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Il lavoro e il passatempo nel mondo editoriale

di Cristiano Abbadessa

Un tempo, se un editore tentava di coinvolgere un critico letterario in una presentazione di un libro aveva buone probabilità di sentirsi rispondere sì o no sulla base di un giudizio che, implicitamente, il critico esprimeva sulla bontà del lavoro svolto; e se il critico decideva di partecipare, lo faceva a titolo gratuito. Non mancavano, già da epoche lontane, coloro che trasformavano il presenzialismo in solide marchette, bravi a monetizzare una prestazione extraprofessionale che la maggioranza dei colleghi svolgeva gratuitamente; erano però, appunto, minoranza, e i casi di pagamento della gentile collaborazione si verificavano quando il critico era abbastanza avido e famoso e l’editore magari poco noto ma ban dotato di mezzi e rampantismo, ma mai quando il rapporto era paritario, tra grandi nomi come tra emergenti.
Il fatto è che, un tempo neppure troppo lontano, era ben chiaro quale fosse il lavoro e quale fosse la passione, il di più che uno metteva gratuitamente. Un critico scriveva da qualche parte, non necessariamente su una testata famosa, e per questo veniva pagato (magari poco, ma da lì traeva da vivere). Se accettava di sponsorizzare un’opera era perché l’aveva apprezzata, perché credeva nel progetto editoriale, perché trovava giusto spendere qualcosa di sé per promuovere un nuovo autore o un nuovo editore. Recensire cose belle e cose brutte faceva parte degli obblighi del lavoro, per il quale era pagato, mentre il passatempo era dare una mano a chi lo meritava.
Oggi, spesso se non sempre, accade l’esatto contrario. Con l’avvento del web, ci sono uno sterminio di blog e siti letterari, talora anche ben fatti, credibili, talvolta individuali ma talaltra persino organizzati e articolati come delle vere e proprie riviste letterarie. Poiché, però, tutto su internet si pretende gratuito, ecco che questi siti o blog non sono dei “prodotti” e non hanno alle spalle delle “imprese” e, di conseguenza, chi ci lavora non viene pagato. Il lavoro (e di lavoro si tratta, perché occupa la maggior parte del tempo e delle energie) non è più la fonte di reddito, che si cerca altrove. E, quindi, il critico usa la sua opera come vetrina della propria professionalità, per guadagnarsi da vivere attraverso ospitate o presentazioni, marchette e prestazioni di vario tipo, dalla scrittura su commissione alla fornitura di sevizi editoriali (specie se il soggetto è collettivo, come per alcuni dei più famosi blog letterari).
In teoria, non vi è nulla di male. Anche perché, a essere onesti, non è che siano solo i critici o quanti scrivono di letteratura a seguire tale prassi. Nel mondo editoriale, a ben vedere, un po’ tutti si arrangiano così: dagli autori (che a volte esercitano tutt’altro mestiere, ma a volte di parole vivono, in forme però meno artistiche e spontanee) agli editori (che, come noi stessi, hanno nella fornitura di servizi editoriali o nella consulenza quella fonte di sostentamento che non viene dalla vendita dei libri pubblicati).
Il problema, però, a mio avviso esiste. Di fronte alla mancanza di un mercato in cui vendere il proprio vero lavoro, molti operatori sono costretti a trasformare in attività professionale, spesso ingrata, le loro capacità, mettendole al servizio di chi può semplicemente pagare. Perché va detto che tante volte ci si guadagna la pagnotta non perché si offra la collaborazione a opere più realistiche e redditizie, ma perché magari si sono raccolte le memorie del personaggio famoso o si è data consulenza su una pubblicazione “artistica” di qualche ricco mercante: gente che paga le opere di suo, ma che non per questo ha poi un mercato.
Il rischio è che, alla lunga, si finisca per considerare lavoro quelle prestazioni professionali fornite solo per raggranellare un po’ di denaro, e che si chiami passatempo quell’attività cui ci si dedica con passione e competenza per gran parte del tempo. Il che, spesso, è un vero equivoco; specie quando, come nei casi citati, il passatempo non è cosa che facciamo per noi stessi ma opera capace di coinvolgere e interessare altre persone (a volte centinaia, o persino migliaia), mentre il cosiddetto lavoro finisce in qualcosa che non appassiona più né chi lo fa né chi lo commissiona.
Alla fine, e ritorno su una mia vecchia idea, il mercato, così come è concepito e regolato, è strumento troppo stupido e troppo poco democratico per essere preso come metro di valutazione della qualità di un’opera e di un’artista. Tantomeno può assurgere a strumento cui delegare la definizione ontologica di una persona.

