazioni nuove in grado di dare uno sbocco diverso ai nostri libri, di renderli reperibili e visibili, di ritagliarsi un mercato.
Senza una partnership commerciale forte, Autodafé è destinata a rimanere una piccola casa editrice capace di scegliere e produrre titoli di qualità, ma non di venderli (o non di venderne quanto serve). Che poi si tratti di una partnership di rete o di un accordo con un soggetto forte, è tema aperto e sul quale non ci sono preclusioni.
Quel che è certo, è che senza nuova linfa e nuove strategie di mercato Autodafé è destinata ad avverare, per quanto la riguarda, la profezia dei Maya.

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Piccoli editori a Milano: la fiera che c’è e quelle che forse

di Cristiano Abbadessa

Come promesso, eccomi a tracciare un breve bilancio, del tutto soggettivo, della terza edizione di “Un libro a Milano”, fiera della piccola e media editoria indipendente svoltasi nel passato fine settimana.
Più fiera della piccola che della media editoria, per la verità, almeno quest’anno: ed è un dato che a noi, piccoli per davvero, fa piacere perché connota meglio la manifestazione e favorisce l’incontro tra soggetti affini. Sulla carta (e negli spazi), la presenza degli editori era quasi dimezzata rispetto a un anno fa; colpa della crisi, è stato detto, ma forse anche di una migliore definizione degli obiettivi del salone e di conseguenti valutazioni degli editori. Perché, andando a vedere bene, sono mancate alcune microrealtà anche abbastanza border line e sono d’altro canto quasi scomparsi quei medi editori già provvisti di notorietà, mezzi e strutture organizzative, probabilmente indirizzatisi verso eventi più pubblicizzati ed effettivamente più adatti a loro.
Diversa anche la composizione del pubblico. E qui c’entra molto la promozione dell’evento, che un anno fa era stato vistosamente pubblicizzato nella microrealtà del quartiere (con locandine su ogni vetrina di esercizio commerciale), ma del quale poco o nulla si sapeva in città e fuori. Quest’anno, con una buona comunicazione che ha sfruttato le pagine locali dei maggiori quotidiani, la fiera è uscita dal guscio di Porta Genova e si è qualificata come evento cittadino, con una minima attrazione esterna al confine milanese (anche fra gli editori presenti sono stati netta maggioranza quelli che giocavano in casa). Si è visto sfilare un pubblico più interessato e consapevole, mentre lo scorso anno, complici giornate fredde e minacciose, per gli stand erano transitati a frotte tutti gli abitanti del quartiere impegnati nella passeggiatina postprandiale, che venivano a buttare un’occhiata ma di fatto sfilavano a passo deciso fra i banchetti, senza neppure soffermarsi.
Ne è uscita una fiera più vivace, animata dai contatti tra operatori del settore, con possibilità di confronto fra editori e quanti intorno al prodotto editoriale si ingegnano a inventare nuove forme di comunicazione e promozione, dai blogger ai gestori di siti specializzati, dagli istituti di ricerca dedicati a creatori di idee e reti relazionali. Molta semina, di conseguenza, in attesa che i frutti maturino, se ben coltivati, nel prossimo futuro.
Un po’ meno esaltante il bilancio relativo al “raccolto”. Non tanto per noi, che soprattutto grazie all’apprezzata presentazione del nuovo romanzo “Viola” di Pervinca Paccini, seguita da un pubblico attento e consistente, abbiamo chiuso con un lusinghiero saldo; ma va detto che molti altri editori hanno patito l’affluenza limitata di lettori e la scarsa propensione all’acquisto, e se ne sono parecchio lamentati.
Personalmente ritengo già da tempo che le fiere, per un piccolo editore, non siano un’occasione per fare cassa (pochi comprano, e comprano poco) né un palcoscenico di visibilità (se la fiera è piccola non ci sono media importanti, se è più grande l’attenzione va tutta ai soliti noti); quindi mi sta bene che, come è avvenuto qui a Milano, siano almeno un’occasione di confronto tra operatori del settore. Rimane però il problema di portare al pubblico i propri titoli, che per l’editore è necessità vitale.
In questo senso credo vadano ben spese le energie seguendo alcune linee tracciate a Milano e attraverso altri contatti: eventi sul territorio, magari all’interno di manifestazioni radicate, capaci comunque di creare un flusso positivo tra cittadini e editori, puntando anche su una scelta intelligente e mirata della proposta letteraria. Conta il radicamento, il passaparola, la presenza di attori capaci di promuovere iniziative in modo intelligente, facendo incontrare chi ha il reciproco interesse a trovarsi e non buttando lì delle proposte tanto per animare e dare colore a manifestazioni che nulla c’entrano con l’oggetto libro.
Proprio nei giorni di “Un libro a Milano” ho sentito circolare proposte interessanti e altre balzane: a cominciare dal fantasmatico grande salone internazionale dell’editoria che qualcuno (poco più che inesistente e sconosciuto) avrebbe già lanciato e messo in calendario per il prossimo ottobre, suscitando fra l’altro una pronta reazione torinese che mi è parsa prematura e fuori luogo. Sia come sia, ai piccoli editori iniziative di questo tipo non possono interessare. Se qualcuno vuol replicare i modelli di Torino e Mantova per il gusto di fare concorrenza e per dare un nuovo palcoscenico alle solite bibliostar, faccia pure. Noi non ci saremo, e cercheremo coi nostri omologhi di costruire piccoli teatri di periferia dove mettere in scena le interessantissime opere dei nostri validissimi autori. Perché è davvero ora di ridare valore ai contenuti piuttosto che alle location.

