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Cercare lavoro nell’editoria. Una foto dell’Italia contemporanea

di Cristiano Abbadessa

Ci è già capitato di parlare, in questo blog, delle proposte editoriali che arrivano in redazione (ormai stiamo per raggiungere il migliaio), di solito per analizzare alcune ingenuità, approssimazioni o veri e propri errori che gli aspiranti autori commettono nell’avanzare la proposta. Meno interessante, per quanto variegato, è invece il profilo dei candidati autori: sociologicamente ampio e indefinibile, presenta però il tratto comune, cui si è già accennato, che raduna tutti in quell’unica categoria di scrittori per passione, o part-time, che di altro lavoro vivono (o che ancora studiano, o che non lavorano più) e che alla scrittura dedicano il tempo libero, seppure con grande impegno. In tal senso, avrebbe forse più senso parlare di aspiranti alla pubblicazione piuttosto che di aspiranti autori (in effetti, autori lo sono in ogni caso, anche se l’opera resta inedita); comunque, quasi mai si può parlare di aspiranti scrittori (alla professione di scrittore, intendo), neppure quando si è di fronte a persone che hanno già pubblicato diverse opere.
Stavolta, però, mi interessa parlare di tutti quelli che ci hanno scritto cercando lavoro. Sono arrivate più di un centinaio di offerte di collaborazione (110 a oggi, per la precisione): che sono tante, perché in nessun modo le abbiamo mai sollecitate e, anzi, abbiamo diverse volte fatto sapere di non avere alcuna possibilità o intenzione di assumere dipendenti o di avvalerci di nuovi collaboratori; un caso ben diverso, dunque, da chi ci invia l’opera apertamente invitato da quel “Autodafé cerca buone storie e autori validi…” che campeggia nella prima pagina del nostro sito.
La grande maggioranza delle offerte di collaborazione (quasi l’80 %) riguarda ruoli redazionali; non mancano le proposte di grafici e traduttori (nonostante siamo una casa editrice che pubblica dichiaratamente solo autori italiani), mentre latitano o quasi il personale di segreteria e quello addetto alla promozione o alla commercializzazione.
Già questo è un primo elemento indicativo. Ma molto più significativo, a mio avviso, è analizzare il diverso tipo di approccio al lavoro evidenziato dalle lettere che accompagnano i cv. Qui sì che si possono individuare almeno quattro gruppi sociologici, con relative riflessioni.
Una prima minoranza, esigua, è costituita da coloro che cercano un rapporto di lavoro tradizionale. Certo, già in questo insieme si nota che, nelle domande, mai compare l’esplicito termine assunzione, che pare essere ormai un tabù. Però le perifrasi utilizzate indicano chiaramente l’aspirazione a un posto fisso, non diciamo sicuro, avvalorato da un cv pertinente e ricco, e sostenuto, per esempio, da dichiarate “disponibilità al trasferimento”, quando l’offerta proviene da qualcuno che risiede lontano da Milano. E, dai profili e dalle domande, traspare la speranza di poter stabilire un rapporto di lavoro stabile, corretto, contrattualmente regolamentato e rispettoso fra le parti.
Una seconda categoria, anch’essa minoritaria, è costituita da coloro che non solo aspirano a un lavoro certo, ma si dichiarano pronti a investire su se stessi, convinti di poter emergere o comunque sicuri che l’offerta della propia disponibilità massima sia un elemento decisivo per convincere un datore di lavoro. Fra chi appartiene a questo gruppo, non solo molti mettono dichiaratamente in conto di essere pronti a un periodo di stage gratuito, ma soprattutto c’è chi arriva a dichiarare di garantire reperibilità 24/7, come usa dire oggi, facendo della dedizione assoluta al lavoro il proprio biglietto da visita (per inciso, mai assumerei una persona che si presenta con queste credenziali). Il lavoro, la carriera e la disponibilità a ogni sacrificio sono i tratti essenziali di questa categoria.
Queste prime due categorie, profondamente diverse tra loro, hanno in comune l’approccio al lavoro come componente essenziale della vita: per bisogno, per professionalità o per volontà di emergere, si propongono comunque per un’attività professionale cui pensano di dedicarsi a fondo, avendo le capacità e l’inclinazione per costruire un rapporto di soddisfazione reciproca. Le altre due tipologie di offerte, invece, provengono da un universo di aspiranti collaboratori che, per diversi motivi, hanno un approccio al lavoro che definirei accessorio.
Un gruppo, ancora minoritario, è formato da coloro che sono anzitutto appassionati di letteratura. Chi fa parte di questa tipologia ha di solito un altro lavoro, o comunque è professionalmente orientato verso un’altra strada, ma è tanto affascinato dal mondo letterario da dichiararsi interessato e disposto a collaborare gratutamente o quasi, saltuariamente, magari solo in attività di contorno (la sola lettura dei manoscritti da valutare, oppure la sola lettura della bozza impaginata). Sanno, o intuiscono, che una piccola casa editrice non può assumere o che difficilmente può pagare il giusto a collaboratori esterni, ma si dichiarano entusiasti di poter comunque aiutare, quasi in modo amatoriale, talvolta senza neppure evidenziare, nel cv, competenze specifche in materia.
La maggioranza delle offerte di collaborazione, però, proviene dall’esercito dei rassegnati al precariato. Si tratta in genere di persone che avrebbero tutte le carte in regola per aspirare a un lavoro nel settore, ma che neppure provano a immaginare un rapporto stabile e duraturo. Oppure, specularmente, sono persone che non hanno una elevata competenza editoriale, ma hanno intuito che questo settore vive sui rapporti precari e occasionali. In ogni caso, offrono collaborazioni ad ampio spettro, più o meno frequenti secondo le esigenze dell’editore, spesso scrivendo da località lontanissime, ma convinti che questo non rappresenti un problema in un rapporto che non sarà mai troppo stretto. Si intuisce, in queste proposte, il senso di una rassegnata ricerca di qualche entrata economica per arrotondare, pur potendo teoricamente aspirare a qualcosa in più; e, spesso, si legge in controluce quanto la necessità superi la passione, che probabilmente viene, nei singoli casi, dedicata ad altre e disparate attività, che mai saranno professione.
Non so se, anche nell’esigenza di rispettare la privacy di chi scrive e di non scendere troppo nei dettagli, sono riuscito a rendere l’idea delle forti sensazioni che ispirano, a chi le legge, queste offerte di collaborazione. Credo che, più di tante analisi teoriche, rappresentino, anche coi loro chiaroscuri, la fotografia dell’Italia di oggi, del rapporto degli italiani (specie giovani e donne, nel nostro caso) con il mondo del lavoro, delle attese, delle speranze e delle rassegnazioni di una generazione.

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