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Se nessuno vuole vendere libri

di Cristiano Abbadessa

Provo a tornare, dedicandoci un paio di post, sulla questione del libro “edito e prepagato”, tentando di motivare le ragioni di questa necessità, che può apparire a prima vista opportunistica pretesa. In questa prima parte, lo faccio dando un’occhiata alle figure professionali della filiera editoriale.
Riparto, ancora una volta, da uno sguardo al corposo archivio in cui raccogliamo le proposte di collaborazione che vengono inviate alla nostra casa editrice. La stragrande maggioranza riguarda, come prevedibile, coloro che si offrono per un’attivita di tipo redazionale, con curriculum che vanno a coprire tutto il possibile mansionario: lettori, redattori, correttori di bozze, e via salendo fino a chi si propone come editor di collana o direttore editoriale. Non sono pochi nemmeno quanti si offrono come grafici (qui inteso come impaginatori), per lavori di segreteria, per pubbliche relazioni e ufficio stampa, per l’organizzazione di eventi e presentazioni, per la cura e l’implementazione di spazi web. Tutte proposte plausibili, spesso e volentieri motivate da un buon bagaglio di studi ed esperienze; proposte frustate dal fatto che i soci di Autodafé si sono divisi questi compiti e li svolgono in proprio, ma certamente ragionevoli. Infine, e non sono pochi, ci sono quanti si propongono come illustratori, disegnatori, traduttori, grafic-designer (qui inteso come creatori di copertine); tutte figure professionali di cui non ci serviamo, e per le quali forse basterebbe una vaga conoscenza della casa editrice e dei suoi prodotti per risparmiare l’invio di un curriculum che certamente non ci può servire (parlo della minima conoscenza che si può acquisire attraverso il sito, dove si vede quali sono le nostre copertine, che i libri non sono illustrati e che non pubblichiamo autori stranieri; anche se riterrei doveroso che chi invia una proposta di lavoro avesse almeno preso in mano qualche libro dell’editore cui si rivolge).
In questa ampia offerta mancano del tutto (o quasi) proposte relative all’attività commerciale. Qualcuno accenna a questo aspetto, ma più che altro dando l’impressione di immaginare di poter essere in grado di tenere i rapporti con un distributore, non però di occuparsi in prima persona dei contatti con le librerie, dell’organizzazione di fiere e banchetti, della creazione di una piccola rete di vendita per conto della casa editrice. Forse gli agenti e i venditori non pensano sia utile proporsi a un editore, ma eventualmente a un distributore; obiezione discutibile, nell’attuale mercato editoriale, e comunque non suffragata dalle considerazioni che seguono.
Oltre alle proposte individuali di lavoro, infatti, nelle nostre caselle mail arrivano anche offerte aziendali. Che, nella quasi totalità (a parte qualche service editoriale a ciclo completo), riguardano il processo di produzione, e segnatamente la fase di stampa (già più raro trovare chi offre anche un magazzino). Proposte plausibili, che vengono girate al socio che si occupa del processo di produzione, ma ancora una volta monotematiche.
Anche qui, non dico che nessun distributore “adulto” (magari piccolo, di nicchia e specializzato) viene a cercarci, ma non esiste nessuna struttura o compagine che pensi di esplorare il settore, sondi l’interesse, provi a capire se i piccoli editori sarebbero interessati a una società in grado di occuparsi di distribuzione e vendita, curando in particolare i rapporti con le librerie indipendenti.
Eppure, guardando anche alla realtà dei nostri “colleghi e concorrenti”, mi sento di dire che questo tipo di attività promozionale e commerciale avrebbe buone opportunità. Anche perché suppongo che troverebbe una buona accoglienza presso i librai indipendenti, specie medio-piccoli, che si rivolgono al grande distributore per creare il magazzino coi soliti titoli noti, ma probabilmente gradirebbero la mediazione di una struttura competente e affidabile per la scelta dei titoli da scoprire, senza sfiancarsi nella gestione di una miriade di contatti coi singoli piccoli editori. Qualche libraio preferisce il contatto diretto, selezionando con cura pochi interlocutori e diventando il punto di riferimento per un numero limitato di editori (abbiamo anche noi i “nostri” punti vendita privilegiati); ma i più, legittimamente, ambirebbero a poter tenere i contatti con un ragionevole e circoscritto numero di distributori organizzati e seri, ciascuno con un proprio carnet di editori, magari con specializzazioni di settore.
Francamente mi stupisce un po’ il fatto che tra i numerosi amanti della letteratura e dei libri nessuno si senta vocato, a livello individuale o collettivo (cioè con l’ambizione e la capacità di costruire una piccola società), per l’attività di promozione e vendita. Anche perché ritengo che questo tipo di lavoro non sia adatto al famoso venditore generico (quello che “sa vendere di tutto a chiunque”), ma richieda competenza specifica, amore per la letteratura, capacità di analisi e di sintesi, conoscenza del prodotto e delle esigenze di tutti gli attori della filiera.
Possibile che tra i tantissimi amanti dei libri non esista nessuno con queste attitudini e con la voglia di provare a esplorare un terreno che, così concepito, è quasi vergine e potrebbe essere fertile?
Perché è vero che, in un’economia di mercato, l’editore che sopravvive dovrebbe essere quello che riesce a vendere i propri libri. Ma esiste, oggi, qualcuno disposto a occuparsi per davvero, e come attività principale, della vendita dei libri dei piccoli editori?

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Il partito del No e il partito del Fare (possibilmente bene)

di Cristiano Abbadessa

Mentre scrivevo le mie note per l’ultimo post, la scorsa settimana, accadevano simultaneamente due fatti che riguardavano proprio le due questioni che avevo appena posto in relazione: la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo e il Festival dell’Inedito di Firenze. In entrambi i casi, e nelle stesse ore, si registrava una parziale marcia indietro dei promotori: il governo riammetteva la possibilità almeno teorica del reintegro per i lavoratori licenziati per motivazioni economiche, gli organizzatori del Festival, abbandonati da sponsor e testimonial, proclamavano una moratoria dell’iniziativa. Continuo a parlare di marce indietro parziali perché, come per la questione dei licenziamenti quasi tutto verrà demandato ai dettagli del provvedimento e alle effettive discrezionalità dei giudici, così per la rassegna fiorentina la sospensione ha un carattere di provvisorietà ed è condita da tali precisazioni che nulla porta a escludere una riemersione dell’iniziativa, magari con meno nomi noti in prima fila e con un profilo più dimesso (ma non per questo meno efficace rispetto agli scopi).
Abbandono per il momento la vicenda della riforma del mercato del lavoro e mi appunto qualche considerazione che emerge con nettezza da quanto accaduto intorno al Festival dell’Inedito. Primo: forze diverse, ma tutte ugualmente contrarie allo spirito dell’iniziativa, hanno saputo rispondere con voce chiara e unanime, si sono fatte sentire attraverso la rete e media più tradizionali con una forza tale da raggiungere, almeno per il momento, lo scopo. Secondo: nel tumultuoso mondo dell’editoria in trasformazione può accadere, anche in buona fede (e per qualcuno degli attori coinvolti sarei pronto a scommetterci), di dare credito a tentativi che possono apparire in grado di fornire risposte a problemi concreti ma che celano in sé pericolosi germi. Terzo: la capacità di mobilitarsi è alta e pagante quando si tratta di bloccare qualche iniziativa potenzialmente pericolosa, ma viene a scemare subito dopo, lasciando sul tappeto, irrisolti, tutti i problemi.
Torno allora al parallelo con la riforma del mercato del lavoro, perché davvero esemplare. Stemperato il significato anche simbolico della cancellazione di alcune norme previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si incassa un’apparente vittoria salvo poi ammettere (chi a mezza bocca, chi con toni più acuti) che è la riforma nel suo complesso a non offrire né maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per gli esclusi né maggiori garanzie complessive a chi è nel novero degli inclusi. Allo stesso modo, il fronte capace di coalizzarsi ed esternare con efficacia quando si tratta di bacchettare tutto ciò che ha il sapore di “editoria a pagamento” (nel senso più largo e onnicomprensivo del termine) non riesce a costruire una proposta concreta per rendere più aperto e più vivace il mercato editoriale, con particolare riferimento al settore della narrativa italiana (perché di autori italiani, o aspiranti tali, stiamo in definitiva parlando).
Eppure la questione è assolutamente centrale, direi decisiva per la stessa sopravvivenza di un’editoria plurale, non recintata negli strettissimi confini di quei pochi grandi gruppi che controllano il mercato in tutte le sue forme e ramificazioni.

