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di Cristiano Abbadessa

Quando il dito indica la luna, bisognerebbe guardare la luna. Tuttavia, se prima non avessimo guardato con attenzione il dito, non sapremmo che cosa sta indicando. Perciò non ci sembra inutile riprendere e approfondire la similitudine (il dito) intorno alla quale si sono esercitati gli ultimi due contributi.
È infatti vero, come scrive Giordano Boscolo, che il quorum referendario non è stato raggiunto (solo) grazie all’encomiabile attività di movimenti e associazioni promotori. D’altra parte non abbiamo mai sostenuto questa tesi, che è stata semmai enfatizzata, a posteriori, da chi non si aspettava questo risultato. Ed è chiaro, e su questo siamo tutti d’accordo, che i referendum sono “passati” perché i quesiti intercettavano bisogni profondi e sensibilità già ampiamente presenti nella società, che avevano bisogno solo di trovare una valvola di sfogo e una forma di espressione.
Su questo aspetto verte in effetti la prima domanda che ci siamo, e vi abbiamo posto: esiste, seppure ovviamente in altre dimensioni, una domanda diffusa di una nuova offerta editoriale? Non, attenzione, di un’offerta editoriale generica (quella credo che non manchi davvero), ma di quello specifico “prodotto” che Autodafé propone: una narrativa di qualità attenta alle tematiche sociali dell’Italia contemporanea, che unisca il gusto del racconto alla riflessione sulla realtà del nostro paese. A noi, fondando questa casa editrice, era parsa evidente la carenza di una produzione letteraria di questo tipo, nel panorama dell’editoria italiana; ma è ovvio che la sensazione vada continuamente verificata, e perciò vi chiediamo di aiutarci a farlo.
Tuttavia, il cuore della similitudine (o del parallelismo), come ben colto da Boscolo nella seconda parte del suo intervento, era un altro, e riguardava essenzialmente la questione degli strumenti.
I promotori dei referendum sono stati considerati dei fastidiosi visionari non perché (meglio: non solo perché…) ponessero dei quesiti campati in aria e “perdenti”, ma perché si riteneva inadeguato allo scopo lo strumento referendario. Per questo, ancora a due giorni dal voto (quindi ben dopo Fukushima, ben dopo che era noto il sentimento diffuso sull’acqua “bene comune”, persino dopo che le amministrative avevano già evidenziato la crisi di rigetto verso l’attuale governo) gli “esperti” spiegavano, secondo loro “dati alla mano”, che i referendum erano destinati al fallimento, semplicemente perché ormai in Italia era impossibile raggiungere il quorum dei votanti. In assoluto e per qualsiasi causa, per buona che fosse.
Alla fine gli “esperti” hanno avuto torto, perché ancorati a una lettura statica, immobile, in cui quel che è successo ieri e l’altroieri deve per forza ripetersi oggi e domani. Esattamente l’approccio che abbiamo riscontrato in troppi operatori del settore editoriale, in specie quando si parla di mercato, di vendita, di distribuzione.
La lettura a posteriori dei risultati, nel caso dei referendum, rende poi facile dire che c’erano concause, aspettative e bisogni inespressi che spingevano concordemente verso quell’esito. Peccato che, prima, non lo avesse detto praticamente nessuno (e certamente non coloro che per ruolo sarebbero chiamati a interpretare i sentimenti della popolazione).
Anche per la piccola editoria, ed è questo il nocciolo, crediamo esistano strumenti adatti a sfatare scetticismi radicati e a contrastare meccanismi soffocanti, che tolgono voce e diritto all’esistenza per chi non è già grande o non è in grado di imporsi col solo peso del denaro da buttare sul piatto della bilancia.
Si tratta però, a differenza dei referendum, di strumenti nuovi: intorno ai quali è necessario lavorare, e non da soli, per la messa a punto.
E sempre a patto che ce ne sia la voglia.

