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Il lavoro e la piccola impresa editoriale

di Cristiano Abbadessa

Nei giorni festivi, di norma, non guardo la posta elettronica di Autodafé, in obbedienza alla già nota idea che tutti dovremmo abituarci ad avere e rispettare dei momenti di non connessione con il lavoro e, più in generale, col mondo. L’altro giorno, pur essendo il Primo maggio, ho fatto una piccola eccezione: siccome sto aspettando comunicazioni importanti dai soci della casa editrice, e siccome è possibile che alcune risposte mi arrivino sui miei indirizzi aziendali e non su quello privato (i soci sono anche amici, quindi hanno entrambi i recapiti), ho dato una veloce occhiata e scaricato le e-mail in arrivo. Per fortuna poca roba e nessuna comunicazione importante; a parte una pubblicità spedita comunque a tarda sera del 30 aprile, un’unica mail inviata nella mattinata della festa dei lavoratori: e, forse non a caso, si trattava di un curriculum che accompagnava una proposta di collaborazione.
Queste mail, ho già raccontato, mi mettono a disagio. Ho precisato più volte che non siamo in cerca di collaboratori, che i cv vengono archiviati ma senza sostanziali speranze, che questi tentativi ci costringono (moralmente) a una sempre sofferta risposta. Nel caso specifico, per giunta, la proposta non era indirizzata alla segreteria o alla redazione, come sarebbe normale, ma (anche) alla mia personale casella della direzione editoriale. Un particolare che, specie in quella giornata, ha acuito il mio disagio.
Quando abbiamo fondato la nostra casa editrice, una delle speranze coltivate riguardava la possibilità, magari in un futuro non immediato ma nemmeno troppo lontano, di creare e distribuire del lavoro. Non parlo neppure di “posti” di lavoro, espressione che deve ormai essere considerata fuori moda, visto il tono degli interventi sul tema non solo dei cosiddetti tecnici del governo ma anche della più alta carica dello Stato. E, per quanto personalmente continui invece ad auspicare un sistema in cui opportunità, garanzie e tutele non vengano etichettati come “privilegi”, considerato lo stato dell’arte mi sarei accontentato di riuscire a mettere in circolo qualche collaborazione, richiedere un supporto al lavoro editoriale (dalla scrematura alla rifinitura, secondo necessità e competenze), di potermi appoggiare a qualche giovane di buona volontà e buone attitudini per l’aspetto comunicativo e promozionale, di interagire con persone che avessero dimestichezza con la parte commerciale. Il tutto, ovviamente, a condizione di poter retribuire in modo equo ogni collaborazione. Ad oggi, tutto questo è stato impossibile, conti alla mano.
Per un altro aspetto, Autodafé, pur nel suo piccolo, credo abbia centrato l’obiettivo di partenza: riuscire a portare nel panorama letterario italiano autori e opere capaci di far riflettere sulla nostra società attraverso la narrazione. Fondando una nuova casa editrice, noi soci avevamo indubbiamente anche questa ambizione, che si sposava con la sentita urgenza di pubblicare libri in cui poterci identificare, per cui potevamo andar fieri di aver lavorato. Questo era uno degli elementi alla base della scelta compiuta, nel momento in cui alcuni professionisti del settore avevano deciso di trasformarsi in imprenditori.
Ma un altro elemento, come detto, era la possibilità di fare impresa, di creare lavoro, di rapportarsi ai collaboratori (e ai fornitori) seguendo un modello etico che oggi è troppo spesso disatteso. E questo, purtroppo, non è stato possibile.
Col tempo, come ho qui raccontato, siamo diventati particolarmente severi con gli aspiranti autori che non mostrano rispetto per il nostro lavoro, fino ad arrivare a passare la selezione delle proposte editoriali a una redazione di servizi a pagamento. E non nascondo che mi infastidiscono parecchio quegli autori che ancora oggi “ci provano” contattando direttamente la redazione della casa editrice (anziché i servizi editoriali), magari per presunta furbizia o per l’eterno vezzo di non leggere le indicazioni (tanto è vero che poi neppure inviano in forma corretta i materiali richiesti), e ai quali rispondiamo con fredda cortesia reindirizzandoli. Ancora meno sopporto quegli aspiranti autori che spediscono per il mondo un indirizzo web dicendo “qui c’è qualcosa su un’opera cho ho scritto e per la quale cerco editore, andate a vedere se vi interessa”; in questo caso cestiniamo senza remissione.
Con chi ci invia il curriculum e una proposta di collaborazione, non riuscirò mai a comportarmi così. Potrei dire che anche in questo caso, come per gli autori, c’è a volte scarsa attenzione, poca cura nella scelta del destinatario, una strategia di approccio sbagliata; perché basterebbe provare a conoscere qualcosa di noi per capire che Autodafé non sta cercando collaboratori o dipendenti, e non se li può permettere. Ma non riesco a pretendere la stessa attenzione e lo stesso rispetto che chiedo a chi insegue un sogno (gli autori in cerca di editore) da parte di chi invece si muove spinto dal bisogno (un lavoro purchessia).
Per questo, pur col dolore di misurarci ogni volta con un’opera incompiuta, continueremo a rispondere con il massimo della cortesia possibile a chi ci ha contattato sperando in un lavoro. È il minimo, e purtroppo anche il massimo, che possiamo fare per loro.