Noi di Autodafé, come noto, stiamo lavorando da tempo attorno a ipotesi che siano capaci di creare alternative, di aprire spazi di mercato, di offrire opportunità. Certamente commettendo anche errori, ma cercando appunto di costruire, e non da soli, qualcosa che vada oltre la semplice espressione del lamento o della contrarietà.
Servono però interlocutori per costruire una rete, e trovarli non è facile. Servono autori (non solo nostri, ovviamente) che vogliano crescere e confrontarsi, con l’ambizione di guardare oltre il limitato orizzonte del “trovare un editore che mi pubblica”. Servono altri editori che condividano il progetto di un’editoria di qualità e una visione eticamente sensibile del proprio ruolo. Servono librai che vogliano scommettere sul protagonismo di un mercato alternativo, anziché rassegnarsi al piccolo cabotaggio di una sopravvivenza messa infine nelle mani dei loro stessi concorrenti. Servono lettori che abbiano voglia di sostenere attivamente progetti culturali condivisi, uscendo dalla logica del “consumatore”. Serve che tutti questi attori condividano valori e finalità, ma che sappiano anche che a ognuno tocca la sua fetta di rischio e di investimento (non necessariamente economico), perché l’alternativa è soltanto la messianica attesa del grande moloch editoriale che assomma in sé tutte le funzioni (oserei dire persino la creazione e il consumo, in una filiera pienamente controllata). Ed è necessario che i soggetti coinvolti sappiano anche cogliere le potenzialità positive di nuove forme di approccio al mercato, di distribuzioni e vendite alternative, senza trincerarsi dietro le false garanzie (non) offerte dalle regole poste a tutela del proprio improduttivo orticello.
Stiamo lavorando a questo, con interlocuzioni interessanti ma ancora numericamente insufficienti. E riteniamo che sia il momento di dare ampiezza e spessore al tentativo di creare un’alternativa, alla costruzione di una rete che unisca tutti i punti della filiera editoriale attorno al progetto di un’editoria di qualità. Sapendo fra l’altro che gli esempi non mancano, ma che sono finora declinati in un ambito ristretto e territoriale a nostro avviso insufficiente per costituire una vera alternativa.
Vorremmo che la stessa passione messa da tanti nel dire No alle iniziative poco trasparenti (come il festival fiorentino) venisse impiegata nel costruire una proposta e nel portarla avanti. Altrimenti la capacità di aggregazione diventa solo uno strumento di difesa dello status quo; che a parole non sembra essere lo status ideale per nessuno, ma che forse, in definitiva, fa meno paura dell’impegno diretto in un lavoro di cambiamento.

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Leggere fa bene alla salute. Soprattutto i libri di Autodafé

di Cristiano Abbadessa

Lo dicono gli scienziati, a cominciare da medici e psicologi: leggere fa bene alla salute. Fra le attività sedentarie, è quella che, per svariate ragioni, risulta maggiormente indicata per i suoi effetti positivi sul benessere psicofisico. Ma vi è di più: se analizziamo i risultati presentati in recenti convegni e simposi internazionali, scopriamo che a far bene alla salute sono proprio i libri pubblicati da Autodafé. Che non viene espressamente citata, ma è come se lo fosse.
Leggere fa bene agli occhi, dicono gli scienziati. Contrariamente alla credenza secondo cui la lettura affatica la vista, in realtà si tratta di un’attività molto riposante, a differenza del guardare la tv o un film al cinema, perché il bianco e nero della carta stampata ha effetti rilassanti, mentre i colori, talora troppo forti o troppo vivi, di tv e cinema finiscono per stancare la vista e alterarne la percezione. Ovviamente i benefici per gli occhi si avvertono soprattutto leggendo quei libri che sono stampati in caratteri più grandi e visibili, specie rispetto ai quotidiani e ai rotocalchi, e che, rispetto a questi ultimi, non presentano il fastidioso inconveniente di box colorati. Viene poi da sé che gli effetti benefici sono amplificati quando il libro è stampato su una carta adeguata, per colore e opacità; gli studi citano espressamente la carta Fedrigoni, che è quella (pur costosa) su cui stampiamo le opere della nostra casa editrice.
Persino banale sottolineare che gli scienziati ricordino quanto il silenzio, prerequisito essenziale per la lettura, abbia a sua volta effetti benefici sul sistema nervoso e sensoriale. A parte i disturbi all’udito che possono verificarsi con la frequentazione di ambienti troppo rumorosi, va ricordato che gli improvvisi sbalzi di volume rappresentano una scossa emotiva di complicata gestione. Meglio leggere, dunque, piuttosto che affidarsi alle amplificazioni di tv e film, ma in questo senso è soprattutto pericolosa la musica: dannosissima, in particolare, se viene ascoltata in affollati concerti, in locali dall’acustica ridondante (come le discoteche) o, ancora, attraverso cuffie e auricolari che sparano direttamente nell’apparato uditivo suoni troppo violenti.
Gli scienziati, e questo è meno scontato, sostengono anche che è meglio leggere libri nella loro lingua originale, evitando le traduzioni. Questo perché a volte nel lettore mediamente colto possono scattare dei meccanismi di ritraduzione, quando si chiede quale poteva essere l’espressione usata in originale dall’autore, verificando mentalmente la bontà e l’efficacia del lavoro del traduttore; operazione che affatica e distrae, riducendo gli effetti del rilassamento propri della lettura. Benissimo quindi leggere direttamente in inglese, spagnolo o francese, se si è ottimi poliglotti; ma in ogni caso, per un lettore italiano, più sicuro e riposante leggere autori italiani (come i nostri).
Leggere narrativa, ci dicono ancora gli esperti, è meglio che leggere saggistica. Si tratta di un’attività più rilassante, più ricreativa e rigenerativa. Ma, al tempo spesso, è anche una lettura che mette in moto processi di ricostruzione visiva, stimola la fantasia e aguzza la creatività.
Fra la narrativa, inoltre, gli scienziati sostengono che sia da preferire quella attenta alla realtà sociale (esattamente come quella di Autodafé). Perché aiuta il lettore a restare aggiornato e sensibile, civilmente presente alle grandi tematiche del nostro tempo, ma attraverso una forma rispettosa degli equilibri psichici. Meglio la mediazione letteraria, infatti, della brusca carica ansiogena trasmessa da telegiornali e notiziari radiofonici. E meglio un’attività consapevole e dai tempi dedicati come la lettura, piuttosto che il disordine emotivo che finisce per generarsi attraverso la consultazione compulsiva dei siti informativi online, nella logica dell’eterna connessione alienante.
In pratica, senza nominarci, gli scienziati e gli sudiosi dicono esattamente che leggere i libri di narrativa pubblicati da Autodafé fa bene alla salute, fisica e psichica.
In tempi di salutismo, bisognerebbe costruirci sopra una campagna mediatica conseguente.