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Dal tweet all’antologia: la giusta misura della narrazione

di Cristiano Abbadessa

Ho letto le 100 proposte buttate gìù (visto lo stile, credo sia l’espressione corretta) da Renzi e dai suoi nel convegno alla Leopolda. Cerco di non soffermarmi su una valutazione politica del tutto (per quanto mi sia difficile, perché in effetti mancano completamente quei temi che dovrebbero contraddistinguere una proposta politica degna di questo nome e capace di visione d’insieme: dal modello sociale a quello economico, dalle priorità valoriali al sistema istituzionale, dal modello di produzione a quello dei consumi, dai temi della sostenibilità ambientale a quelli della giustizia sociale, per tacere di un qualsiasi riferimento alle istituzioni mondiali ed europee, alla politica estera, ai rapporti con gli organismi internazionali economici e finanziari) e mi concentro sulla mera comprensione delle proposte avanzate, tralasciando quel che manca. Impresa non facile, perché, al netto di una decina di proposte che utilizzano slogan fortemente evocativi e perciò sembrano chiare (e sono poi quelle da cui dissento), la gran massa dei punti si limita a enunciazioni sommarie di titoli e problemi: il tema viene evocato, magari si accenna a cosa andrebbe fatto, ma non si entra mai nel merito del come farlo. Credo sia inevitabile, perché la bellezza di 100 proposte che vorrebbero rivoluzionare il paese sono condensate in una decina di striminzite paginette: ed è ovvio che lo spazio sia troppo poco per spiegare e motivare. Dal vituperato e onnicomprensivo programmone elettorale di 300 pagine del centrosinistra di Prodi siamo passati a un liofilizzato di mezze idee appena vagheggiate.
Lo stesso giorno, mi viene mostrata dalla redazione la mail di un autore, che accompagna la sua proposta editoriale scrivendo “allego il materiale secondo le istruzioni sul vostro sito; oltre a una brevissima sinossi…”. L’aspetto divertente dovrebbe stare nel fatto che, poiché chiediamo in modo esplicito e reiterato che la sinossi sia “ampia ed esaustiva”, un autore che ci invia una sinossi definita “brevissima” non può nel contempo affermare di aver seguito le nostre indicazioni. Ma anche qui, al di là dell’infortunio, mi colpisce la considerazione di quanto risulti difficile trovare il giusto passo e il giusto spazio, dando modo alla redazione di leggere sinossi davvero chiare e comprensibili. E il difetto, in genere, sta proprio nelle dimensioni: perché moltissimi aspiranti autori non riescono proprio ad andare oltre la mezza paginetta in cui appena si abbozza l’idea, mentre altri esagerano descrivendo, seppure in riassunto, ogni scena e ogni episodio della trama, definendo tutte le scelte stilistiche e strutturali, magari persino inserendo autocitazioni esemplificative tratte dall’opera stessa.
Troppa sintesi o eccesso di affabulazione, in politica come nelle sinossi, non aiutano la comunicazione, rendendo poco comprensibili i messaggi o affogandoli nel mare della noia.
In effetti, a pensarci, tale dicotomia si riproduce anche in molte delle opere che ci vengono proposte. Nella maggior parte dei casi si tratta, infatti, di racconti lunghi o romanzi brevi che stiracchiano a stento le 100 pagine di impaginato, oppure di ponderose e ambiziose opere che si snodano (o annodano) per 400 pagine e passa. Cosa che, fra l’altro, pone nello specifico anche qualche problema di commercializzazione del prodotto, per quanto già senta i puristi lamentare che “i libri non si vendono a peso”; a peso no, ma è poi vero che chi compra non è molto contento di sborsare almeno 10 euro per una specie di opuscoletto (che di meno non può costare, perché per fare un libro ci sono costi fissi non comprimibili) o di investirne più di 20 nel tomo di uno scrittore magari esordiente (perché la foliazione fa lievitare inevitabilmente i costi di redazione e produzione, e quindi il prezzo).
Al di là di questi problemi industriali, comunque, la sensazione è che anche molti autori siano presi dalle opposte sindromi della sintesi estrema o dello sproloquio. Non esiste la dimensione ideale di un libro, perché ogni storia necessita del suo giusto spazio: ma troppo spesso mi sono imbattuto in idee appena abbozzate e troppo velocemente risolte, senza il gusto per la narrazione e senza la voglia di costruire una struttura adeguata; così come sono spesso incappato in esibizioni verbose e ridondanti, penalizzate dalla lentezza, dalla quantità e magari anche dal vezzo di inserire in un’unica opera tutte le variazioni stilistiche e tutti i registri narrativi possibili. E, sia chiaro, sto parlando di opere che hanno al fondo, in ogni caso, una buona idea di partenza e di autori che, almeno per lessico e linguaggio, mostrano padronanza della lingua e della scrittura.
La comunicazione, e la narrazione letteraria con essa, sembrano oggi vittime anch’esse della radicalizzazione. Che, in questo caso, oppone i seguaci del modello twitter (tutto si può dire in pochissime parole) agli amanti dell’esibizione di ogni fronzolo (nulla ha senso dire se non utilizzando il massimo numero di parole, necessarie e superflue). A me sembra però che a rimetterci siano quasi sempre, in entrambi i casi, la chiarezza del narratore e la comprensione del lettore. E che, forse, sarebbe il caso di fare qualche sforzo per ritrovare il gusto della giusta misura, conciliando la stretta necessità del concetto e il piacere della parola.

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