 

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Cosa succede quando l’informazione diventa pubblicità travestita

di Cristiano Abbadessa

Ci propongono una trasmissione, su una radio locale, dedicata ai libri di Autodafé. La proposta arriva da un intermediario, che spiega di non essere riuscito a ottenere la messa in onda gratuita e che l’emittente (e i curatori del programma) chiedono una “somma irrisoria”, poche centinaia di euro, per dare spazio alle nostre pubblicazioni. Rispondiamo che un programma radiofonico come quello in questione ha ragion d’essere se ha dei contenuti da proporre, e che noi siamo pienamente a disposizione a collaborare attraverso invio di copie ai conduttori, autori pronti a farsi intervistare e quant’altro serva a confezionare la trasmissione; se invece, come pare il caso, si tratta di fare della semplice pubblicità, la cosa è diversa, andrebbe chiamata col suo nome e, infine, non ci interessa.
La storia, in estrema sintesi. è quella che ho raccontato. In più, aggiungo in forma spontanea e non ordinata alcune considerazioni e precisazioni relative alla vicenda.
La prima reazione è di fastidio per quell’aggettivo (irrisoria) che ormai si spende con facilità nel mentre si chiedono investimenti di due o trecento euro, a volte anche qualcosa in più. È una valutazione offensiva, sicuramente fuori luogo se si ragiona con un soggetto economicamente debole come una piccola casa editrice, ma eticamente insopportabile laddove si pensi a quanti con cifre simili, o poco superiori, ci devono campare un mese. Per cui, quando mi sento approcciare da persone che hanno questa disinvolta concezione del denaro, già di puro istinto giro le spalle e me ne vado.
Entrando più nel merito, debbo puntualizzare che al versamento della somma richiesta non corrispondeva, nel caso specifico, neppure il pagamento di un lavoro o di un servizio. Non eravamo, cioè nella situazione in cui l’editore “compra” l’interesse di un conduttore radiofonico, il quale poi si industria a confezionare il programma, perché in realtà i contenuti venivano richiesti direttamente a noi; dovevo essere io, o l’ufficio stampa, o la promozione, a scrivere quel che c’era da dire, e la trasmissione si sarebbe limitata alla lettura di quanto preparato dall’editore (naturalmente, fingendo che il tutto fosse farina del sacco dei conduttori). Siamo quindi nel semplice affitto di un tempo dato, con noleggio di una voce: in sostanza, acquisto di spazio pubblicitario senza alcun valore aggiunto.
Viene poi da chiedersi se una trasmissione così concepita applichi la legge della domanda e dell’offerta nella sua piena reciprocità. Ovvero: sei un piccolo editore in cerca di visibilità, ti chiedo dei soldi per offrirti uno spazio; sei un famoso scrittore che mi farebbe piacere avere nel mio programma letterario, ti pago perché tu ti scomodi a risponderci. Facendo due conti, l’ipotesi è improbabile: se ciò che entra da una parte deve poi uscire dall’altra, il rischio concreto è che non se ne ricavi nulla; a meno che non si sia bravi a valorizzare i contenuti e le presenze per vendere poi spazi pubblicitari (quelli veri, a inserzionisti espliciti), cosa che non pare nelle corde di chi ha ideato il tutto.
Più probabile, invece, che la trasmissione “letteraria” sia pensata appositamente per dare spazio a piccoli editori senza visibilità, in cambio di denaro (e senza metterci alcun lavoro, come dicevo). Siamo quindi, credo, di fronte all’ennesima declinazione del “a pagamento”: dopo l’editore che pubblica solo a spese coperte dall’autore e la libreria che si fa pagare per esporre i libri, ecco il programma radiofonico costruito apposta per sfruttare il bisogno di “esserci” di chi fatica a trovare spazio sui media (siano editori o autori, credo poco importi a chi ha avuto la pensata).
Da ultimo lascio la questione più importante. Chi non è sprovveduto sa benissimo che un inserzionista pubblicitario, specie se di peso, condiziona anche le scelte informative del giornale, della radio o della tv su cui acquista e paga spazi; sappiamo talmente bene che chi fa pubblicità gode di un trattamento di riguardo, da essere in qualche modo in grado di fare la tara ai contenuti informativi: se ci accorgiamo che un dato soggetto economico fa molta pubblicità su quella testata, siamo in certa misura implicitamente avvertiti del fatto che le informazioni che lo riguardano vanno prese con molta cautela. Quando però è lo stesso spazio informativo a trasformarsi in spazio pubblicitario mascherato, la situazione cambia: perché il lettore o l’ascoltatore non hanno strumenti per dubitare, e sono indotti a pensare che quanto un giornalista scrive o un conduttore dice siano libere opinioni, non spot preconfezionati o comunque prepagati (anche qualora, in caso diverso dal nostro, fosse il giornalista o conduttore a realizzare quello che in gergo si chiamava elegantemente pompino).
Il problema mi pare serio. Il ruolo dell’informazione, e della critica, è di occuparsi di ciò che ritiene meritevole per importanza: magari anche in forma non benevola e fino alla stroncatura, ma obbedendo in ogni caso a un criterio che si fonda sulla libertà di scelta e di giudizio. Se ciò di cui si parla (e solo bene, a questo punto) è invece il semplice prodotto di un banale acquisto di spazio pubblicitario, è opportuno che la cosa venga esplicitata. Altrimenti siamo nel campo della truffa e, alla lunga, in un autolesionista circolo vizioso destinato a togliere credibilità ai mezzi di informazione.