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Se gli editori sono troppi, l’autore ci perde o ci guadagna?

di Cristiano Abbadessa

Primo atto. Giovedì scorso, di mattina, rivedo una vecchia amica, con cui ero tornato in contatto un po’ più di un anno fa perché il marito intendeva sottoporci un suo libro. Non gli avevamo proposto un contratto, un po’ perché lo scritto era davvero agli estremi confini della nostra linea editoriale, un po’ perché si trattava di un’opera monumentale, di quelle che richiedono uno sforzo redazionale notevole, una mole di lavoro impressionante e che comportano spese di produzione decisamente elevate; una di quelle opere, insomma, che un editore decide di pubblicare solo se ci crede fino in fondo, senza trascinarsi dietro dubbi di sorta. L’amica mi dice che il marito ha infine trovato un editore, e che il libro è di prossima uscita. Ne sono lieto e glielo dico, confermandole la natura dei nostri dubbi. Ma, siccome la circostanza in cui ci siamo ritrovati è dolorosa, il discorso cade e non ci penso su più di tanto.
Secondo atto. Sempre giovedì, ma nel tardo pomeriggio, partecipo alla presentazione milanese di Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Ambiente informale, molti dei presenti ormai si conoscono, la presentazione diventa occasione di una chiacchierata ad ampio respiro, in cui vengo coinvolto. Dopo aver spiegato i nostri criteri di scelta, mi viene chiesto se ci è capitato di pentirci di una bocciatura, di vedere un’opera da noi scartata avere successo dopo la pubblicazione con altro editore. Rispondo di getto che non mi risulta che titoli da noi scartati siano diventati dei bestseller da decine di migliaia di copie o dei casi editoriali; ma aggiungo subito che bisognerebbe però chiedere i dati di vendita a tanti piccoli editori, perché in effetti molti autori passati al nostro vaglio hanno poi pubblicato con altre case editrici: e sapere se hanno venduto nell’ordine delle migliaia di copie, o delle centinaia, o delle decine, fa una bella differenza.
Nei giorni a seguire torno a riflettere su una realtà cui avevo già accennato in uno dei miei primi interventi, ma senza approfondirla a dovere. Se prendo in mano l’elenco degli autori e delle opere cui abbiamo dedicato una minima attenzione, chiedendo il manoscritto e discutendo tra noi l’opportunità di proporre un contratto, mi rendo conto che moltissimi hanno poi pubblicato, nel giro di breve tempo, con altri editori. In alcuni casi siamo stati battuti sul tempo, altre volte abbiamo scartato l’opera perché non ci convinceva fino in fondo (magari più per temi e punto di vista che per qualità), ma riconoscendole una sostanziale dignità letteraria. Addirittura abbiamo visto pubblicare opere da noi scartate senza indugio, per totale incompatibilità temetica con la linea editoriale, nelle quali però avevamo intravisto il germe di uno stile non disprezzabile.
Insomma, se traccio un bilancio, vedo che quasi tutte le opere ottime, buone o discrete passate per la nostra redazione hanno infine trovato un editore. Ovviamente ciascun editore segue i propri parametri di scelta: c’è quello che cerca una qualità letteraria elevata e quello che si accontenta di uno scritto gradevole e leggibile; c’è chi insegue temi e generi alla moda e chi persegue invece una propria precisa linea editoriale; c’è chi cerca un prodotto già “maturo” nello stile e persino nella redazione e chi guarda soprattutto alle idee e ai contenuti, riservandosi di migliorare con l’autore la fluidità della narrazione; c’è chi vuole autori in grado di autopromuoversi o spendibili come “personaggi” e chi procede seguendo i propri canali distributivi, magari limitati ma collaudati e sicuri. Alla fine, in ogni caso, è piuttosto facile che un’opera di buon livello trovi il suo sbocco verso il mare magno del mercato.
Mi viene in mente che nel mondo editoriale sento spesso ripetere una frase fatta: ci sono ormai più scrittori che lettori. Frase pronunciata di solito dagli editori, in parte per lamentarsi della mole di proposte ricevute, ma soprattutto per spiegare che è più facile produrre libri che venderli. Visto che, però, tutto quel che è pubblicabile viene in effetti pubblicato (e magari non venduto), non sarà anche vero che ci sono più editori che scrittori?
Sono ovviamente due paradossi, ma neppure troppo. I lettori sono più degli scrittori, ma tutti i libri scritti e pubblicati superano di gran lunga la capacità di “consumo” dell’universo dei lettori. Allo stesso modo, ci sono più scrittori che editori, ma per costruire i propri cataloghi gli editori, nel loro insieme, devono davvero raschiare il barile della produzione letteraria degna di questo nome.
Se ripenso alla nostra breve storia, mi accorgo di quanto sia cambiato nel giro di soli due anni. Siamo partiti da una situazione in cui molti autori validi andavano ancora proponendo buoni libri scritti ormai da qualche anno, ma rifiutati dagli editori; l’editoria a pagamento era fenomeno relativamente nuovo, che appariva una soluzione plausibile anche ad autori con legittime aspirazioni, di fronte al silenzio degli editori “puri”; nel limbo dell’autopubblicazione (che ancora non poteva contare sulla versione ebook) giacevano dimenticate ottime opere, in attesa di essere scoperte e ripescate (cosa che abbiamo fatto). Oggi riceviamo solo proposte fresche di composizione, gli editori a pagamento sono percepiti come l’ultima spiaggia dei falliti che non si rassegnano, l’autopubblicazione è un’alternativa consapevole e non un deposito di ambizioni frustrate. Se prima l’offerta degli autori era largamente superiore alla domanda degli editori (da cui la nascita dell’editoria a pagamento, come ovvia risposta a un vasto mercato di aspiranti scrittori), oggi il contratto di edizione diventa il paritario punto di incontro di due desideri: la voglia degli scrittori di vedere pubblicata la propria opera e la necessità degli editori di dotarsi di un catalogo sufficientemente ampio.
Come editore, questo riequilibrio tra domanda e offerta, e perciò nei rapporti di forza (anche contrattuali) dovrebbe preoccuparmi. In realtà credo che la mutazione in atto porterà a un cambiamento nell’interpretazione dei ruoli, che uscirà dagli schemi tradizionali e offrirà nuove possibilità tanto agli autori quanto agli editori, purché entrambe le categorie sappiano cogliere i segnali di mutamento e le nuove opportunità. Nel frattempo, non posso fare a meno di registrare le immediate conseguenze, che credo abbiano a che fare con quanto scrivevo la scorsa settimana a proposito del tracollo qualitativo delle proposte ricevute nel nostro secondo anno. (Oppure, può essere che il livello delle proposte sia calato perché inizialmente molti buoni autori avevano guardato al nuovo editore sperando che potesse diventare un attore di medio calibro e non uno dei tanti piccoli editori specializzati. Il che non cambia la sostanza del problema, confermando semmai che i piccoli editori sono troppi e, in genere, non soddisfano le aspettative degli autori).
Dopo tanto riflettere, mi sorgono alcune domande, che volentieri propongo per un’auspicata discussione collettiva.
In primo luogo: anche gli autori hanno la mia stessa sensazione che gli editori sul mercato siano tanti e forse troppi? E, in caso affermativo, come si pongono di fronte a questa realtà: affinando i criteri di scelta o ipotizzando percorsi alternativi?
Seconda questione. Fino a poco tempo fa, riuscire a suscitare l’interesse di un editore significava veder valutata in modo positivo la propria opera: di fronte alla sovrabbondanza dell’offerta autoriale, il riscontro del giudizio dell’editore era un certificato di qualità, a prescindere dalla conclusione di un accordo. Non hanno anche gli autori la sensazione che, ora, la presenza di molti (troppi) editori finisca per portare sul mercato anche opere appena dignitose, facendo venire meno quell’opera di selezione che un tempo era un primo credibile metro di valutazione del proprio lavoro?
E infine. Se oggi è più facile pubblicare, questo significa che aumenta ulteriormente la produzione libraria, in un mercato già soffocato e in cui l’offerta supera la domanda dei lettori. Considerando che la visibilità di un piccolo editore è comunque limitata, ogni singolo titolo pubblicato vede perciò ridursi fortemente, di fronte a una concorrenza sterminata, le possibilità non dico di “sfondare”, ma anche solo di ripagarsi. Al di là della soddisfazione di “essere pubblicati”, vale davvero la pena di fare tanti sforzi per trasformare semplicemente la propria forma di invisibilità? Ovvero, vale davvero la pena di entrare nel mercato editoriale per far leggere la propria opera a parenti, amici e conoscenti?

