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Il partito del No e il partito del Fare (possibilmente bene)

di Cristiano Abbadessa

Mentre scrivevo le mie note per l’ultimo post, la scorsa settimana, accadevano simultaneamente due fatti che riguardavano proprio le due questioni che avevo appena posto in relazione: la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo e il Festival dell’Inedito di Firenze. In entrambi i casi, e nelle stesse ore, si registrava una parziale marcia indietro dei promotori: il governo riammetteva la possibilità almeno teorica del reintegro per i lavoratori licenziati per motivazioni economiche, gli organizzatori del Festival, abbandonati da sponsor e testimonial, proclamavano una moratoria dell’iniziativa. Continuo a parlare di marce indietro parziali perché, come per la questione dei licenziamenti quasi tutto verrà demandato ai dettagli del provvedimento e alle effettive discrezionalità dei giudici, così per la rassegna fiorentina la sospensione ha un carattere di provvisorietà ed è condita da tali precisazioni che nulla porta a escludere una riemersione dell’iniziativa, magari con meno nomi noti in prima fila e con un profilo più dimesso (ma non per questo meno efficace rispetto agli scopi).
Abbandono per il momento la vicenda della riforma del mercato del lavoro e mi appunto qualche considerazione che emerge con nettezza da quanto accaduto intorno al Festival dell’Inedito. Primo: forze diverse, ma tutte ugualmente contrarie allo spirito dell’iniziativa, hanno saputo rispondere con voce chiara e unanime, si sono fatte sentire attraverso la rete e media più tradizionali con una forza tale da raggiungere, almeno per il momento, lo scopo. Secondo: nel tumultuoso mondo dell’editoria in trasformazione può accadere, anche in buona fede (e per qualcuno degli attori coinvolti sarei pronto a scommetterci), di dare credito a tentativi che possono apparire in grado di fornire risposte a problemi concreti ma che celano in sé pericolosi germi. Terzo: la capacità di mobilitarsi è alta e pagante quando si tratta di bloccare qualche iniziativa potenzialmente pericolosa, ma viene a scemare subito dopo, lasciando sul tappeto, irrisolti, tutti i problemi.
Torno allora al parallelo con la riforma del mercato del lavoro, perché davvero esemplare. Stemperato il significato anche simbolico della cancellazione di alcune norme previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si incassa un’apparente vittoria salvo poi ammettere (chi a mezza bocca, chi con toni più acuti) che è la riforma nel suo complesso a non offrire né maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per gli esclusi né maggiori garanzie complessive a chi è nel novero degli inclusi. Allo stesso modo, il fronte capace di coalizzarsi ed esternare con efficacia quando si tratta di bacchettare tutto ciò che ha il sapore di “editoria a pagamento” (nel senso più largo e onnicomprensivo del termine) non riesce a costruire una proposta concreta per rendere più aperto e più vivace il mercato editoriale, con particolare riferimento al settore della narrativa italiana (perché di autori italiani, o aspiranti tali, stiamo in definitiva parlando).
Eppure la questione è assolutamente centrale, direi decisiva per la stessa sopravvivenza di un’editoria plurale, non recintata negli strettissimi confini di quei pochi grandi gruppi che controllano il mercato in tutte le sue forme e ramificazioni.