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Il partito del No e il partito del Fare (possibilmente bene)

di Cristiano Abbadessa

Mentre scrivevo le mie note per l’ultimo post, la scorsa settimana, accadevano simultaneamente due fatti che riguardavano proprio le due questioni che avevo appena posto in relazione: la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo e il Festival dell’Inedito di Firenze. In entrambi i casi, e nelle stesse ore, si registrava una parziale marcia indietro dei promotori: il governo riammetteva la possibilità almeno teorica del reintegro per i lavoratori licenziati per motivazioni economiche, gli organizzatori del Festival, abbandonati da sponsor e testimonial, proclamavano una moratoria dell’iniziativa. Continuo a parlare di marce indietro parziali perché, come per la questione dei licenziamenti quasi tutto verrà demandato ai dettagli del provvedimento e alle effettive discrezionalità dei giudici, così per la rassegna fiorentina la sospensione ha un carattere di provvisorietà ed è condita da tali precisazioni che nulla porta a escludere una riemersione dell’iniziativa, magari con meno nomi noti in prima fila e con un profilo più dimesso (ma non per questo meno efficace rispetto agli scopi).
Abbandono per il momento la vicenda della riforma del mercato del lavoro e mi appunto qualche considerazione che emerge con nettezza da quanto accaduto intorno al Festival dell’Inedito. Primo: forze diverse, ma tutte ugualmente contrarie allo spirito dell’iniziativa, hanno saputo rispondere con voce chiara e unanime, si sono fatte sentire attraverso la rete e media più tradizionali con una forza tale da raggiungere, almeno per il momento, lo scopo. Secondo: nel tumultuoso mondo dell’editoria in trasformazione può accadere, anche in buona fede (e per qualcuno degli attori coinvolti sarei pronto a scommetterci), di dare credito a tentativi che possono apparire in grado di fornire risposte a problemi concreti ma che celano in sé pericolosi germi. Terzo: la capacità di mobilitarsi è alta e pagante quando si tratta di bloccare qualche iniziativa potenzialmente pericolosa, ma viene a scemare subito dopo, lasciando sul tappeto, irrisolti, tutti i problemi.
Torno allora al parallelo con la riforma del mercato del lavoro, perché davvero esemplare. Stemperato il significato anche simbolico della cancellazione di alcune norme previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si incassa un’apparente vittoria salvo poi ammettere (chi a mezza bocca, chi con toni più acuti) che è la riforma nel suo complesso a non offrire né maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per gli esclusi né maggiori garanzie complessive a chi è nel novero degli inclusi. Allo stesso modo, il fronte capace di coalizzarsi ed esternare con efficacia quando si tratta di bacchettare tutto ciò che ha il sapore di “editoria a pagamento” (nel senso più largo e onnicomprensivo del termine) non riesce a costruire una proposta concreta per rendere più aperto e più vivace il mercato editoriale, con particolare riferimento al settore della narrativa italiana (perché di autori italiani, o aspiranti tali, stiamo in definitiva parlando).
Eppure la questione è assolutamente centrale, direi decisiva per la stessa sopravvivenza di un’editoria plurale, non recintata negli strettissimi confini di quei pochi grandi gruppi che controllano il mercato in tutte le sue forme e ramificazioni.