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La recensione perfetta al servizio del lettore

di Cristiano Abbadessa

Proseguo, come promesso, le mie riflessioni sugli intermediari tra autore e lettore, e dopo aver parlato dei librai mi dedico questa volta ai recensori, di qualsiasi livello e visibilità.
Preciso subito che cercherò di spiegare quale dovrebbe essere, a mio parere, la recensione ideale ragionando da lettore e non da editore. Anche perché verrebbe spontaneo dire che per un editore le recensioni ideali sono quelle che parlano dei suoi libri e che ne parlano bene; il che, peraltro, non è neppure del tutto vero, come vedremo poi. Meglio, quindi, partire da quel che io mi aspetto, come lettore, quando leggo una recensione (e non necessariamente letteraria).
Diffido, anzitutto, di quelle recensioni in cui l’estensore vuole dimostrare che sarebbe stato tanto più bravo dell’autore o, ancor peggio, dell’editor, muovendo critiche che sfociano spesso nel tecnicismo e proponendo al lettore una sorta di riscrittura critica dell’opera. A volte, se il recensore è bravo per davvero, possono anche essere esercizi godibili, seppure un po’ da iniziati alla materia; quasi sempre, però, fanno trasparire la sensazione della rivalsa che un mancato autore o un mancato editor cerca di prendersi nei confronti di chi è stato più fortunato o coraggioso di lui. Magari il recensore è davvero un eccellente autore incompreso o un editor mancato per sfortunate vicissitudini, ma mettere questo spirito vendicativo nella recensione finisce per lasciare sempre il retrogusto della frustrazione malcelata. Che al lettore, infine, non interessa per nulla.
Aggiungo, e qui so che l’affermazione potrà suscitare dissensi, che poco mi interessa anche il giudizio critico in quanto tale, espresso in voti, stellette o formule di varia derivazione scolastica o agonistica e a stento accompagnato da due righe di dileggio o di sconfinata ammirazione. Per carità, non voglio togliere ai recensori, spesso a quelli amatoriali, il gusto di ergersi per un attimo a professori ed esprimere la loro secca valutazione; ma questa, da sola, nulla ci dice, salvo che al recensore l’opera è piaciuta o no, se non è accompagnata da solide motivazioni, da un’analisi approfondita dell’opera, dalla descrizione dei punti di forza e di debolezza, che cominciano a consentire al lettore di farsi anche una propria idea circa il contenuto. L’elogio o la stroncatura, a volte, possono anche essere interessanti per il lettore; ma, per paradosso, non nel senso che lo obbligano a prendere per oro colato la valutazione del recensore. Voglio dire che a volte, specie in rete, un lettore può scegliersi un recensore di cui si fida e tenerne in conto il giudizio, ma capita anche, e faccio il caso personale, che io legga recensioni di noti critici letterari o cinematografici solo perché scrivono sul tal giornale, che da sempre leggo perché nel suo insieme mi aggrada, e che mi sia reso conto nel tempo, per comprovata esperienza diretta, di essere quasi sistematicamente in disaccordo con le loro valutazioni; ecco allora che la recensione positiva o negativa, specie alla luce delle motivazioni, può benissimo essere letta al contrario, e che io ritenga potenzialmente interessante un libro o un film che quei recensori hanno bocciato, e che viceversa non sia per nulla attratto da quell’opera verso la quale si sperticano in elogi.
Questo paradosso aiuta a riassumere quel che, come lettore, mi aspetto da un buon recensore: che mi aiuti a capire se il libro (o il film, o quant’altro) può piacere a me, non se è piaciuto a lui. Mi aspetto, quindi, che me lo rappresenti nel modo più sintetico ma efficace possibile. Che ne inquadri innanzitutto il genere, le tematiche, l’ambientazione. Che mi dica se la trama è lineare e coinvolgente o è un puro pretesto per altri scopi. Che mi aiuti a capire se la struttura della narrazione è complessa o semplice, funzionale o artificiosa. Che mi introduca allo stile dell’autore, evidenziandone le caratteristiche. Che mi faccia intuire quelli che per l’autore dovrebbero essere i punti di forza del libro. Che mi dica se il linguaggio è ironico, se i dialoghi sono realistici, se i personaggi hanno il giusto spessore, se lo sguardo del narratore esplora il contesto o indugia nell’introspezione. Poi, alla fine, potrà anche esprimere il suo giudizio e spiegare se secondo lui l’autore è riuscito validamente a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato; ma l’importante è che cominci a farmi “respirare” il libro e a farmi capire se a me, lettore con gusti precisi, potrebbe interessare, e poi piacere, o no.
Che poi, a ben vedere, il mio desiderio di lettore finisce qui per coincidere con quello di editore. Perché se una recensione negativa e poco motivata, con evidenza, non fa piacere e rischia di allontanare potenziali lettori che magari troverebbero quell’opera di loro gusto, è anche vero che una recensione positiva, ma sempre poco motivata, rischia di indurre all’acquisto lettori con altre preferenze, e la valutazione elogiativa del critico rischia di ribaltarsi in un passaparola sfavorevole tra i lettori, poiché chi ha letto il libro non ha letto quel che cercava.
In realtà, la situazione è anche più complessa. Perché un libro si presta spesso a diverse chiavi di lettura, a volte possiede diversi livelli, e chiama in causa sensibilità differenti; come si dice, il libro, quando viene letto, diventa “del lettore”, e ciascun lettore, recensore compreso, può scorgervi alcuni aspetti e non vederne altri. Porto, per chiarire, l’esempio di tre recensioni recentemente lette in rete, tutte su Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Sono, tutte e tre, delle buone recensioni; non perché sono positive nel giudizio (lo sono), ma perché in tutti e tre i casi i recensori cercano di entrare nello spirito dell’opera e di renderne partecipe il lettore, spiegandone in breve sintesi le peculiarità. A leggerle, però, sembra quasi che si parli di tre libri diversi. E, personalmente, se fossi un ignaro lettore anziché l’editore, di una direi che mi rappresenta un libro che mai acquisterei in base ai miei gusti, una mi restituisce un’opera che forse potrebbe interessarmi, una terza mi seduce e mi induce a correre in libreria. Nessuno dei tre recensori, sia chiaro, “ha sbagliato”: tutto quello che ci rendono nei loro commenti, in effetti, nel libro lo si ritrova. Ma siccome ciascun recensore ha sottolineato quel che per lui era lo spirito della narrazione e ne costituiva il punto di forza, ciascuno ha finito per evidenziare tre aspetti diversi.
Quindi, la riflessione sulla funzione della recensione finisce con un appello: non ai recensori, ma ai lettori. Leggete le recensioni, leggetele con occhio critico, andate oltre la crosta del giudizio e cercate, anche se il recensore non sempre vi aiuta, di entrare nello spirito dell’opera e nel cuore dell’autore. E leggete più recensioni che potete, perché, nell’immensa libertà che la letteratura concede al lettore, è l’unico modo per cercare di farsi una prima, ma ampia e sfaccettata, idea di un’opera.