Noi di Autodafé, come noto, stiamo lavorando da tempo attorno a ipotesi che siano capaci di creare alternative, di aprire spazi di mercato, di offrire opportunità. Certamente commettendo anche errori, ma cercando appunto di costruire, e non da soli, qualcosa che vada oltre la semplice espressione del lamento o della contrarietà.
Servono però interlocutori per costruire una rete, e trovarli non è facile. Servono autori (non solo nostri, ovviamente) che vogliano crescere e confrontarsi, con l’ambizione di guardare oltre il limitato orizzonte del “trovare un editore che mi pubblica”. Servono altri editori che condividano il progetto di un’editoria di qualità e una visione eticamente sensibile del proprio ruolo. Servono librai che vogliano scommettere sul protagonismo di un mercato alternativo, anziché rassegnarsi al piccolo cabotaggio di una sopravvivenza messa infine nelle mani dei loro stessi concorrenti. Servono lettori che abbiano voglia di sostenere attivamente progetti culturali condivisi, uscendo dalla logica del “consumatore”. Serve che tutti questi attori condividano valori e finalità, ma che sappiano anche che a ognuno tocca la sua fetta di rischio e di investimento (non necessariamente economico), perché l’alternativa è soltanto la messianica attesa del grande moloch editoriale che assomma in sé tutte le funzioni (oserei dire persino la creazione e il consumo, in una filiera pienamente controllata). Ed è necessario che i soggetti coinvolti sappiano anche cogliere le potenzialità positive di nuove forme di approccio al mercato, di distribuzioni e vendite alternative, senza trincerarsi dietro le false garanzie (non) offerte dalle regole poste a tutela del proprio improduttivo orticello.
Stiamo lavorando a questo, con interlocuzioni interessanti ma ancora numericamente insufficienti. E riteniamo che sia il momento di dare ampiezza e spessore al tentativo di creare un’alternativa, alla costruzione di una rete che unisca tutti i punti della filiera editoriale attorno al progetto di un’editoria di qualità. Sapendo fra l’altro che gli esempi non mancano, ma che sono finora declinati in un ambito ristretto e territoriale a nostro avviso insufficiente per costituire una vera alternativa.
Vorremmo che la stessa passione messa da tanti nel dire No alle iniziative poco trasparenti (come il festival fiorentino) venisse impiegata nel costruire una proposta e nel portarla avanti. Altrimenti la capacità di aggregazione diventa solo uno strumento di difesa dello status quo; che a parole non sembra essere lo status ideale per nessuno, ma che forse, in definitiva, fa meno paura dell’impegno diretto in un lavoro di cambiamento.

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Diritti e garanzie nell’economia di mercato (non solo editoriale)