Noi di Autodafé, come noto, stiamo lavorando da tempo attorno a ipotesi che siano capaci di creare alternative, di aprire spazi di mercato, di offrire opportunità. Certamente commettendo anche errori, ma cercando appunto di costruire, e non da soli, qualcosa che vada oltre la semplice espressione del lamento o della contrarietà.
Servono però interlocutori per costruire una rete, e trovarli non è facile. Servono autori (non solo nostri, ovviamente) che vogliano crescere e confrontarsi, con l’ambizione di guardare oltre il limitato orizzonte del “trovare un editore che mi pubblica”. Servono altri editori che condividano il progetto di un’editoria di qualità e una visione eticamente sensibile del proprio ruolo. Servono librai che vogliano scommettere sul protagonismo di un mercato alternativo, anziché rassegnarsi al piccolo cabotaggio di una sopravvivenza messa infine nelle mani dei loro stessi concorrenti. Servono lettori che abbiano voglia di sostenere attivamente progetti culturali condivisi, uscendo dalla logica del “consumatore”. Serve che tutti questi attori condividano valori e finalità, ma che sappiano anche che a ognuno tocca la sua fetta di rischio e di investimento (non necessariamente economico), perché l’alternativa è soltanto la messianica attesa del grande moloch editoriale che assomma in sé tutte le funzioni (oserei dire persino la creazione e il consumo, in una filiera pienamente controllata). Ed è necessario che i soggetti coinvolti sappiano anche cogliere le potenzialità positive di nuove forme di approccio al mercato, di distribuzioni e vendite alternative, senza trincerarsi dietro le false garanzie (non) offerte dalle regole poste a tutela del proprio improduttivo orticello.
Stiamo lavorando a questo, con interlocuzioni interessanti ma ancora numericamente insufficienti. E riteniamo che sia il momento di dare ampiezza e spessore al tentativo di creare un’alternativa, alla costruzione di una rete che unisca tutti i punti della filiera editoriale attorno al progetto di un’editoria di qualità. Sapendo fra l’altro che gli esempi non mancano, ma che sono finora declinati in un ambito ristretto e territoriale a nostro avviso insufficiente per costituire una vera alternativa.
Vorremmo che la stessa passione messa da tanti nel dire No alle iniziative poco trasparenti (come il festival fiorentino) venisse impiegata nel costruire una proposta e nel portarla avanti. Altrimenti la capacità di aggregazione diventa solo uno strumento di difesa dello status quo; che a parole non sembra essere lo status ideale per nessuno, ma che forse, in definitiva, fa meno paura dell’impegno diretto in un lavoro di cambiamento.

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Festival dell’Inedito: riflettiamo sul vero messaggio dei grandi editori