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Bisogni primari

di Giordano Boscolo

Bisogna far attenzione a non forzare troppo il parallelismo tra l’esito dell’ultimo referendum e le prospettive della piccola editoria, altrimenti si rischia di fare una fotografia sfuocata della situazione.
Innanzitutto, non è facilmente dimostrabile che il raggiungimento del quorum e la vittoria plebiscitaria dei “sì” siano dovuti alla encomiabile attività dei movimenti, organizzazioni e comitati che si sono impegnati a raccogliere le firme e a fare opera di informazione al di fuori dei canali istituzionali. In altre parole, è ragionevole supporre che il risultato sarebbe stato quasi lo stesso anche se l’intervento dei suddetti movimenti, organizzazioni e comitati fosse stato meno massiccio? Molto probabilmente sì, per le seguenti ragioni: 1) pochi mesi fa si è verificato un incidente nucleare di 7° livello che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, costringendo alcune nazioni a rivedere le proprie politiche energetiche nel medio/lungo periodo, e ridestando lo spettro di Chernobyl, latente nel nostro immaginario dal 1986; 2) uno dei quesiti referendari aveva per oggetto un bene (l’acqua) che è eufemistico definire primario. L’acqua, così come l’ossigeno, è qualcosa di più di un semplice bene primario, e questo i cittadini, in quanto organismi viventi, lo percepiscono istintivamente; 3) il comportamento del nostro presidente del consiglio ha superato da un pezzo il limite considerato sopportabile anche dai più cinici e disillusi tra gli elettori, e la sua pretesa di impunità ha costituito la classica goccia che….
Riassumendo, la forza propulsiva che ci ha spinti in massa alle urne è stata la risultante di fattori che avevano a che fare con la paura, quasi metafisica, della minaccia radioattiva, con la difesa istintiva di un bene indissolubilmente legato alla vita, e con l’insofferenza verso uno “statista” che da troppo tempo ormai si ostina a farla fuori dal vaso. Si potrebbe quasi dire che per una volta è stata una questione di vita/morte/rabbia.
Ora, vorrei sapere quali potrebbero essere le corrispondenti forze propulsive in grado di smuovere la massa dei lettori verso prodotti editoriali alternativi a quelli proposti e imposti dai grandi gruppi, tenendo conto che la quantità di libri reperibili in una qualunque libreria è talmente enorme che è quasi impossibile non trovare qualcosa che vada incontro ai nostri gusti, per quanto sofisticati essi siano.
Ricordiamoci che la lettura non viene istintivamente percepita come bene primario (il fatto che in realtà lo sia è un altro discorso), né la graduale scomparsa delle piccole librerie di quartiere viene percepita come una minaccia, visto che la gente adora i centri commerciali (librerie come Feltrinelli, Mondadori o Fnac sono, di fatto,  dei centri commerciali). Forse la preponderanza di alcuni gruppi editoriali “monstre” può fare arrabbiare qualcuno tra i lettori più accorti (soprattutto perché è collegata al punto 3) della lista che ho fatto sopra), ma si tratta pur sempre di una minoranza.
Che fare, quindi?
Ammettiamo pure che i comitati, i movimenti e le organizzazioni di cui sopra, abbiano davvero giocato un ruolo fondamentale nella buona riuscita del referendum; non è un’ipotesi peregrina, pur non essendo dimostrabile in modo incontrovertibile. A questo punto, ancora una volta, dobbiamo chiederci quale potrebbe essere il loro corrispettivo nel nostro caso. Ad esempio: esiste una rivista, un portale, o un sito internet che raccolga informazioni dedicate esclusivamente alla piccola editoria e sia in grado di diffonderle a una massa critica di persone?
Per quanto mi riguarda, le uniche cose che sono riuscito a trovare facilmente in internet digitando “piccola editoria” sul motore di ricerca di google sono i due seguenti portali: uno che si chiama “Letteralmente – il portale della piccola editoria”, e un altro dallo strano nome di “OzBlogOz”. Devo dire che nessuno dei due mi sembra un granché.
Chi gestisce questi portali? di chi si fanno portavoce? tutti i piccoli editori sanno della loro esistenza e possono utilizzarli come veicolo pubblicitario? Quanti sono i lettori che li frequentano?
Magari esiste qualche altro luogo (cartaceo o virtuale) dedicato alla piccola editoria, e in questo caso, se qualcuno di voi ne è a conoscenza, è il caso di dirlo qui.
Un’altra domanda interessante è: una volta che si è riusciti a individuare un luogo per la piccola editoria, come sarà possibile districarsi nel mare magnum di libri disponibili? Sarà necessaria una selezione? e chi sarà preposto a farla?
Sia chiaro che tutte queste considerazioni e domande, non retoriche, le ho fatte per avere delle risposte concrete (se ce ne sono) e non per scoraggiare chi si impegna con coraggio e dedizione nella piccola editoria; mondo di cui, con orgoglio, faccio parte anch’io.