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Se il libraio diventa critico letterario. Il ruolo degli intermediari fra autore e lettore

di Cristiano Abbadessa

Negli ultimi mesi, complici la latitanza o l’inefficienza di buona parte dei nostri distributori, abbiamo avuto modo e necessità di stringere rapporti diretti e più stretti con alcuni librai. Talvolta il rapporto è nato dall’interesse del libraio stesso, altre volte siamo stati noi a cercare la disponibilità di qualche punto vendita indipendente che ci sembrava interessante. In questo secondo caso, può capitare che il libraio risponda o che neppure si degni. Se risponde, può succedere che ordini direttamente qualche copia di alcuni titoli, andando a fiuto, a volte con un certo entusiasmo per la nuova proposta editoriale e a volte dando il senso di un fastidio che fa prevedere la grama sorte di quelle copie che ristagneranno per qualche mese su uno scaffale periferico; oppure succede che dia risposta altrettanto immediata ma opposta, declinando l’offerta e spiegando magari che non desidera rapporti con singoli editori o con piccoli editori. Infine, può anche capitare che il libraio chieda qualche titolo per leggerlo, prima di decidere se ordinare delle copie da esporre al pubblico; dopo averle lette, ci manifesta il suo interesse o il suo disinteresse, e la conseguente decisione di ordinare o meno.
È ovvio che una manifestazione di interesse fa molto piacere all’editore, così come una “bocciatura” demoralizza. Debbo tuttavia preliminarmente dire che, poiché ci lamentiamo spesso della curiosa filiera dell’editoria in cui di solito i venditori nulla sanno del prodotto, la mia istintiva simpatia e il mio ringraziamento vanno comunque a questi librai che si sobbarcano la fatica di scegliere leggendo, e che, indipendentemente dal verdetto, li sento più affini rispetto a quelli che decidono solo in base alle loro strategie di mercato e di posizionamento. Per questo motivo, di solito, non condivido le forme di risentimento che alcuni tra noi manifestano quando un libraio, come per fortuna raramente capita, rifiuta i nostri titoli dopo averne letto qualcuno; mi consolo con la maggioranza che, invece, esprime un giudizio positivo, ringrazio comunque e vado avanti.
Tuttavia, l’altro giorno sono rimasto un po’ sconcertato di fronte al garbato rifiuto di un libraio. A lasciarmi perplesso, infatti, in questa circostanza sono state le motivazioni, che mi hanno fatto riflettere. Perchè il nostro, seppure in forma molto sintetica, si è espresso nei termini propri del critico letterario, soppesando pregi e difetti delle due opere che gli avevamo inviato in visione (fra l’altro, due di quelle con le migliori recensioni e le maggiori vendite); ma, e qui sta il punto, lo ha fatto riconducendo il tutto a un giudizio estremamente personale, fondato infine su quel che gli piaceva e non gli piaceva in base al suo gusto e al suo canone letterario (evidentemente piuttosto rigido, fra l’altro, essendo le due opere in questione assai diverse tra loro per stile).
Ora, io mi aspetterei da un libraio un criterio di scelta un poco diverso. Restando valido quanto detto sopra, e quindi apprezzando il fatto che non vengano ordinati dei titoli tanto per farlo e lasciarli a impolverarsi senza essere in grado di consigliarli a nessuno, riterrei però che un librario dovrebbe capire se un’opera è buona nel suo genere, e quindi consigliabile a chi quel genere e quello stile li apprezza; il fatto che a lui personalmente quel genere non piaccia, dovrebbe essere fattore del tutto secondario. Anche nell’interesse del libraio stesso, voglio dire, che altrimenti rischia di ridursi a vendere una manciata di titoli che sposano esattamente il suo gusto.
Una scelta basata sul solo criterio del mi piace, non mi piace è riduttiva e rischiosa. Noi stessi, per dire, non scegliamo cosa pubblicare in base a un unico giudizio. Abbiamo i nostri paramentri oggettivi, certo, a cominciare dalla compatibilità con una tematica precisa (la realtà sociale). Ma quando arriviamo a chiedere un manoscritto, lo sottoponiamo a diverse letture, di persone che non hanno gli stessi gusti e le stesse inclinazioni di genere e stile. E, per norma che ci siamo dati, pubblichiamo opere che qualcuno tra noi ha ritenuto “ottime”, anche se a qualcun altro sono piaciute pochino, mentre evitiamo di pubblicare quelle che, anche unanimemente, sono giudicate piacevoli, decorose e nulla più; perché le prime hanno le qualità per farsi amare almeno da una fetta di pubblico, mentre le seconde sono compitini sufficienti che non colpiscono la fantasia di nessuno. Poi in redazione si può lavorare a valorizzare pregi e smussare difetti, ma l’opera grezza deve già possedere un suo fascino preciso.
Ho voluto brevemente spiegare come procediamo nella scelta dei titoli perché ritengo che, con ruoli diversi, editore, recensore e libraio siano infine degli intermediari tra la creazione dell’autore e il gusto, mai sindacabile, dei diversi lettori. Io, da direttore editoriale, non necessariamente pubblico opere che devono piacere a me in quanto lettore; ma devo saperne riconoscere le potenzialità (se esistono) e devo fidarmi del giudizio di chi ha maggiore dimestichezza con quel genere e quello stile, decidendo insieme se l’opera è in grado di piacere al suo pubblico. Lo stesso, a maggior ragione e con la predisposizione a presentare un’offerta più ampia (se non si tratta una libreria di genere), dovrebbe fare il libraio; che ha il compito, non certo facile, di entrare in sintonia con opere che personalmente non gli dicono nulla, ma che potrebbero essere eccellenti per molti dei suoi clienti lettori. I quali, a loro volta, chiedono di essere indirizzati, dopo aver espresso le prorie propensioni, verso titoli che possano essere di loro gusto, e non di gusto del libraio.
Ruolo difficile quello del libraio consigliere, certo diverso da quello dell’editore, seppure con alcuni punti di contatto. E certamente diverso da quello del recensore, sulla cui funzione di intermediario tornerò la prossima volta.

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Libreria Kmzero a Milano. Qualche considerazione da piccoli editori indipendenti