di Cristiano Abbadessa

Alla fine siamo arrivati dove immaginavo. Forse prima del previsto, e con una schiettezza che credo debba indurre tutti a qualche riflessione. Mi riferisco al Festival dell’Inedito, iniziativa che ha già suscitato molti commenti in rete, e al suo significato.
Non mi soffermerei troppo a lungo sui contenuti della proposta, che potete leggere e valutare nel sito indicato. E non mi stupisco del primo tenore dei commenti, tutti negativi, di scrittori o aspiranti tali, che bocciano il Festival bollandolo come sordida e neppure troppo astuta forma di editoria a pagamento. Che gli autori non vogliano pagare per pubblicare è legittimo e risaputo: pochi e malvolentieri pagano servizi editoriali che non sono finalizzati alla pubblicazione ma alla crescita professionale (come quelli che proponiamo noi stessi), pochissimi accettano di sottoporsi alla trafila classica dell’editoria a pagamento vera e propria (forse non così pochissimi, visto che gli editori a pagamento continuano a esistere; diciamo che probabilmente chi vi ricorre non si manifesta nei blog e nei dibattiti in rete).
Va però detto, per essere precisi, che la formula del Festival non assomiglia né alla fornitura di servizi editoriali (perché l’esca succulenta è proprio il traguardo della pubblicazione) né all’editoria a pagamento classica, che la pubblicazione la garantisce, seppure in cambio di un corrispettivo spesso anche esoso. Con il Festival siamo arrivati alla “terza via”, che è quella della grande riffa, dove tanti pagano e uno vince, e se paghi poco non vinci ma se paghi di più aumenti le tue possibilità di successo.
Questa mi sembra, nella sostanza, l’idea di chi ha lanciato l’iniziativa. Il Festival vero e proprio, con la sua esposizione fiorentina, mi sembra in tal senso un mero pretesto e l’aspetto persino un po’ cialtronesco dell’operazione, perché non credo davvero che una misteriosa e indefinita preview online, un banchetto e la possibilità di presentare (ma a chi?) un’opera ancora in cantiere servano a costruire contatti o percorsi. Il paradosso è che gli organizzatori puntano proprio sull’evento per fare cassa; perché, onestamente, il prezzo richiesto per la prima iscrizione in cambio della quale viene fornita una scheda di valutazione dell’opera completa è bassino (in effetti non ripagherebbe i costi di una lettura professionale), mentre i 400 euro che sborseranno i partecipanti al festival (più altri eurini se vogliono alcuni “servizi” aggiuntivi) in cambio di nulla o quasi sono davvero la “polpa” dell’incasso. Deposito Siae e offerte di stampa a prezzi scontati sono corollari che riportano, questi, sì verso l’editoria a pagamento o il semplice taglieggiamento.
Il cuore della proposta, come dicevo, sta dunque nella grande lotteria: tanti partecipanti, uno o due che arriveranno a pubblicare, sebbene non si sappia con chi. In questo senso, l’idea potrebbe anche avere successo: se gli organizzatori pensano di replicare la formula e se non sarà un totale flop in termine di adesioni (cioè, se arriveranno almeno un po’ di opere decenti e qualche autore capace), sarà loro interesse arrivare davvero alla pubblicazione, con grandi marchi, di un paio di partecipanti, lanciandoli anche in maniera adeguata e aggressiva sul mercato; e, considerando i nomi degli editori in ballo e le relative potenzialità promozionali e mediatiche, è pure possibile che venga fuori almeno un titolo capace di fare cassetta.