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Sono solo romanzetti?

di Cristiano Abbadessa

Quando presentiamo, da un anno a questa parte, il nostro progetto a potenziali interlocutori (distributori, librai, operatori dei media), capita spesso di ricevere sconsolanti e scoraggianti risposte. Forti della loro esperienza, e di una consolidata e immutabile visione delle cose, molti scuotono la testa, si complimentano per il coraggio e liquidano la nostra idea editoriale come pura follia o, nel migliore dei casi, sogno utopistico. Ancorati ai dogmi di quello che considerano un “sano realismo”, esprimono in sequenza le loro considerazioni e l’inevitabile sentenza: la narrativa italiana non tira sul mercato, gli autori semiesordienti o comunque poco conosciuti sono un azzardo, la piccola editoria non ha i mezzi per emergere di fronte ai colossi del settore, gli editori sono troppi e non c’è più spazio per nessuno; ergo, l’idea di lanciare una casa editrice fondata su nuovi narratori italiani è destinata al fallimento.
Viene in mente, per associazione di idee che non ci pare forzata, che gli stessi scuotimenti di capo e gli stessi sguardi di commiserazione (talora infastidita) sono stati rivolti, da oltre un anno fino a domenica scorsa, a quei comitati che hanno promosso i quattro referendum per cui si è appena votato.
Non interessa certo entrare qui nel merito delle questioni e dei quesiti. Ma non può sfuggire che a promuovere i referendum, e a raccogliere le firme con una gratuita dedizione, sono stati movimenti e associazioni supportati da strutture organizzative apparentemente deboli; i grandi partiti hanno ignorato o avversato lo sforzo, e l’apporto di un paio di formazioni politiche minori su un paio di quesiti non è mai parso decisivo. I promotori sono stati a lungo considerati dei fastidiosi fissati che si impegnavano in un’impresa “inutile”; quando poi, di recente, il governo ha cominciato a conoscere qualche problema di tenuta, molti vecchi volponi dei partiti teoricamente più vicini ai referendari hanno lanciato l’allarme, vaticinando che il fallimento dei referendum sarebbe stato “controproducente” e avrebbe ridato fiato a una maggioranza in difficoltà. I dotti medici e sapienti fondavano il pessimismo sulle solite inoppugnabili ragioni storicamente provate: disaffezione del popolo verso lo strumento referendario, complessità dei quesiti, eccessivo tecnicismo di alcune questioni; ergo, impossibilità di raggiungere il quorum dei votanti, tanto più, spiegavano ancora una settimana fa gli esperti togati di flussi elettorali, che a fronte di una crescente disaffezione politica (astensione) si sarebbero dovuti recuperare milioni di voti dallo schieramento opposto (ma opposto a cosa?), il che era del tutto irragionevole.
Sappiamo tutti come è andata a finire.
Semplicemente, i politici “saggi e maturi”, quelli un tempo abituati a creare il polso della realtà più che a sentirlo, non avevano capito che i quesiti referendari intercettavano bisogni reali e profondi delle persone di questo paese, che andavano incontro a domande diffuse e finora inespresse (perché ignorate da quegli stessi che giudicavano “inopportuno” misurarsi apertamente su certi temi). E un’offerta di partecipazione politica nata dal basso, con pochi mezzi e nessuna visibilità mediatica tradizionale, ha incontrato una domanda che nella società era ben presente.
Per la stessa associazione di idee non forzata di cui sopra, quanto accaduto ci dà dunque qualche speranza e qualche buona sensazione.
Certo, per smentire i profeti di sventura di una realtà eterna e immutabile serve, a parte il coraggio e qualche buona ragione, la capacità di intercettare bisogni diffusi.
È per questo che, con un’insistenza che non teme di essere importuna, abbiamo chiesto a chi ci segue una sincera opinione sul nostro progetto editoriale. O meglio, su quel cuore del progetto che è la volontà di pubblicare opere di narrativa cha aiutino la riflessione e la comprensione della realtà sociale dell’Italia contemporanea.
Sono temi che a noi paiono importanti, ma che nel contempo ci sembrano (volutamente?) ignorati da chi continua a sfornare una letteratura che pone al centro l’uomo che si guarda dentro e si avvoltola su se stesso, in uno psicoanalismo parareligioso privo di rapporto col mondo.
Le nostre opere vorrebbero appunto differenziarsi e colmare un vuoto, rispondendo a una domanda che crediamo presente.
Se, invece, sono percepite solo come romanzetti più o meno riusciti, è bene saperlo.

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