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La recensione perfetta al servizio del lettore

di Cristiano Abbadessa

Proseguo, come promesso, le mie riflessioni sugli intermediari tra autore e lettore, e dopo aver parlato dei librai mi dedico questa volta ai recensori, di qualsiasi livello e visibilità.
Preciso subito che cercherò di spiegare quale dovrebbe essere, a mio parere, la recensione ideale ragionando da lettore e non da editore. Anche perché verrebbe spontaneo dire che per un editore le recensioni ideali sono quelle che parlano dei suoi libri e che ne parlano bene; il che, peraltro, non è neppure del tutto vero, come vedremo poi. Meglio, quindi, partire da quel che io mi aspetto, come lettore, quando leggo una recensione (e non necessariamente letteraria).
Diffido, anzitutto, di quelle recensioni in cui l’estensore vuole dimostrare che sarebbe stato tanto più bravo dell’autore o, ancor peggio, dell’editor, muovendo critiche che sfociano spesso nel tecnicismo e proponendo al lettore una sorta di riscrittura critica dell’opera. A volte, se il recensore è bravo per davvero, possono anche essere esercizi godibili, seppure un po’ da iniziati alla materia; quasi sempre, però, fanno trasparire la sensazione della rivalsa che un mancato autore o un mancato editor cerca di prendersi nei confronti di chi è stato più fortunato o coraggioso di lui. Magari il recensore è davvero un eccellente autore incompreso o un editor mancato per sfortunate vicissitudini, ma mettere questo spirito vendicativo nella recensione finisce per lasciare sempre il retrogusto della frustrazione malcelata. Che al lettore, infine, non interessa per nulla.
Aggiungo, e qui so che l’affermazione potrà suscitare dissensi, che poco mi interessa anche il giudizio critico in quanto tale, espresso in voti, stellette o formule di varia derivazione scolastica o agonistica e a stento accompagnato da due righe di dileggio o di sconfinata ammirazione. Per carità, non voglio togliere ai recensori, spesso a quelli amatoriali, il gusto di ergersi per un attimo a professori ed esprimere la loro secca valutazione; ma questa, da sola, nulla ci dice, salvo che al recensore l’opera è piaciuta o no, se non è accompagnata da solide motivazioni, da un’analisi approfondita dell’opera, dalla descrizione dei punti di forza e di debolezza, che cominciano a consentire al lettore di farsi anche una propria idea circa il contenuto. L’elogio o la stroncatura, a volte, possono anche essere interessanti per il lettore; ma, per paradosso, non nel senso che lo obbligano a prendere per oro colato la valutazione del recensore. Voglio dire che a volte, specie in rete, un lettore può scegliersi un recensore di cui si fida e tenerne in conto il giudizio, ma capita anche, e faccio il caso personale, che io legga recensioni di noti critici letterari o cinematografici solo perché scrivono sul tal giornale, che da sempre leggo perché nel suo insieme mi aggrada, e che mi sia reso conto nel tempo, per comprovata esperienza diretta, di essere quasi sistematicamente in disaccordo con le loro valutazioni; ecco allora che la recensione positiva o negativa, specie alla luce delle motivazioni, può benissimo essere letta al contrario, e che io ritenga potenzialmente interessante un libro o un film che quei recensori hanno bocciato, e che viceversa non sia per nulla attratto da quell’opera verso la quale si sperticano in elogi.
Questo paradosso aiuta a riassumere quel che, come lettore, mi aspetto da un buon recensore: che mi aiuti a capire se il libro (o il film, o quant’altro) può piacere a me, non se è piaciuto a lui. Mi aspetto, quindi, che me lo rappresenti nel modo più sintetico ma efficace possibile. Che ne inquadri innanzitutto il genere, le tematiche, l’ambientazione. Che mi dica se la trama è lineare e coinvolgente o è un puro pretesto per altri scopi. Che mi aiuti a capire se la struttura della narrazione è complessa o semplice, funzionale o artificiosa. Che mi introduca allo stile dell’autore, evidenziandone le caratteristiche. Che mi faccia intuire quelli che per l’autore dovrebbero essere i punti di forza del libro. Che mi dica se il linguaggio è ironico, se i dialoghi sono realistici, se i personaggi hanno il giusto spessore, se lo sguardo del narratore esplora il contesto o indugia nell’introspezione. Poi, alla fine, potrà anche esprimere il suo giudizio e spiegare se secondo lui l’autore è riuscito validamente a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato; ma l’importante è che cominci a farmi “respirare” il libro e a farmi capire se a me, lettore con gusti precisi, potrebbe interessare, e poi piacere, o no.
Che poi, a ben vedere, il mio desiderio di lettore finisce qui per coincidere con quello di editore. Perché se una recensione negativa e poco motivata, con evidenza, non fa piacere e rischia di allontanare potenziali lettori che magari troverebbero quell’opera di loro gusto, è anche vero che una recensione positiva, ma sempre poco motivata, rischia di indurre all’acquisto lettori con altre preferenze, e la valutazione elogiativa del critico rischia di ribaltarsi in un passaparola sfavorevole tra i lettori, poiché chi ha letto il libro non ha letto quel che cercava.
In realtà, la situazione è anche più complessa. Perché un libro si presta spesso a diverse chiavi di lettura, a volte possiede diversi livelli, e chiama in causa sensibilità differenti; come si dice, il libro, quando viene letto, diventa “del lettore”, e ciascun lettore, recensore compreso, può scorgervi alcuni aspetti e non vederne altri. Porto, per chiarire, l’esempio di tre recensioni recentemente lette in rete, tutte su Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Sono, tutte e tre, delle buone recensioni; non perché sono positive nel giudizio (lo sono), ma perché in tutti e tre i casi i recensori cercano di entrare nello spirito dell’opera e di renderne partecipe il lettore, spiegandone in breve sintesi le peculiarità. A leggerle, però, sembra quasi che si parli di tre libri diversi. E, personalmente, se fossi un ignaro lettore anziché l’editore, di una direi che mi rappresenta un libro che mai acquisterei in base ai miei gusti, una mi restituisce un’opera che forse potrebbe interessarmi, una terza mi seduce e mi induce a correre in libreria. Nessuno dei tre recensori, sia chiaro, “ha sbagliato”: tutto quello che ci rendono nei loro commenti, in effetti, nel libro lo si ritrova. Ma siccome ciascun recensore ha sottolineato quel che per lui era lo spirito della narrazione e ne costituiva il punto di forza, ciascuno ha finito per evidenziare tre aspetti diversi.
Quindi, la riflessione sulla funzione della recensione finisce con un appello: non ai recensori, ma ai lettori. Leggete le recensioni, leggetele con occhio critico, andate oltre la crosta del giudizio e cercate, anche se il recensore non sempre vi aiuta, di entrare nello spirito dell’opera e nel cuore dell’autore. E leggete più recensioni che potete, perché, nell’immensa libertà che la letteratura concede al lettore, è l’unico modo per cercare di farsi una prima, ma ampia e sfaccettata, idea di un’opera.