Credo sia questo l’elemento che potrebbe far decollare l’iniziativa, pubblicamente subissata di critiche o peggio. In realtà, anche quella della riffa non è un’idea nuova: ci sono piccoli editori, spesso di dubbia fama, che ogni tanto lanciano imprecisati concorsi promettendo la pubblicazione del vincitore. I costi sono più contenuti (magari neppure troppo: dai 50 ai 100 euro, ma senza il passaggio obbligato per un costoso e inutile spazio espositivo), e qualche decina di iscritti garantisce di poter pubblicare un titolo a costo zero o giù di lì. Naturalmente non a tutti riesce il buco nella ciambella: perché un editore sconosciuto ha scarso appeal e nulla garantisce, in termini di vendita, dopo la pubblicazione, quindi può capitare che raccatti poche adesioni; invece i grandi nomi coinvolti nel Festival dell’Inedito possono rappresentare una sorta di miraggio per tanti aspiranti.
Quello che però mi sembra davvero importante, al netto delle considerazioni personali che ciascuno può fare, è che partecipando al lancio di questo Festival alcuni grandi nomi dell’editoria hanno lanciato un messaggio che dovrebbe essere considerato con attenzione: oggi si possono pubblicare libri, specie se di narrativa, soltanto se i costi di realizzazione e produzione sono già coperti prima di andare in stampa. Perché il mercato è saturo, il 99% dei titoli pubblicati non vende neppure quanto serve per ripagare i costi vivi e editare libri sta diventando un’operazione in perdita. Sta insomma accadendo quel che già accaduto in altri ambiti dell’editoria: il prodotto in sé si fa in perdita, e allora vale la pena di farlo solo se si ha lo spirito del mecenate o, più frequentemente, se la propria presenza in quel tipo di mercato editoriale è funzionale ad altre finalità, secondo la politica tipica dei grandi gruppi che devono tutelare, attraverso la circolazione delle idee, interessi di altro genere.
Sul Festival si è liberi di pensare quel che si vuole, e di ritenerla una risposta pasticciata e poco etica a una crisi manifesta. Ma il mesaggio è, appunto, che ormai anche i grandi editori ci dicono che la crisi è talmente grave che vale la pena di “sporcarsi le mani” con proposte di questo tenore. Gli aspiranti scrittori ci sono: se vogliono pubblicare si accomodino e, da soli o in solido coi loro colleghi, mettano le risorse economiche per consentire a un editore di produrre un libro che si è già ripagato ancor prima di arrivare in libreria. La morale sul rischio imprenditoriale è sempre affascinante, ma nella pratica fuori luogo: perché qui non si parla di rischio, ma di certezza di produrre in perdita.
Noi continuiamo a pensare che la strada non sia questa. Per una casa editrice nata con le nostre finalità, far pagare agli autori il costo della produzione è inutile, assai prima che immorale: perché tutto si risolve in un’operazione autoreferenziale che non produce alcuna circolazione di idee, né riflessioni sulla realtà sociale del nostro paese.
Continuiamo però a ritenere che i lettori, se esistono, dovrebbero farsi carico, in una qualche forma, di questa scommessa sulla capacità del buon editore di scovare autori di qualità. Perché il messaggio degli organizzatori del Festival è chiaro: se non è già prepagato, oggi un libro non può essere pubblicato. Ed è un messaggio che vale per tutti.