di Cristiano Abbadessa

Da qualche settimana è uno degli argomenti più gettonati, con relativo contorno di polemiche. La notizia è che a marzo aprirà a Milano, in zona semicentrale, la libreria Kmzero, riservata ai piccoli editori. Complice una buona campagna di comunicazione, l’iniziativa si è guadagnata visibilità fin sulle pagine nazionali di Repubblica, dove peraltro si è dato conto delle numerose perplessità che circondano l’iniziativa. Ma già da qualche settimana se ne sta parlando molto sul web, in particolare su finzionimagazine, dove si è sviluppato un dibattito ampio e quasi esaustivo, utile da leggere e al quale rimando per chi volesse abbracciare l’intera complessità della questione e i vari punti di vista (vi abbiamo partecipato anche noi, seppure in forma interlocutoria).
Qui, senza la pretesa di toccare tutti gli argomenti, vorrei esprimere la posizione di Autodafé, le nostre considerazioni principali e le nostre scelte conseguenti. Per farlo, devo sforzarmi anzitutto di sorvolare sul cattivo primo impatto di una comunicazione furbetta, che ricicla slogan propri del consumo ecosostenibile senza che essi corrispondano in alcun modo al senso della proposta. Perché Libreria Kmzero vorrebbe dire, nello spirito di questa definizione, proporre al lettore milanese libri di piccoli editori milanesi privi di distibuzione nazionale; cosa che non è, e che peraltro non può essere perché sarebbe poco sensata. E parlare di slowbookstore serve solo a fare il verso a slowfood, ma non corrisponde davvero a nulla di concreto e spiegabile, né di alternativo a un inesistente fastbookstore.
Vengo dunque ai tre aspetti critici, e d’altra parte essenziali, intorno a cui si è concentrato il dibattito sul web: gli 800 euro annui per metro lineare richiesti agli editori per poter essere presenti sugli scaffali della libreria con i propri titoli; il 50% trattenuto dalla libreria sull’incasso delle vendite; la mancanza, in ingresso, di un criterio selettivo di qualità, per cui la libreria dei piccoli editori indipendenti rischia di trasformarsi in libreria dei piccoli editori abbienti.
Sorvolo su quest’ultimo punto, perché se Kmzero sia riservata agli abbienti lo vedremo valutando i primi due aspetti, mentre l’idea di una selezione per qualità ci condurrebbe in un campo troppo ampio e minato. Credo poi che sarebbe comunque prematuro e ingiusto stabilire a priori che la libreria non abbia, o non voglia darsi, altre forme per promuovere e incoraggiare gli editori di qualità, selezionando tra i presenti in base a un criterio non meramente economico (chi più paga più ha diritto).
Più semplice ragionare sui costi. Gli 800 euro annui (più Iva) sono troppi, come sostengono molti? No, in assoluto. Sì per una sola libreria, nuova e senza alcuna garanzia. Come ha sottolineato qualche editore intervenuto nel dibattto, vi è il concreto rischio che questa formula “pagare per essere esposti” diventi prassi; significa che se un piccolo editore vuole essere presente in 15-20 librerie indipendenti sul territorio nazionale, che è l’obiettivo minimo di un’autodistribuzione, deve sborsare 15-20 mila euro ogni anno, che è cifra fuori dalla portata di tutti o quasi (e, peraltro, è una cifra con cui società di promozione ti fanno arrivare, attraverso i grandi distributori nazionali, nelle maggiori librerie di catena, con la stessa percentuale di sconto praticata al distributore).
La stessa debolezza, appunto, presiede ai ragionamenti sullo sconto che l’editore deve praticare alla libreria. Il 50% è percentuale da distributore; un distributore al netto della promozione, ma comunque pur sempre un soggetto che tiene magazzino, movimenta le merci su vari punti vendita, consente una semplificazione della gestione contabile. Per una sola libreria, si tratta di una percentuale del tutto fuori misura.
I promotori dell’iniziativa, e proprietari della libreria, hanno risposto ad alcune delle critiche. Gli 800 euro, hanno spiegato, andrebbero intesi come una tantum (ma il contratto non lo dice) e come compartecipazione al rischio; però, allora, la proposta avrebbe dovuto essere formulata in maniera chiara e diversa, così come ovviamente diversa avrebbe dovuto essere la redistribuzione degli utili, a fronte di una compartecipazione al rischio d’impresa. Quindi hanno aggiunto che si prevede, prossimamente, l’apertura di altre librerie analoghe in alcune delle principali città italiane, peraltro senza precisare in che modo verrebbero formalizzati gli accordi con gli editori che già hanno pagato la partecipazione alla prima fase del progetto; ma l’ipotesi di apertura di altri punti vendita, senza condizioni chiare, appare comunque vaga e tardiva, e mi viene semplicemente da rispondere “prima vedere cammello”.
La sensazione è che in tutta l’operazione non ci sia alcuna progettualità di ampio respiro, ma solo il tentativo (anche ragionevole, dal puro punto di vista imprenditoriale) di monetizzare a proprio vantaggio il bisogno di visibilità dei piccoli editori. Mentre l’apertura di una libreria con le caratteristiche dichiarate sarebbe stata un’ottima occasione per provare qualcosa di diverso, costruire una rete di librerie indipendenti che si riconoscessero in un marchio e in un progetto (magari coinvolgendo in altre città librerie già esistenti, senza bisogno di nuovi investimenti), per proporre agli editori interessati una nuova rete commerciale. Dentro un’operazione di questo tipo, avrebbe anche avuto un senso pagare degli spazi espositivi (certo non 800 euro a ciascuna delle dieci o venti librerie coinvolte, ma un migliaio di euro per tutte o per una presenza modulare ci potevano stare benissmo) e lasciare un 50% degli incassi a una piccola rete distributiva, seppure circoscritta, che si occupasse della gestione dei titoli in tutti i punti vendita associati, con relativa circolazione delle copie.
Al di là delle seduzioni della comunicazione e della sbandierata novità della vetrina esclusiva, ci pare in fin dei conti che “l’idea innovativa” sia stata largamente sovrastimata ed enfatizzata oltre i contenuti. Senza bocciare a priori, senza attribuire cattive intenzioni e concedendo ogni beneficio del dubbio, la proposta, semplicemente, non ci interessa. Perché è davvero inutile uno sforzo economico tanto ingente per essere presenti in un solo punto vendita, e perché rischia di costituire un pessimo esempio cui altri librai indipendenti potrebbero essere tentati di uniformarsi, sempre perseguendo ognuno la logica del proprio particulare.
Seguiremo l’avventura di Kmzero, anche con la speranza che evolva invece in direzioni più interessanti. Ma il primo passo non ci sembra mosso nella direzione giusta. E continuiamo a pensare che le alternative “di sistema”, anche piccole, dobbiamo costruirle noi, editori e librai già esistenti e già presenti sul mercato, nella logica dell’unirsi per fare forza.

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Auguri centenari al Guerin Sportivo. E qualche parallelo con una piccola casa editrice