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Se il libraio diventa critico letterario. Il ruolo degli intermediari fra autore e lettore

di Cristiano Abbadessa

Negli ultimi mesi, complici la latitanza o l’inefficienza di buona parte dei nostri distributori, abbiamo avuto modo e necessità di stringere rapporti diretti e più stretti con alcuni librai. Talvolta il rapporto è nato dall’interesse del libraio stesso, altre volte siamo stati noi a cercare la disponibilità di qualche punto vendita indipendente che ci sembrava interessante. In questo secondo caso, può capitare che il libraio risponda o che neppure si degni. Se risponde, può succedere che ordini direttamente qualche copia di alcuni titoli, andando a fiuto, a volte con un certo entusiasmo per la nuova proposta editoriale e a volte dando il senso di un fastidio che fa prevedere la grama sorte di quelle copie che ristagneranno per qualche mese su uno scaffale periferico; oppure succede che dia risposta altrettanto immediata ma opposta, declinando l’offerta e spiegando magari che non desidera rapporti con singoli editori o con piccoli editori. Infine, può anche capitare che il libraio chieda qualche titolo per leggerlo, prima di decidere se ordinare delle copie da esporre al pubblico; dopo averle lette, ci manifesta il suo interesse o il suo disinteresse, e la conseguente decisione di ordinare o meno.
È ovvio che una manifestazione di interesse fa molto piacere all’editore, così come una “bocciatura” demoralizza. Debbo tuttavia preliminarmente dire che, poiché ci lamentiamo spesso della curiosa filiera dell’editoria in cui di solito i venditori nulla sanno del prodotto, la mia istintiva simpatia e il mio ringraziamento vanno comunque a questi librai che si sobbarcano la fatica di scegliere leggendo, e che, indipendentemente dal verdetto, li sento più affini rispetto a quelli che decidono solo in base alle loro strategie di mercato e di posizionamento. Per questo motivo, di solito, non condivido le forme di risentimento che alcuni tra noi manifestano quando un libraio, come per fortuna raramente capita, rifiuta i nostri titoli dopo averne letto qualcuno; mi consolo con la maggioranza che, invece, esprime un giudizio positivo, ringrazio comunque e vado avanti.
Tuttavia, l’altro giorno sono rimasto un po’ sconcertato di fronte al garbato rifiuto di un libraio. A lasciarmi perplesso, infatti, in questa circostanza sono state le motivazioni, che mi hanno fatto riflettere. Perchè il nostro, seppure in forma molto sintetica, si è espresso nei termini propri del critico letterario, soppesando pregi e difetti delle due opere che gli avevamo inviato in visione (fra l’altro, due di quelle con le migliori recensioni e le maggiori vendite); ma, e qui sta il punto, lo ha fatto riconducendo il tutto a un giudizio estremamente personale, fondato infine su quel che gli piaceva e non gli piaceva in base al suo gusto e al suo canone letterario (evidentemente piuttosto rigido, fra l’altro, essendo le due opere in questione assai diverse tra loro per stile).
Ora, io mi aspetterei da un libraio un criterio di scelta un poco diverso. Restando valido quanto detto sopra, e quindi apprezzando il fatto che non vengano ordinati dei titoli tanto per farlo e lasciarli a impolverarsi senza essere in grado di consigliarli a nessuno, riterrei però che un librario dovrebbe capire se un’opera è buona nel suo genere, e quindi consigliabile a chi quel genere e quello stile li apprezza; il fatto che a lui personalmente quel genere non piaccia, dovrebbe essere fattore del tutto secondario. Anche nell’interesse del libraio stesso, voglio dire, che altrimenti rischia di ridursi a vendere una manciata di titoli che sposano esattamente il suo gusto.
Una scelta basata sul solo criterio del mi piace, non mi piace è riduttiva e rischiosa. Noi stessi, per dire, non scegliamo cosa pubblicare in base a un unico giudizio. Abbiamo i nostri paramentri oggettivi, certo, a cominciare dalla compatibilità con una tematica precisa (la realtà sociale). Ma quando arriviamo a chiedere un manoscritto, lo sottoponiamo a diverse letture, di persone che non hanno gli stessi gusti e le stesse inclinazioni di genere e stile. E, per norma che ci siamo dati, pubblichiamo opere che qualcuno tra noi ha ritenuto “ottime”, anche se a qualcun altro sono piaciute pochino, mentre evitiamo di pubblicare quelle che, anche unanimemente, sono giudicate piacevoli, decorose e nulla più; perché le prime hanno le qualità per farsi amare almeno da una fetta di pubblico, mentre le seconde sono compitini sufficienti che non colpiscono la fantasia di nessuno. Poi in redazione si può lavorare a valorizzare pregi e smussare difetti, ma l’opera grezza deve già possedere un suo fascino preciso.
Ho voluto brevemente spiegare come procediamo nella scelta dei titoli perché ritengo che, con ruoli diversi, editore, recensore e libraio siano infine degli intermediari tra la creazione dell’autore e il gusto, mai sindacabile, dei diversi lettori. Io, da direttore editoriale, non necessariamente pubblico opere che devono piacere a me in quanto lettore; ma devo saperne riconoscere le potenzialità (se esistono) e devo fidarmi del giudizio di chi ha maggiore dimestichezza con quel genere e quello stile, decidendo insieme se l’opera è in grado di piacere al suo pubblico. Lo stesso, a maggior ragione e con la predisposizione a presentare un’offerta più ampia (se non si tratta una libreria di genere), dovrebbe fare il libraio; che ha il compito, non certo facile, di entrare in sintonia con opere che personalmente non gli dicono nulla, ma che potrebbero essere eccellenti per molti dei suoi clienti lettori. I quali, a loro volta, chiedono di essere indirizzati, dopo aver espresso le prorie propensioni, verso titoli che possano essere di loro gusto, e non di gusto del libraio.
Ruolo difficile quello del libraio consigliere, certo diverso da quello dell’editore, seppure con alcuni punti di contatto. E certamente diverso da quello del recensore, sulla cui funzione di intermediario tornerò la prossima volta.