di Cristiano Abbadessa

È certamente a causa delle mie inclinazioni politiche, ma negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di rimpiangere l’assenza di un forte dirigismo (e, perché no?, di una buona dose di intervento pubblico) quale contraltare, o perlomeno elemento calmierante, delle storture dell’economia di mercato. Fra l’altro, sotto sotto, non devo essere il solo ad avere questi pensieri; ma, troppo spesso, evitando di mettere in discussione il sistema nel suo insieme si finisce per accapigliarsi all’infinito su questioni che, pur non essendo marginali, sono destinate a non trovare piena e soddisfacente soluzione finché restano inscritte in un contesto dato e non mutabile. Ne è un esempio, a mio avviso, la stessa eterna e feroce diatriba sulla modifica dell’articolo 18 quale elemento cardine della riforma del mercato del lavoro: un problema non falso, ma certo meno decisivo di quanto potrebbe invece essere una riforma capace di contemplare forme di garanzia per l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro (non con il diritto a quel posto fisso, ma con il reale diritto a un posto di lavoro adeguato). Solo che, per l’appunto, una riforma del genere avrebbe necessariamente forti contenuti dirigisti e statalisti, in urto con tutte le norme comunitarie e con le regole degli accordi sovranazionali.
Pensieri del tutto simili mi vengono in mente leggendo alcune delle reazioni al Festival dell’Inedito. Reazioni giustificate e spesso ben motivate, tanto da aver indotto a un parziale ripensamento dell’iniziativa e da aver causato una mezza marcia indietro di organizzatori, promotori e testimonial. Ma anche reazioni che qualche volta vanno un po’ sopra le righe, come quando sento parlare del diritto dell’aspirante autore a essere preso in esame e valutato (ovviamente gratis) dagli editori. Avendo un profondo rispetto di quelli che dovrebbero essere i diritti fondamentali, alcuni citati in Costituzione o negli statuti fondativi dei grandi organismi internazionali, mi permetto di dire che qui il termine suona davvero eccessivo e usato a sproposito.
Meglio: non lo sarebbe se tale aspettativa fosse accompagnata da una riflessione più ampia, di sistema, per l’appunto. Perché risulta poco coerente, o un po’ furbesco, essere a favore delle leggi del libero mercato fino alle loro estreme conseguenze quando si ragiona, per esempio, da consumatori (e penso ai tanti sostenitori dello sconto selvaggio come sinonimo di libertà) e poi invocare garanzie che con tali leggi confliggono apertamente. Se ragioniamo secondo le logiche di mercato, nessun autore può pretendere che la sua opera venga valutata, perché sarà libera scelta degli editori stabilire se e quanto tempo dedicare alla selezione di nuovi aspiranti scrittori, in base alla redditività di questo investimento. Così come non ci si deve stupire se qualche operatore dell’editoria “scopre” che esiste un mercato costituito dagli autori che vogliono pubblicare a qualunque costo (anche pagando di tasca propria). E non si deve gridare allo scandalo se il mercato, condizionato e orientato da chi controlla la filiera e la comunicazione, premia i calciatori autobiografi e le conduttrici di programmi tv, i comici che scrivono libri per ridere e quelli che vorrebbero scrivere prendendosi sul serio, penalizzando invece autori con tutti i quarti letterari in regola.
Per dirla tutta, io, personalmente, ci starei anche a rivedere in modo radicale le regole del gioco. Ci starei a un sistema centralista che si preoccupasse di offrire garanzie a chi scrive, a chi edita, a chi commercia al dettaglio, e naturalmente a chi legge; magari mettendo risorse a disposizione, garantendo a tutti l’opportunità di “provarci” e affidando a un riscontro il più possibile democratico, basato sull’apprezzamento qualitativo del lettore, la trasformazione della semplice ambizione in diritto a esercitare un’attività artistica e culturale in forma professionale. Ci starei a una reale estensione dei diritti, ben sapendo però che ad essi corrisponderebbero anche dei precisi doveri nei confronti della collettività. Io ci starei a eliminare gli orpelli della pubblicità e della promozione drogata per sottopormi a un tribunale del popolo, così come ci starei a rinunciare al ruolo imprenditoriale per diventare un pubblico servitore in ambito culturale. Mi accontenterei anche di meno, per la verità; ma un di meno che sia comunque un forte temperamento del liberismo selvaggio, un accesso garantito e regolamentato al mercato, un livellamento delle opportunità non solo di partenza.
Naturalmente nulla di tutto questo mi sembra alle viste. Ma temo che anche tra coloro che, punti sul vivo, reclamano diritti improponibili dentro un sistema di libero mercato, ben pochi sarebbero pronti e favorevoli a un cambiamento radicale. L’importante è rendersi conto che se si accetta un sistema se ne accettano anche le regole (almeno quelle fondanti e basilari).

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Il governo Monti, la monocultura finanziaria, i giovani e l’afasia letteraria