di Cristiano Abbadessa

Il Guerin Sportivo ha compiuto 100 anni. Significa che da un secolo esatto viene puntualmente pubblicata questa storica testata sportiva, oggi quasi esclusivamente calcistica, che per tutti gli appassionati del settore rappresenta, affettivamente e culturalmente, qualcosa di significativo e di unico nel panorama editoriale italiano, sportivo e non, anche oltre i confini della stampa di genere e di informazione.
Mi fa particolarmente piacere prendermi la libertà di dedicare un post a questa ricorrenza. Un po’ perché il vecchio Guerino è stata una delle prime pubblicazioni che ho scientemente e per libera scelta acquistato con le mie paghette adolescenziali, quando ho cominciato a provvedere in proprio all’acquisto di libri e giornali, allargando l’orizzonte rispetto a quanto già sfogliavo o leggevo perché entrava in famiglia. Un po’ perché l’occasione mi offre la possibilità, a me sempre gradita, di scrivere qualcosa intorno al calcio e allo sport in genere, che sono mie personalissime passioni (tanto che altro sul calcio lo scriverò prossimamente, su questo blog, assumendo però un punto di vista affatto diverso). Infine, anche un po’ perché la storia del Guerin Sportivo mi consente di tracciare qualche beneaugurante parallelo con la nostra piccola casa editrice.
Mi rendo conto che quest’ultimo punto può apparire una forzatura, a prima vista. Cosa può infatti accomunare una testata sportiva periodica con alle spalle un secolo di onorata attività e una casa editrice di narrativa nata da appena un paio d’anni scarsi (e presente nelle librerie da poco più di un anno)? In realtà, qualche linea di paragone si può tracciare, meno pretestuosa di quanto si pensi.
Un primo punto di contatto, quasi simbolico, può essere rappresentato dalla compagine di sei soci che fondò la testata, a Torino, nel gennaio del 1912; sei, come i soci che nel marzo del 2010 hanno fondato Autodafé Edizioni. E sempre a proposito della nascita, abbandonando la numerologia, va ricordato che il Guerino, fin dal nome, è nato “orgogliosamente senza padroni”, senza protettori, senza potentati di varia natura alle spalle, contando sulla bontà dell’intuizione e sulla capacità di realizzare gli intenti con volontà e professionalità; e qui possiamo dire che la nostra situazione di partenza è stata la stessa, anche se con un pizzico di spirito bellicoso in meno e la consapevole umiltà di agire in un contesto ben diversamente sviluppato. Né si può trascurare il colpo d’ala risolutivo che, negli ultimi anni, ha consentito a un claudicante Guerino di rimettersi in sesto e scavalcare la soglia del centenario, persino con uno storico (e inizialmente molto controverso) passaggio dalla cadenza settimanale a quella mensile, con una scelta che sembrava premessa di resa e che ha invece restituito smalto, scopo e ricchezza di contenuti al giornale: un bell’esempio di come si possano, e si debbano, esplorare strade nuove e valorizzare intuizioni che possono apparire azzardi, di fronte alle difficoltà opposte da un mercato ostile.
È però anche vero che, se qualcosa accomuna la nascita e l’oggi, tutto quel che sta in mezzo pare marcare un confine invalicabile tra le due esperienze. Perché Autodafé ha testimonianze che si riducono a un anno e mezzo di dialogo con aspiranti scrittori e lettori, e può vantare un catalogo di una dozzina di titoli pubblicati, in linea con la sua natura di piccola e artigianale casa editrice; mentre il Guerin Sportivo, in questo secolo di vita, ha anche avuto momenti di grandissima diffusione, non è stata solo una intelligente e combattiva testata di testimonianza ma è stato un influente e significativo esponenente del “quarto potere” (almeno in ambito sportivo), ha gravitato talora nell’orbita della grande editoria, ha venduto in alcuni periodi centinaia di migliaia di copie, ha acquisito una notorietà e goduto di una stima generale che, anche nei momenti meno felici dal punto di vista economico, mai sono venuti meno presso gli addetti ai lavori e la parte più sensibile e culturalmente evoluta degli appassionati.
Tutto vero. Infatti, il punto che in essenza ci accomuna va ben oltre le circostanze che ho sopra citato. L’identificazione forte scatta nel prendere atto di come il Guerin Sportivo non ci abbia solo raccontato cento anni di sport o di calcio, ma di come sia stato puntuale e attento testimone dei mutamenti della società italiana, fotografandoli e commentandoli nelle sue pagine come poche altre pubblicazioni hanno saputo fare partendo non da un’ottica informativa ma dalla narrazione e dalla riflessione. La testata, fin dalla nascita, recita che si tratta di un giornale “di critica e politica sportiva”, e già questo vorrebbe suggerire una chiave di lettura dell’evento agonistico del tutto particolare. Ma, in realtà, il Guerino è andato ben oltre la proposizione di un’ottica diversa da cui guardare e commentare lo sport.
Oserei anzi dire che se vogliamo soltanto leggere i mutamenti avvenuti nel modo di raccontare lo sport (penso allo spazio dato alla polemica “ideologica” sulle tattiche di gioco, o all’attenzione per i personaggi e il gossip, o al rapporto con gli altri media che, imponendosi con la forza della recitazione e delle immagini, hanno necessariamente costretto i giornali a reinventare il racconto dell’evento sportivo) è forse più utile e significativo sfogliare le annate di un grande quotidiano sportivo, o le pagine sportive di un grande quotidiano di informazione. Le raccolte del Guerin Sportivo (per i molti che le hanno conservate gelosamente) o la lettura di antichissime pagine riproposte nella celebrazione degli anniversari, ci consentono invece di vedere l’Italia com’era e come è, osservare la società nelle sue evoluzioni, nel mutare dei valori di riferimento e dei linguaggi dominanti. Non per caso, sulle pagine del Guerino hanno scritto alcuni dei maggiori narratori non solo sportivi dell’ultimo secolo; tra i quali mi limiterò a citare Luciano Bianciardi, significativo punto di contatto perché proprio il suo La vita agra rappresenta un paradigma di quel che noi abbiamo inteso come “narrativa capace di favorire la comprensione e la riflessione della realtà sociale contemporanea”.
Questo, per cento anni, è ciò che ha distinto il Guerin Sportivo da tante, pur validissime, pubblicazioni che di sport si sono occupate. E questo ci accomuna, almeno nel nostro sogno di saper raccontare con la stessa efficacia la società italiana attraverso la narrazione letteraria.
Ed è per questo che ho voluto, qui e non altrove, rivolgere il mio augurio di buon centenario al vecchio indomito, sognatore e combattivo, carissimo Guerino.

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L’acquisto “etico” in editoria. Quali sono i criteri?

di Cristiano Abbadessa

Leggo, su Repubblica di lunedì scorso, i risultati dell’ultimo monitoraggio realizzato da Demos & Pi (l’isituto diretto da Ilvo Diamanti, per capirci meglio) sul tema “Gli Italiani e lo Stato”. Tra i vari indici di fiducia (nelle istituzioni, nei partiti, nelle imprese, nei servizi pubblici e privati, e via discorrendo), mi soffermo su quello che tenta di fotografare le forme di partecipazione politica e sociale dei cittadini. In fondo alle varie voci, mi colpisce un dato: il 41% dei cittadini italiani afferma di effettuare acquisti di prodotti in base a motivi etici, politici o ecologici.
Mi colpisce perché è un dato abnorme, che sicuramente non corrisponde, nella realtà, alla prima impressione della lettura. Equivocando sulle leggi della statstica e della demoscopea, infatti, verrebbe da pensare che 41 italiani su 100 effettuino acquisti principalmente in base a motivi etici, politici o ecologici. Oppure si potrebbe pensare che il dato indichi l’incidenza media delle scelte etiche sul volume di spesa dei cittadini: per esempio, se io (italiano medio) spendo in acquisto diecimila euro all’anno (al netto delle spese per la casa e di quelle spese per le quali non ho alcuna libertà di scelta), più di quattromila li spendo consapevolmente, scegliendo in base a valori etici o politici i miei fornitori di beni e servizi; o, in generale, si potrebbe ipotizzare che su cento miliardi spesi in consumi dai cittadini italiani, oltre quaranta siano indirizzati da scelte etiche, politiche o ecologiche. Sarebbero cifre sublimi e devastanti, in grado di produrre gli effetti di una vera rivoluzione.
Ovviamente non è così. Visto che le due fitte pagine di commento ai dati non aiutano, dedicando al consumo critico esattamente mezza riga, per capirne di più bisogna leggere con attenzione la nota metodologica; la quale ci precisa che la percentuale fa riferimento al numero di persone che “hanno preso parte almeno una volta nell’ultimo anno a ciascuna attività ecc”. Il che non ci dice veramente nulla o quasi: perché se ha un vago senso sapere che il 16% dei cittadini ha preso parte “almeno una volta nell’ultimo anno” a manifestazioni pubbliche di protesta (che non ci sono tutti i giorni), ben poco ci serve sapere che il 41% degli italiani “almeno una volta nell’ultimo anno” ha fatto un acquisto tenendo presenti motivazioni etiche, politiche ed ecologiche. Servirebbe sapere, come sopra, quale percentuale di acquisti obbedisce a ragioni valoriali o quale fetta di mercato viene a essere definita sulla base delle motivazioni etiche; ma questo, ovviamente, non ci è dato sapere.
Secondo i sociologi, in ogni caso, questo dato, pur tanto criptico nei suoi reali significati, è comunque molto significativo di una tendenza in atto, ovvero di una maggiore attenzione al consumo critico e consapevole. E possiamo fidarci, anche accettando di limitarci alla constatazione che ci sono quattro italiani su dieci che talvolta compiono scelte di acquisto eticamente motivate.
Il problema, posto che l’universo degli eticamente sensibili vada considerato abbastanza ampio, è allora capire quali sono i settori di mercato in cui si compiono scelte critiche e consapevoli e quali sono invece quelli in cui si procede all’acquisto senza porsi troppi problemi o domande. Il sospetto, va da sé, è che la “consapevolezza” finisca per esaurirsi nelle scelte alimentari (magari solo nel marchio bio), nel boicottaggio della tal multinazionale che si sa o si dice sfrutti il lavoro dei bambini di qualche angolo del mondo, nel guardare poco o nulla quel canale televisivo che è di proprietà di un noto uomo-anche- politico che il tal consumatore avversa (o nel non rinnovare una polizza di assicurazione con quella compagnia, o nel non andare in quei cinema, o nel non andare a vedere quella squadra di calcio, e via di seguito, perché tutte sono proprietà di quel noto uomo-anche-politico).
È abbastanza evidente che ci sono settori in cui il consumo critico è diventato da tempo, almeno per la parte più sensibile della popolazione italiana, un’abitudine; tanto è vero che si discute semmai su quali siano i criteri dirimenti, per esempio in campo alimentare, per considerare davvero etica ed efficace una determinata scelta di consumo. Altri settori, invece, sembrano immuni da ogni valutazione critica e etica. Tra questi, e ho già avuto modo di dirlo, vi è l’editoria, in specie libraria, poiché spesso l’acquisto di un libro viene di per sé considerato scelta nobile ed eticamente positiva; quindi non si va molto per il sottile e non si stanno a fare troppe distinzioni, comprando semplicemente quel che si pensa possa piacere o interessare (poi, magari, c’è qualcuno che non compra i libri della tal casa editrice perché è di proprietà del solito uomo-anche-politico, ma siamo alla monomania, spesso anche disinformata, perché poi le case editrici controllate dal soggetto in questione sono sempre più di quelle che conosciamo).
Personalmente, sono fermamente convinto che anche l’acquisto di un libro possa obbedire a scelte etiche consapevoli, e che acquistare un titolo piuttosto che un altro abbia una valenza che può andare molto al di là della soddisfazione del gusto personale. Ma mi piacerebbe sapere quali sono, secondo chi ci legge, le motivazioni sensibili che possono indirizzare, nel nostro settore, una scelta “etica, politica o ecologica”, per dirla con il monitoraggio. Con la preghiera di privilegiare, in questa riflessione, l’atteggiamento del lettore, lasciando da parte per un attimo il proprio, eventuale, essere anche autori.