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Impresa e capitale. Una buona idea è solo roba da ricchi?

di Cristiano Abbadessa

Fra i commenti all’ultimo post, colpisce la “giunta” del nostro Fabrizio: «Di imprenditori che non vogliono assumersi alcun rischio d’impresa non sappiamo più cosa farcene in questo paese». Sentenza prontamente condivisa, in esplicito, da Antonio Sofia, e probabilmente da molti altri che non si sono manifestati.
Una frase secca che, istintivamente, trova il plauso di molti, compreso il mio. Soprattutto, credo, perché pesa su tutti noi, noi cittadini, qualche decennio in cui il rischio d’impresa è stato tranquillamente scaricato sulla collettività a suon di leggi fatte su misura: prepensionamenti pagati da tutti per risanare uno, provvedimenti ad aziendam, protezionismi assortiti, interventi arbitrari sul mercato, consumi forzosamente indirizzati verso un settore dichiarando fuorilegge beni perfettamente funzionanti ma di colpo obsoleti, pericolosi e illegali. Siccome le maggiori imprese di questo paese hanno fornito e forniscono, da almeno tre decenni (ma probabilmente da quasi un secolo), tale esempio tutt’altro che virtuoso, si può ben capire come la misura dell’indignazione sia colma e come il cittadino comune sia stanco di pagare di tasca propria gli errori e le lentezze di imprenditori incapaci, buoni solo a sventolare la minaccia del licenziamento di massa e la fuga all’estero per strappare nuovi benefici al governo di turno (quando il governo non è diretta espressione di queste stesse aziende).
Per evitare pericolose confusioni, è però bene fare qualche precisazione, evitando di sovrapporre al concetto di rischio d’impresa l’idea che l’imprenditore debba mettere i soldi di tasca propria. In realtà, nell’economia di mercato e nel sistema liberista, la figura dell’imprenditore non necessariamente coincide con quella del capitalista, inteso come colui che mette il capitale nell’impresa. È una delle leggi basilari dell’economia contemporanea, e la vediamo concretamente declinata nelle forme – lecite e illecite, accettabili o riprovevoli – più disparate: dalla grande azienda che prospera grazie alla quotazione in borsa (che è una forma di finanziamento diffuso, anche se ci siamo abituati a considerarla altro) alle imprese di qualunque dimensione ampiamente indebitate con le banche (e di fatto sorrette, o strozzate, dalla concessioni di prestiti che prelevano denaro del risparmio dei correntisti), dalle piccole società in cui non necessariamente coincidono le figure del socio di capitale e del socio lavoratore alle piccolissime aziende che ricorrono a forme di finanziamento atipico (che possono andare dall’illegale e devastante usura alla nobile e futuribile invenzione del microcredito). Per legge, l’imprenditore deve ovviamente rispondere della gestione di queste forme di finanziamento e del loro buon utilizzo; ma in questo, e non nel mettere di suo i quattrini, sta l’assunzione del rischio d’impresa.
Se ci pensate, è bene che sia così; semmai, ma questo è altro discorso, dovrebbero essere più trasparenti le modalità di accesso ai finanziamenti. Ma il fatto che imprenditore e capitalista non per forza coincidano è un elemento indispensabile, perché altrimenti dovremmo concedere solo ai ricchi la facoltà di intraprendere, limitando chi ricco non è alla possibilità di aprire attività imprenditoriali minime, di sussistenza. Una buona idea imprenditoriale, invece, non viene per forza in mente a qualcuno già foderato di soldi; anzi, spesso l’appartenenza a un ceto sociale non privilegiato fornisce lo stimolo per intuizioni migliori; e la possibilità di arrivare (attraverso un finanziamento che apporti il capitale necessario al’avviamento) a sottoporre al giudizio del mercato la bontà dell’idea è un elemento di giustizia e di mobilità sociale.
Tutto questo, per la verità, c’entra ben poco con il caso della Libreria Kmzero. Lì, concordo con Fabio Giallombardo, si tratta semplicemente di una scelta di mercato, come avviene per le cosiddette case editrici a pagamento: in un caso e nell’altro il mercato non viene individuato nei lettori, ma rispettivamente nei piccoli editori bisognosi di visibilità e nei nuovi autori desiderosi di pubblicare. Cosa che, come ho già detto altre volte, dal punto di vista dell’analisi di marketing può anche essere una scelta vincente. Ma è chiaro che, in questo modo, non si stanno cercando partner che condividano il rischio d’impresa, ma più semplicemente clienti che paghino il servizio offerto, sia esso l’esposizione su uno scaffale o la stampa di un libro; la vendita al pubblico è puro pretesto, e il mercato sta altrove (a monte).
Il problema del finanziamento delle piccole attività imprenditoriali, però, resta aperto. E merita, secondo me, una riflessione da parte di tutti, evitando la facile ed erronea tentazione di liquidare la questione dicendo che i soldi dovrebbe metterli l’imprenditore. Perché, come ho detto sopra, non è vero ed è pure pericoloso. Certo, l’imprenditore deve assumersi i rischi della gestione e deve esserne responsabile, i patti e i diritti devono essere chiari, così come devono essere ben marcati i confini tra l’acquisto di un prodotto o servizio e la partecipazione alla formazione di un capitale societario. Ma, in un quadro di reciproche garanzie, lo studio di forme di partecipazione alla capitalizzazione della piccola impresa di rilevanza sociale credo sia tema da approfondire con coraggio e fantasia.