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Recensioni e lavoro di squadra. E un pulpito poco credibile per lezioni di etica

 di Cristiano Abbadessa

Leggo un intervento dello scrittore e “creativo della comunicazione” Antonio Steffenoni, pubblicato a pagina 178 dell’ultimo numero del Venerdì di Repubblica. L’autore, giocando un po’ col racconto e un po’ con l’ironia, se la prende con quegli autori che recensiscono (segnatamente sul web) i libri pubblicati da altri autori della loro stessa casa editrice; lo considera un sistema furbetto e a basso costo per fare promozione, ma soprattutto una scorciatoia priva di etica (ergo “immorale”, dovremmo concludere).
Viene il sospetto, forse ingiusto, che il “creativo della comunicazione” rosichi un po’, di fronte a un sistema di promozione intuitivo e a basso costo che deprezza i preziosi consigli che fornisce per mestiere (sempre supponendo che un “creativo” dispensi costosi consigli per fare campagne con poca spesa, perché a fare campagne buttando sul tavolo carrettate di soldi son buoni tutti). Ma il vero problema, in questo caso, temo non sia il predicatore ma il pulpito.
Non c’è neppure bisogno che mi confessi reo (ma reo di che?): se andate tra le recensioni evidenziate nell’apposita pagina del nostro sito, troverete senza difficoltà alcuni autori-recensori che hanno detto la loro, sul web, sulle opere dei loro compagni di squadra. Ci sono anche altre recensioni, ovviamente, e il lettore è libero di ritenerle più credibili di quelle firmate da un autore sotto contratto con Autodafé. La recensione di un’altra opera pubblicata dal proprio editore è, specie nelle piccole realtà, un modo di fare squadra, perfettamente normale, spesso accompagnato dalla conoscenza personale e dalla stima reciproca; e peraltro in nulla dissimile dalle paginate che Repubblica, o altri giornali del gruppo, dedicano alle opere letterarie (e non solo) di loro brillanti giornalisti, spesso edite da case editrici amiche o collegate.
Fin qui potremmo dire che siamo alla pari, perché basta cliccare il nome del recensore di un romanzo, sul web, per saperne vita morte e miracoli; così come, di norma, la grande stampa evidenzia l’appartenenza di un autore recensito al proprio gruppo. O forse proprio pari no, perché comunque il piccolo editore non sollecita e non paga i suoi autori per recensire altri autori della stessa squadra: si tratta di una libera scelta, motivata da reale apprezzamento per l’opera e dalla sincera convinzione che essa meriti un po’ di visibilità (a meno che non si pretenda una forma di masochismo per cui se a un nostro autore proprio non piace un’opera di un “collega” la debba per forza recensire e stroncare). Non so se della stessa libertà godono tutti i giornalisti che, per consegna ed essendo a libro paga, recensiscono opere dei loro colleghi.
Dove però il contrasto si fa davvero stridente, è nelle recensioni “altre”. Perché se un contributo di visibilità alle nostre opere può venire anche da autori pubblicati da Autodafé, è vero però che tutte le altre recensioni sono, nel nostro caso, totalmente disinteressate, mai prezzolate o sollecitate con secondi e terzi fini. Viceversa, una recensione su un grande giornale (o radio, o tv) il più delle volte arriva solo se l’editore è un inserzionista pubblicitario; e tanto più solidi sono i legami di sponsorizzazione, tanto più ampio e frequente sarà lo spazio disponibile. Se non fai pubblicità, spazio per le recensioni non ne trovi. Magari i giornali dedicheranno qualche riga a un editore che si è inventato un’iniziativa che “fa notizia”, ma le opere resteranno mestamente confinate nell’ombra: non stroncate, o non recensite per inadeguatezza, ma semplicemente ignorate perché l’aautore non è noto e l’editore non è inserzionista.
Allora, se vogliamo parlare di etica e trasparenza, lancerei io una sfida a Repubblica e a tutte le altre grandi testate giornalistiche. Quando pubblicate una recensione (ma potrebbe valere per qualunque spazio dato a ogni tipo di azienda), diteci tutto, ma proprio tutto: chi è l’editore, quali sono i soci che partecipano al capitale, quali sono i suoi consulenti, i suoi agenti per la promozione e la distribuzione. E, soprattutto, pubblicate accanto al nome della tal casa editrice il tot che investe in pubblicità annualmente sulle testate del vostro gruppo. Così, giusto per amore di chiarezza e per rendere più trasparenti i meccanismi di scelta e selezione.
Altrimenti, per favore, risparmiate di dare spazio a certe prediche sulla presunta etica. Perché diventa forte il rischio che, più che dal pulpito di un tempio dell’informazione, sembrino provenire dalla balconata di un lupanare dove si pratica la prostituzione intellettuale.