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Il lavoro editoriale, gli “interventi” e i “suggerimenti” all’autore

di Cristiano Abbadessa

Come promesso, torno sul recente commento postato da Giulio Mozzi, tralasciando la questione degli agenti (per la quale mi paiono peraltro sufficienti le repliche già raccolte) e soffermandomi su un tema che ci è caro, e che infatti ho già trattato da altre angolazioni: il lavoro della redazione di Autodafé, le proposte di intervento sul testo originario e l’interazione con gli autori. A tale proposito, mi consentirò qualche precisazione ma, soprattutto, una rivendicazione di quella che ritengo una specificità della nostra casa editrice.
Per cominciare, Giulio Mozzi distingue fra quanto avviene nell’editoria letteraria e in altri generi di editoria. Qui mi sento di precisare che, in realtà, non vi è una differenza dovuta alla tipologia di editoria, ma che i rapporti tra autore e editore, con rispettive prerogative, sono in ogni caso regolati da due elementi: il contratto e i rapporti di forza. Se c’è un regolare contratto di edizione (e di norma così avviene), anche l’autore di un libro di ricette, di un testo scolastico, di una guida turistica o di un manuale tecnico rimane proprietario dell’opera; ed è lui, firmando l’ultima bozza revisionata, a dare il “visto di stampa” definitivo. Semmai è vero che per la manualistica possono esserci, e hanno il valore di obbligo, delle “indicazioni” preventive da parte della casa editrice: se una collana, poniamo, di guide turistiche prevede per tutti i titoli una determinata scansione in capitoli, paragrafi e sottoparagrafi, e un preciso apparato informativo (box, riquadri, indrizzari ecc), l’autore si dovrà attenere a queste uniformità; ma il testo, i contenuti e la forma sono materia e proprietà sua.
A determinare la quantità dei cambiamenti apportati dalla redazione sono in realtà, più dei contratti, i rapporti di forza tra editore e autore, e oserei persino aggiungere le caratteristiche caratteriali di coloro che sull’opera lavorano. Ci sono editori forti e decisi a imporre un certo modello, e altri deboli o menefreghisti che non hanno voglia e tempo di discutere le scelte dell’autore. Ci sono editor e persino redattori capaci, per energia e competenza, di arrivare a imporre il proprio punta di vista, così come ve ne sono altri intimiditi o superficiali. Ci sono autori famosi, magari supponenti o semplicemente determinati nel difendere la propria opera originaria fin nelle virgole; e ce ne sono di accomodanti, insicuri, arrendevoli. Sono questi elementi, in tutti i generi di editoria, a determinare la quantità di “interventi” redazionali, ad assegnare l’ultima parola, a far sì che il suggerimento dato all’autore venga percepito come noiosa intromissione da ignorare o come “consiglio che non si può rifiutare”. L’opera rimane sempre proprietà intellettuale del suo autore, ma può essere stata profondamente rimaneggiata, talora persino snaturata, in ragione di questi rapporti; la firma finale dell’autore, in ogni caso, è indispensabile e certifica l’accettazione dei pochi o tanti cambiamenti apportati. (Poi ci sono le eccezioni, come quando mi capitò, da consulente per un grande editore di testi scolastici, di baccagliare per mesi con un’autrice importante, una alla quale “non si potevano toccare neanche le virgole”, per convincerla che non poteva scrivere che “i pilastri dell’Islam sono quattro”, invece di cinque, per il solo motivo che lei, non si sa con quale autorità, riteneva che la professione di fede in Allah, in quanto appunto professione e non precetto, non poteva essere considerata un “pilastro”, come invece è per oltre un miliardo di musulmani. Nel caso, concordai con l’editore una correzione postuma, in una fase di revisione tecnica, e modificai il testo ripristinando i “cinque pilastri”; con l’editore pronto ad assumersi ogni rischio di causa con l’autrice, con certezza di vincerla, per un aggiustamento che rimediava un’asinata oggettiva. Ma, anche in editoria scolastica, o tecnica, si tratta appunto di eccezioni che vanno contro le regole e gli accordi.)
Fin qui, dunque, potrei concludere semplicemente che i vari generi di editoria si assomigliano, e che “interventi” o “suggerimenti” sono termini in realtà affini, la cui reale consistenza dipende dalla percezione soggettiva delle parti in causa. Per Autodafé, però, non è così. O, meglio, sarebbe riduttivo metterla semplicemente su questo piano.
Gli autori che lavorano con noi sanno, a priori, che dei cambiamenti verranno apportati e degli interventi ci saranno. Certo, con il loro consenso. Ma la redazione non si limita a dare dei suggerimenti e lasciare all’autore il compito di “migliorare” parti che non convincono, ma interviene proponendo ed esemplificando le sue osservazioni.
Ci sono, ovviamente, alcuni interventi che vengono apportati dall’autore, dopo discussione con la redazione. Penso ai casi di intere digressioni cancellate, trame ridisegnate, punti di vista rigirati, finali cambiati radicalmente: tutte situazioni in cui all’editor spetta il compito di illustrare cosa non convince, discuterne con l’autore, fornire alcuni possibili suggerimenti e demandare infine all’autore stesso il lavoro di riscrittura.
Ma ci sono altre situazioni in cui è meglio procedere diversamente. Può capitare che un autore litighi con la punteggiatura, o che abbia un lessico non sempre felice e adeguato ai personaggi, o che abusi di soluzioni grafiche come se scrivesse un’opera di manualistica (per esempio rafforzando col corsivo ogni parola cui vuole dare evidenza e intonazione, fino a venti o trenta corsivi per pagina), o che le scansioni e le separazioni non aiutino il lettore (per esempio nel passaggio da un narratore a un altro, o quando la narrazione avviene su diversi piani temporali). In questi casi, la redazione discute in linea generale le problematiche con l’autore, ma poi ha poco senso chiedere all’autore stesso di rivedere la punteggiatura, se quello non è il suo forte. Preferiamo intervenire, cambiare, e sottoporre poi all’autore l’esito finale del lavoro redazionale, lasciando a lui il giudizio finale sul miglioramento o meno dell’opera.
Formalmente si può anche dire che non cambia molto, ma nella sostanza sì. E il lavoro di squadra tra autore e redazione, in cui i suggerimenti prendono forma concreta e si traducono in proposte di cambiamento, è una modalità operativa che teniamo molto a difendere e sottolineare (e che è cosa ben diversa dal riscrivere un’opera tenendone per buono il solo scheletro). Finora, fra l’altro, con riscontri del tutto positivi.

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