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Libreria Kmzero a Milano. Qualche considerazione da piccoli editori indipendenti

di Cristiano Abbadessa

Da qualche settimana è uno degli argomenti più gettonati, con relativo contorno di polemiche. La notizia è che a marzo aprirà a Milano, in zona semicentrale, la libreria Kmzero, riservata ai piccoli editori. Complice una buona campagna di comunicazione, l’iniziativa si è guadagnata visibilità fin sulle pagine nazionali di Repubblica, dove peraltro si è dato conto delle numerose perplessità che circondano l’iniziativa. Ma già da qualche settimana se ne sta parlando molto sul web, in particolare su finzionimagazine, dove si è sviluppato un dibattito ampio e quasi esaustivo, utile da leggere e al quale rimando per chi volesse abbracciare l’intera complessità della questione e i vari punti di vista (vi abbiamo partecipato anche noi, seppure in forma interlocutoria).
Qui, senza la pretesa di toccare tutti gli argomenti, vorrei esprimere la posizione di Autodafé, le nostre considerazioni principali e le nostre scelte conseguenti. Per farlo, devo sforzarmi anzitutto di sorvolare sul cattivo primo impatto di una comunicazione furbetta, che ricicla slogan propri del consumo ecosostenibile senza che essi corrispondano in alcun modo al senso della proposta. Perché Libreria Kmzero vorrebbe dire, nello spirito di questa definizione, proporre al lettore milanese libri di piccoli editori milanesi privi di distibuzione nazionale; cosa che non è, e che peraltro non può essere perché sarebbe poco sensata. E parlare di slowbookstore serve solo a fare il verso a slowfood, ma non corrisponde davvero a nulla di concreto e spiegabile, né di alternativo a un inesistente fastbookstore.
Vengo dunque ai tre aspetti critici, e d’altra parte essenziali, intorno a cui si è concentrato il dibattito sul web: gli 800 euro annui per metro lineare richiesti agli editori per poter essere presenti sugli scaffali della libreria con i propri titoli; il 50% trattenuto dalla libreria sull’incasso delle vendite; la mancanza, in ingresso, di un criterio selettivo di qualità, per cui la libreria dei piccoli editori indipendenti rischia di trasformarsi in libreria dei piccoli editori abbienti.
Sorvolo su quest’ultimo punto, perché se Kmzero sia riservata agli abbienti lo vedremo valutando i primi due aspetti, mentre l’idea di una selezione per qualità ci condurrebbe in un campo troppo ampio e minato. Credo poi che sarebbe comunque prematuro e ingiusto stabilire a priori che la libreria non abbia, o non voglia darsi, altre forme per promuovere e incoraggiare gli editori di qualità, selezionando tra i presenti in base a un criterio non meramente economico (chi più paga più ha diritto).
Più semplice ragionare sui costi. Gli 800 euro annui (più Iva) sono troppi, come sostengono molti? No, in assoluto. Sì per una sola libreria, nuova e senza alcuna garanzia. Come ha sottolineato qualche editore intervenuto nel dibattto, vi è il concreto rischio che questa formula “pagare per essere esposti” diventi prassi; significa che se un piccolo editore vuole essere presente in 15-20 librerie indipendenti sul territorio nazionale, che è l’obiettivo minimo di un’autodistribuzione, deve sborsare 15-20 mila euro ogni anno, che è cifra fuori dalla portata di tutti o quasi (e, peraltro, è una cifra con cui società di promozione ti fanno arrivare, attraverso i grandi distributori nazionali, nelle maggiori librerie di catena, con la stessa percentuale di sconto praticata al distributore).
La stessa debolezza, appunto, presiede ai ragionamenti sullo sconto che l’editore deve praticare alla libreria. Il 50% è percentuale da distributore; un distributore al netto della promozione, ma comunque pur sempre un soggetto che tiene magazzino, movimenta le merci su vari punti vendita, consente una semplificazione della gestione contabile. Per una sola libreria, si tratta di una percentuale del tutto fuori misura.