(NB: se qualche calciofilo dubita che abbia ripreso l’ultima espressione da una celebre intemerata di José Mourinho, sappia che non ne rivendico la primogenitura, perché è ben più vecchia, ma che comunque il concetto l’avevo io stesso gia ampiamete espresso in altra sede)

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Finzioni, Marsilio, i blogger e i grandi comunicatori

di Cristiano Abbadessa

Settimana scorsa mi è stato segnalato, da chi fra noi si occupa di solcare il maremagno del web, un post pubblicato su Finzioni; in realtà, una sorta di rilancio pubblicitario. Il post era infatti dedicato all’iniziativa dell’editore Marsilio, che sollecitava i blogger a recensire un paio di suoi libri, offrendone una copia, in e-book, a scelta fra i due titoli che l’editore stesso proponeva; la gentile offerta era riservata ai primi cento blogger che avessero aderito, i quali dovevano peraltro risultare attivi in rete da almeno un anno e pubblicare con costanza perlomeno un post alla settimana. Il commento dell’autrice suonava più o meno come un “finalmente un editore che apre ai blogger”.
Lì per lì sono rimasto allibito, perché il vecchio cronista avrebbe detto che eravamo davanti al cane che morde l’uomo. Tutti gli editori, magari eccezion fatta per i colossi (ma non è neppure detto), sono infatti aperti alle recensioni dei blogger, e anzi le sollecitano. Spesso si danno da fare per cercare i più qualificati, li vanno a stanare (senza aspettare comodamente che siano i blogger stessi a farsi avanti), inviano opere, in carta o in e-book. Il difficile, semmai, è farsi prendere in considerazione da blogger non improvvisati. Ma non ho ancora incontrato un editore che snobbi i blogger e le loro recensioni per scelta ideologica.
Istintivamente ho inviato un commento al post, in cui, più sinteticamente, esplicavo quanto sopra, aggiungendo che non capivo quale fosse la novità. La curatrice ha risposto confermando che non si trattava di una novità o di un’esclusiva (cosa che lei, sottolineava, non aveva in effetti detto), ma che la notizia c’era, perché un editore che si muove a sollecitare i blogger chiedendo che prendano contatto è comunque atto degno di nota.
Ho perciò incassato una prima lezione, che riguarda il marketing. Non posso infatti fare a meno di apprezzare l’abilità dell’editore che riesce a far passare per generosa offerta e per apertura di credito verso il mondo dei blogger quello che in effetti è il tentativo di soddisfare una necessità dell’editore stesso (farsi recensire i libri). Mossa astuta, che rovescia le parti nel gioco “chi ha bisogno di chi” (in realtà, tutti hanno bisogno di tutti) e conquista visibilità ed elogi curando il proprio interesse. Invidia e ammirazione.
Riflettendoci, però, devo dire che la mossa di Marsilio contiene una seconda lezione, meno sbandierata e più sottile, che personalmente condivido. Tale lezione, infatti, non ammaestra gli altri editori ma i blogger stessi. Perché, con la sua disponibilità e la sua “offerta”, Marsilio riconduce al centro del rapporto coi blogger la figura dell’editore; e, ponendosi come punto di riferimento, rimanda la palla nel campo dei blogger, chiedendo loro un contatto diretto.
Neppure questa sarà una novità, ma, come ho già raccontato, è una specie di atto di forza nei confronti di quei moltissimi blogger o siti letterari che, per ragioni che continuano a sfuggirmi, rifiutano qualsiasi contatto con gli editori e accettano di prendere in considerazione, per eventuali recensioni, solo opere sponsorizzate direttamente dagli stessi autori.
Sia ben chiaro: non si mette qui in dubbio l’utile apporto che tanti autori, generosamente, forniscono nella promozione dei loro titoli, anche in rete. Tuttavia, è chiaro che questo aspetto spetterebbe in primo luogo all’editore, che ha la possibilità di usare risorse interne per pianificare il rapporto coi blogger in maniera più soddisfacente per tutta la “squadra” che rappresenta. È comprensibile che blogger e siti gradiscano anche un contatto diretto con gli autori, ma non è pensabile che impongano di intrattenere solo rapporti con gli autori, disdegnando gli editori.
Anche perché, curiosamente, finiscono per alimentare un fenomeno contro cui spesso si scagliano a parole. Quante volte, infatti, capita di veder dileggiare gli “scrittori da aperitivo” o “da salotto”, o di trovare critiche pungenti contro autori che sono più bravi nell’arte affabulatoria delle presentazioni che in quella, più propria, della scrittura? Eppure, traslato nel virtuale, è proprio l’effetto che si ottiene se si aprono gli spazi solo agli autori e non agli editori. Perché, inevitabilmente, finiranno per farsi largo anche sul web quegli autori che sono migliori nell’arte di vendere se stessi e il proprio libro, che hanno maggiore dimestichezza con la comunicazione, che sanno tessere una rete di rapporti e magari uno scambio di favori; non necessariamente, però, si tratterà degli autori più meritevoli dal punto di vista letterario, né delle opere più intense o qualitative.
Ben vengano, dunque, i blogger con le loro recensioni. Ma accettino lo sforzo di misurarsi con la difficile arte della scelta, della selezione e della scoperta. Senza aspettare la facile imbeccata costruita attraverso il rapporto privilegiato.