di Cristiano Abbadessa

Ieri sera mi è capitato di sentire un viceministro dell’attuale governo che spiegava in tv come bisognasse “tenere conto della vastezza della questione”. Sarà stata una di quelle scivolate che capitano parlando, nell’estrema indecisione della scelta fra “ampiezza” e “vastità”, posso sperare. Anche se, per istinto, non ho potuto fare a meno di inorridire; d’altra parte, ho moti scomposti e istintivi quando sento maltrattare l’italiano dalle “seconde voci” delle telecronache calcistiche (e si tratta di ruspanti ex giocatori, a malapena andati oltre la scuola dell’obbligo), figuriamoci se mi potevo reprimere quando ho sentito sbandare un “professore” della nuova presuntuosa aristocrazia.
L’episodio, però, si è subito trasformato in riflessione più ampia. Perché questi saranno pure “professori”, ma non sarebbe mai male ricordarci di quali materie. Per cui, lo scivolone di un tecnico di questioni finanziarie può anche risultare più spiegabile (un tempo si diceva che il peggiore italiano era parlato dai ragionieri), ma non si può fare a meno di soffermarsi un attimo a sottolineare il difficile rapporto tra la cultura e questo governo; in ciò degno erede, ma forse con qualche connotazione negativa in più, di chi lo ha preceduto.
Si veda, per esempio, l’atteggiamento di fronte all’istruzione e alla formazione; settori nei quali mi pare esista una lettura meramente strumentale della funzione della scuola e dello studio (un tempo avremmo detto: funzionale al Sistema). In sostanza, studiare serve solo ed esclusivamente per preparare il proprio futuro professionale; e se la futura professione non prevede una preparazione scolastica particolarmente lunga, si cominci a 16 anni con l’apprendistato e la formazione specifica. Come ha suggerito un altro viceministro, lo stesso che ha dato degli sfigati a coloro che a 28 anni studiano e non si sono laureati.
Appartengo, decisamente, a una generazione che si è formata in un contesto diverso. Quando lo studio era confronto con la cultura, e l’accesso scolastico si pretendeva fosse aperto a quanti mostravano interesse prima ancora che attitudine, rinviando la scelta del proprio futuro professionale a tempi più maturi dei 16 anni (che poi, in una società con scarsa mobilità sociale come quella italiana, il più delle volte vuol dire replicare le scelte familiari senza alternative). E quando c’erano moltissimi studenti universitari di 28 anni o più, magari perché erano studenti lavoratori, che non sempre lavoravano per pagarsi gli studi ma a volte studiavano oltre a lavorare, senza particolare prospettiva di avanzamento professionale, per il puro gusto di farlo e migliorare la propria cultura.
La scarsa attenzione per la cultura e l’istruzione, peraltro, non emerge solo da questa visione rigidamente strumentale di una formazione che o è finalizzata a un futuro sbocco professionale o non è nulla, così come non si traduce solo nella valutazione meramente aziendalista dell’efficienza di insegnanti e dirigenti scolastici. Perché, sarà il caso di ricordarlo ai distratti, questo governo continua per esempio a tagliare e accorpare classi, mentre ben si guarda dal cancellare l’acquisto di aerei da guerra. E qui il problema si fa più complesso e più interessante. Infatti, queste stesse scelte compiute dal governo precedente suggerivano a molti che c’era qualche ministro che da sempre covava il sogno di mostrare i muscoli e giocare alla guerra, così come tanti fra i governanti di allora sembravano considerare la scuola un covo di insegnanti comunisti traviatori di giovani; e le scelte a loro modo si spiegavano, e naturalmente suscitavano le aspre e consapevoli reazioni di chi aveva del mondo e delle priorità una visione del tutto diversa. Ma oggi, avvertendo che queste scelte sono solo frutto di un calcolo opportunistico e strumentale (faccio quadrare i conti, sommo obiettivo, intervenendo laddove è più semplice e dove urto meno interessi forti), molti si trovano davvero spiazzati.
Qui entra in ballo la nostra letteratura e quel che vediamo dal nostro osservatorio privilegiato. La sensazione, suffragata appunto dal rapporto coi nostri aspiranti autori, è che si stia verificando una sorta di gelata della passione civile. È infatti certo che molti, anche banalizzando, vedevano nella precedente classe di governo la rappresentanza di un’Italia che non ha la cultura in simpatia, che la considera fronzolo e orpello, che si richiama a radici “popolane” e “volgari” nell’accezione meno nobile di questi termini; mentre in realtà quella classe politica era la fedele e plastica espressione di una certa cultura, di valori e modi di vivere veicolati, e talora imposti attraverso la comunicazione, nel corso di un buon paio di decenni. A questa cultura, o anticultura che dir si voglia, una buona parte della società civile si è vigorosamente contrapposta, creando e divulgando una diversa visione delle cose e una diversa scala di valori. Tra le due parti, con forme e sensibilità diverse, si è in ogni modo mantenuto aperto un confronto che si è espresso anche, appunto, attraverso la creazione letteraria, la narrazione attenta alle dinamiche sociali.
Oggi tutto questo sembra venir meno. Perché il clima sociale dominante non oppone due diversi modi di essere e di pensare, ma veicola la supremazia inevitabile di una scienza algida: quasi che le leggi dell’economia e della finanza fossero le Tavole scolpite da mano divina sul Sinai e non il frutto di scelte politiche e filosofiche. La nuova Grande Paura, con i suoi dogmi e i comportamenti riflessi, sembra aver silenziato le coscienze e le menti, inaridendo o spiazzando la capacità critica e creativa.
Si respira, in Italia e in Europa, la scorata sensazione di chi ha recepito il messaggio che i nuovi tecnocrati sono riusciti a trasmettere: un altro mondo non è possibile. Non si tratta più di scegliere da che parte stare, o di ragionare su nuovi scenari, ma di conformarsi all’inevitabile, alla suprema legge che tutto determina. E chi non sta alle regole, chi pretende di ragionare prima di costruire il proprio futuro, chi mostra una pericolosa curiosità intellettuale, è uno sfigato.