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Autodafé, i nuovi titoli e il progetto editoriale: la “narrativa sociale”

di Cristiano Abbadessa

Ieri ho sfogliato l’impaginato definitivo, pronto per la stampa, delle tre opere che saranno pubblicate fra un paio di settimane. Controllo che non vi siano errori di assemblaggio (sul testo, il lavoro è ormai concluso da tempo) e rileggo le quarte di copertina. Ancora una volta, come finora è sempre capitato al momento di chiudere il prodotto, sono fiero e soddisfatto del nostro lavoro.
Quelle in uscita sono tre opere, per molti aspetti, diverse e distanti tra loro. Lo sono per la struttura narrativa, per lo stile proprio dei singoli autori, per le scelte lessicali, per il ritmo della narrazione. Lo sono, in maniera molto evidente, per l’ambientazione (una border line metropolitana dove si incontrano uomini di potere e persone che strappano la vita a fatica; una piccola cittadina di provincia in cui tutto ruota attorno a tradizionali e ipocriti legami familiari; una Milano di due epoche separate da una trentina d’anni e unite da legami d’amicizia e militanza politica) e per i protagonisti-narratori (una transgender d’alto bordo; una giovane donna ferma nei propositi ma a suo modo ingenua; un uomo di mezza età, integrato ma non pentito, specchio di una generazione che possiede il passato ma guarda al presente e al futuro).
Sono tre romanzi che ben si distinguono per le loro caratteristiche letterarie, tanto da poter essere ascritti a generi diversi. E, per chi ama semplificare, sono anche opere che pongono al centro un tema dominante che in nulla sembra unificarle.
Eppure, anche questa volta, un filo rosso ben visibile le lega tra loro. Perché, nella diversità degli stili e degli approcci, sono opere che ci raccontano questa Italia, che mettono la rete di relazioni sociali (nell’ampiezza di questa accezione) a elemento fondante della narrazione, che interpellano il lettore (più o meno esplicitamente, secondo lo stile proprio dell’autore) invitandolo a una riflessione etica, morale e valoriale su se stesso e sul nostro paese.
Sono, tipicamente, tre romanzi editi da Autodafé. Tre nuovi titoli che vanno ad aggiungersi ai precedenti, componendo il quadro di quella letteratura “attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea” su cui abbiamo fondato il nostro progetto. Dodici titoli diversi per genere e per stile (e che quindi, per naturale gusto e propensione individuale, non a tutti i lettori piaceranno in identico modo), ma con il connotato comune di offrire una solida storia e una buona narrazione a tutti quei lettori che amano, durante o alla conclusione della lettura, ritrovarsi a frullare in testa qualche considerazione non banale e qualche interrogativo di un certo spessore. Un’offerta pensata per tutti coloro che, in breve, credono che anche la lettura (e la lettura della narrativa) possa essere un momento di elevato impegno civile.
Se guardo a quanto abbiamo fatto, lo ripeto, sono fiero di aver mantenuto la barra nella direzione indicata alla nascita del nostro progetto.
Tuttavia, se rileggo i molti interventi generati da questo blog, mi accorgo che, a dispetto di una reiterata richiesta, proprio su questo aspetto nessuno o quasi si è dato pena di approfondire. Molti hanno dato contributi frequenti e accesi ai dibattiti specificamente letterari (penso al ruolo dell’autore, dell’editor, e via di seguito); un partecipe interesse si è avvertito quando abbiamo svelato alcuni meccanismi legati al funzionamento dell’industria editoriale; una minore, ma non insifìgnificante, attenzione è stata riservata ad alcuni nostri titoli, sempre pesandone però in primis (o unicamente) la qualità letteraria. Pochissimo, direi nulla, è stato speso per confermare, smentire o correggere la nostra iniziale sensazione, quella che ha originato la nascita della casa editrice: ovvero la constatazione che nel panorama letterario italiano mancasse, e se ne avvertisse la mancanza, una narrativa attenta principalmente alle dinamiche sociali del nostro paese, a fronte di una ridondante produzione di storie avviticchiate intorno alla psiche del (più spesso della) protagonista.
Nel breve volgere di un anno, e con tutte le difficoltà di partenza di una piccola casa editrice, non può essere solo il mercato, con i dati di vendita, a dire se l’individuazione di questo bisogno è stata un atto di sensibilità sociale e letteraria o è stato un clamoroso malinteso. E non possono dircelo i grandi media, che della nostra esistenza ancora non si sono accorti.
Per questo, insisto, mi piacerebbe che a dircelo fossero le persone che ci seguono e ci leggono. Per avere il conforto a un progetto che deve poter contare su un suo pubblico, o per prendere atto di una realtà diversa.

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Chi obbliga gli autori a trasformarsi in promotori

di Cristiano Abbadessa

In una piccola casa editrice l’attività di promozione pesa necessariamente sulle spalle dell’editore e dell’autore, congiuntamente. Non avendo un ufficio stampa ammanicato con tutti i grandi media del settore e non avendo la pila di euro da mettere sul tavolo delle agenzie di promozione (o di pubblicità), il piccolo editore non può che costruire con fatica un percorso fatto di relazioni, contatti, organizzazioni di eventi, recensioni e virtuosi passaparola. L’autore, dal canto suo, svolge in parte le stesse mansioni, magari con una maggiore attenzione all’ambito territoriale, sia in termini di rapporti coi media locali che di opportunità di eventi.
Buona parte del percorso promozionale dell’opera edita da un piccolo editore passa, inevitabilmente, per il web. Più aperto e ricettivo, per ora meno legato a grandi logiche di mercato e potere, a volte sinceramente democratico e in ogni caso molto curioso, il popolo della rete, anche nelle sue forme maggiormente organizzate, offre (o dovrebbe offrire) spazi ideali per il primo lancio di un’opera poco visibile nelle librerie e rappresenta la sede opportuna per avviare il passaparola che promuova a un pubblico più vasto i titoli meritevoli di attenzione.
Poiché, si diceva, all’autore spetta principalmente, per forza di cose, il lavoro sul territorio che gli è prossimo, la maggior parte dello sforzo per la promozione sul web dovrebbe ragionevolmente toccare all’editore. Purtroppo non è così. E non per volontà degli editori.
Il fatto è che vi sono numerosi siti letterari, spesso vere e proprie community di un certo valore e di notevole capacità di attrazione, che escludono a priori l’editore dalla possibilità di prendere contatti. Sono disponibili, e sollecitano, a che gli autori inviino le loro opere e si propongano per una recensione, ma non accettano che queste segnalazioni provengano dall’editore. Sono orgogliose comunità di autori o aspiranti tali, in prevalenza, ed escludono qualsiasi contatto “impuro”, ovvero che non abbia l’autore come interlocutore diretto.
Purtroppo, così facendo non è affatto detto che si faccia un favore all’autore, al quale tocca di fatto sobbarcarsi una fetta di lavoro promozionale che l’editore potrebbe svolgere con maggiore agio (avendo fra l’altro da promuovere più titoli e potendo quindi fare una sorta di “economia di scala” nella gestione dell’attività promozionale).
Forse lo scopo iniziale di questi siti è nobile, perché intende dare maggiore visibilità agli autori. Però si avverte anche quel sottile fastidio di chi tratta gli editori (tutti, senza distinzioni) come la controparte. Ora, a parte il fatto che per la piccola editoria (ma talora anche per la grande) il rapporto con l’autore non può obbedire a schematizzazioni tanto rozze, va sottolineato che in questo modo non si favorisce in alcun modo l’autore. Perché l’editore, visto a volte come colui che specula e guadagna sull’altrui talento, non incassa di più o di meno a seconda che la promozione sia svolta da lui stesso o dall’autore. E la percentuale dell’autore, parimenti, non è più alta sulle vendite che indirettamente (e in modo peraltro difficilmente verificabile) sono state determinate da una promozione svolta da lui in prima persona. Quindi, se la nuova e maggiore visibilità procura più vendite, nulla cambia nella ripartizione degli incassi tra le parti coinvolte. Ma cambia che l’editore, per paradosso, si ritrova sollevato da un lavoro che viene invece scaricato sulle spalle dell’autore; e proprio da coloro che degli autori si proclamano paladini e che hanno l’aria di guardare all’editore come al bieco padrone delle ferriere.
A volte, poi, questa preclusione genera problemi organizzativi di cui si potrebbe fare a meno.
Perché, per esempio, i siti che accettano l’invio di e-book pongono l’autore in una condizione di impossibilità: infatti, i distributori online di e-book mettono a disposizione degli editori (ovviamente degli editori: è un rapporto tra imprese) dei servizi di distribuzione del prodotto validato, come una sorta di ufficio stampa. Ma l’autore non ha accesso a questo servizio, e può al massimo far girare la propria copia dell’e-book; il che rischia di essere come inviare delle fotocopie al recensore, in luogo del libro stampato.
In ogni caso, la maggior parte delle community letterarie predilige ancora la vecchia carta, e chiede quindi l’invio di una copia del libro. Rigorosamente inviata dall’autore, ovviamente. Peccato, perché un editore potrebbe inviare, con minore costo, tre o quattro titoli in una sola volta, mentre così abbiamo tre o quattro autori che devono inviare ciascuno la propria opera. Siccome, poi, l’autore, già seccato di essersi dovuto pagare la spedizione, chiede giustamente all’editore di reintegrargli la copia che ha spedito come saggio, ecco che l’editore deve a sua volta accollarsi la spedizione di tanti libri quanti i suoi autori sono riusciti a farne circolare. Praticamente, le spedizioni vengono in questo modo raddoppiate o triplicate per raggiungere il semplice scopo di avere una copia sul tavolo del recensore.
Diciamo che Poste Italiane o i vari corrieri non sarebbero stati capaci di ideare un sitema più conveniente, per loro.

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