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Non è il governo dei poteri forti? E allora parliamo di Iva sugli e-book

di Cristiano Abbadessa

Nel corso del dibattito parlamentare sulla fiducia, il nuovo presidente del consiglio Mario Monti ha tenuto a precisare, anche con una punta di infastidita ironia, che il suo nuovo governo non è, come dicono molti e da diverse parti politiche, espressione dei famigerati “poteri forti”. Affermazione su cui sarebbe lecito avanzare qualche riserva, vista la storia personale di Monti e dei suoi ministri, le circostanze che hanno portato all’insediamento di questo governo e persino le procedure, costituzionalmente piuttosto atipiche, che hanno portato alla nomina del nuovo esecutivo. Ma si tratta di questioni politiche sulle quali non è qui il caso di indagare oltre.
Proviamo allora a prendere per buona l’affermazione, chiedendo però qualche riscontro concreto. E, tralasciando per un attimo la verifica dell’indipendenza dai veri “poteri forti” della finanza internazionale e dell’economia politica globalizzata, accontentiamoci in prima battuta di vedere come il governo si comporta coi “poteri deboli”, ovvero con quei gruppi dominanti tutti autoctoni che hanno finora occupato, a partire dalla non controversa figura del presidente-operaio-imprenditore, il governo nazionale; poteri che magari fuori dai confini italiani contano poco e vengono snobbati con sufficienza, ma che in casa nostra hanno dettato legge e leggi, facendo del conflitto d’interessi una barzelletta che è persino diventato stucchevole evocare.
Il settore editoriale è un buon terreno su cui misurare la dichiarata indipendenza del professor Monti, trattandosi di uno dei settori dell’economia nazionale in cui più è evidente la concentrazione di denari e poteri nelle mani di una ristretta oligarchia, che condiziona il mercato interno dettandone le regole di funzionamento e controllando direttamente tutte le fasi della filiera. E un buon banco di prova, in questo campo, rappresenta la questione dell’Iva sugli e-book, che è oggi al 21% (mentre quella sui libri cartacei è al 4). Questione che, fra l’altro, è certamente di competenza dell’esecutivo (e non del legislativo, che è il parlamento) e che potrebbe tornare di piena attualità, visto che si ventila un ulteriore possibile ritocco di questa forma di tassazione.
Siccome di una riduzione dell’Iva sugli e-book beneficerebbero tutti gli editori, grandi e piccoli, va forse spiegato perché questo provvedimento sarebbe in realtà un riequilibratore del mercato e non un favore ai soliti grandi squali. Il fatto è che, a oggi e nel mercato italiano, l’e-book è molto più importante per i piccoli editori che per i colossi del settore. Basta guardare la ripartizione delle quote del mercato degli e-book, dove si riducono di molto le posizioni dominanti ed emergono più facilmente soggetti diversi dai soliti noti; e se è vero che questo dato era addirittura clamoroso fino a qualche mese fa (perché i grandi editori hanno a lungo nicchiato e si sono rassegnati di contraggenio alla vendita degli e-book con un certo ritardo), è vero anche che sostanziali e incoraggianti differenze rispetto al mercato dei libri tradizionali resistono anche oggi che tutti gli editori mettono a disposizione la versione elettronica di ogni opera edita. Va da sé che, mentre per un grande editore l’e-book rapprenta lo zerovirgolazero e qualcosa del suo fatturato, per un piccolo spesso costituisce una percentuale che comincia con un numero primo.
Va poi aggiunto che l’e-book riduce le differenze determinate dalla diversa capacità di investimento pubblicitario: certo, il lettore che ha già deciso cosa comprare è per forza condizionato dalla qualità e dalla quantità della comunicazione messa in campo, e qui i grandi editori conservano il loro vantaggio di partenza. Questa è però la stessa, particolare, situazione del lettore che entra in libreria ordinando a colpo sicuro quel titolo. Ma vi sono poi i lettori che entrano in libreria aggirandosi tra gli scaffali, curiosando, leggendo le quarte di copertina e facendo dopo la loro scelta; e in questo caso vi è una bella differenza tra l’aggirarsi in una libreria che ti propone in evidenza alcuni titoli e altri li nasconde nel retrobottega, e navigare nei siti degli store di e-book, dove la condizione di partenza è grossomodo uguale per tutti. E, in generale, va detto che distributori e venditori di e-book praticano una politica diversa da quella delle catene librarie (ovviamente, perché le catene sono proprietà di chi sappiamo), ruotando molto di più gli spazi di maggiore visibilità, le offerte e le opportunità promozionali.
La questione dell’Iva è importante, come abbiamo già avuto modo di spiegare. L’Iva al 21% infatti azzera (e, anzi, ribalta la situazione) il risparmio che l’editore realizza, con l’e-book, grazie all’assenza di una produzione industriale e della spesa per la materia prima (la carta). Se, a oggi, l’e-book può essere messo in vendita a un prezzo inferiore rispetto allo stesso titolo cartaceo è solo grazie alla filiera più corta (l’e-book nasce con un distributore che è anche venditore), con un ricarico inferiore delle percentuali spettanti alla parte commerciale. Ma questo margine di risparmio per l’editore si va assottigliando, con l’entrata in gioco dei grandi store (da Ibs fino a Amazon), che rivestono nell’e-commerce la stessa funzione della libreria, che non sono distributori ma venditori e che portano quindi la filiera dell’e-book ad assomigliare ormai, anche nei costi, a quella del libro tradizionale. E, a questo punto, il rischio sarà di svendere e-book in perdita o metterli in vendita a un prezzo più alto del titolo cartaceo, determinando la crisi di un settore dove il piccolo editore avrebbe le armi per competere; o comunque riassegnando un vantaggio al grande editore che, nella sua economia di scala, può scegliere se snobbare gli e-book (vendendoli a prezzi alti e contribuendo ad affossare il settore) o se assorbire gli effetti di una vendita sotto costo praticando una sorta di dumping.
Sarebbe quindi il caso che la voce dei piccoli editori si levasse, con una certa forza, per chiedere che l’Iva sugli e-book venga parificata a quella sui libri cartacei e portata al 4%. E sarebbe bene che la flebile voce di Autodafé non restasse isolata.
Vogliamo chiamarlo appello? Va bene. Vediamo se qualche piccolo editore sottoscrive e vediamo se riusciamo a farci sentire dal governo del professor Monti.

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