I promotori dell’iniziativa, e proprietari della libreria, hanno risposto ad alcune delle critiche. Gli 800 euro, hanno spiegato, andrebbero intesi come una tantum (ma il contratto non lo dice) e come compartecipazione al rischio; però, allora, la proposta avrebbe dovuto essere formulata in maniera chiara e diversa, così come ovviamente diversa avrebbe dovuto essere la redistribuzione degli utili, a fronte di una compartecipazione al rischio d’impresa. Quindi hanno aggiunto che si prevede, prossimamente, l’apertura di altre librerie analoghe in alcune delle principali città italiane, peraltro senza precisare in che modo verrebbero formalizzati gli accordi con gli editori che già hanno pagato la partecipazione alla prima fase del progetto; ma l’ipotesi di apertura di altri punti vendita, senza condizioni chiare, appare comunque vaga e tardiva, e mi viene semplicemente da rispondere “prima vedere cammello”.
La sensazione è che in tutta l’operazione non ci sia alcuna progettualità di ampio respiro, ma solo il tentativo (anche ragionevole, dal puro punto di vista imprenditoriale) di monetizzare a proprio vantaggio il bisogno di visibilità dei piccoli editori. Mentre l’apertura di una libreria con le caratteristiche dichiarate sarebbe stata un’ottima occasione per provare qualcosa di diverso, costruire una rete di librerie indipendenti che si riconoscessero in un marchio e in un progetto (magari coinvolgendo in altre città librerie già esistenti, senza bisogno di nuovi investimenti), per proporre agli editori interessati una nuova rete commerciale. Dentro un’operazione di questo tipo, avrebbe anche avuto un senso pagare degli spazi espositivi (certo non 800 euro a ciascuna delle dieci o venti librerie coinvolte, ma un migliaio di euro per tutte o per una presenza modulare ci potevano stare benissmo) e lasciare un 50% degli incassi a una piccola rete distributiva, seppure circoscritta, che si occupasse della gestione dei titoli in tutti i punti vendita associati, con relativa circolazione delle copie.
Al di là delle seduzioni della comunicazione e della sbandierata novità della vetrina esclusiva, ci pare in fin dei conti che “l’idea innovativa” sia stata largamente sovrastimata ed enfatizzata oltre i contenuti. Senza bocciare a priori, senza attribuire cattive intenzioni e concedendo ogni beneficio del dubbio, la proposta, semplicemente, non ci interessa. Perché è davvero inutile uno sforzo economico tanto ingente per essere presenti in un solo punto vendita, e perché rischia di costituire un pessimo esempio cui altri librai indipendenti potrebbero essere tentati di uniformarsi, sempre perseguendo ognuno la logica del proprio particulare.
Seguiremo l’avventura di Kmzero, anche con la speranza che evolva invece in direzioni più interessanti. Ma il primo passo non ci sembra mosso nella direzione giusta. E continuiamo a pensare che le alternative “di sistema”, anche piccole, dobbiamo costruirle noi, editori e librai già esistenti e già presenti sul mercato, nella logica dell’unirsi per fare forza.

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Eravamo quattro amici al bar

di Giordano Boscolo

Mi sto facendo una piccola cultura leggendo i post di Autodafé, nel senso che sto cominciando faticosamente a capire i contorti meccanismi che regolano il rapporto tra case editrici, distributori, librerie, oltre a far luce sull’inquietante, e per certi versi affascinante, figura dell’editor che in realtà è un ghost writer, eccetera (a proposito, qualcuno sa dirmi qual è la traduzione italiana de ‘sto benedetto editor?).
Più leggo questi post e più mi sento una specie di Biancaneve che non sapeva quali fossero le reali intenzioni dei sette nani, ma prima o poi la verginità bisogna pur perderla e a quarant’anni suonati era ora che giungesse anche il mio turno. Sono lieto che tra i frequentatori abituali ci sia la signora Francesca, che oltre a dare informazioni estremamente illuminanti le espone con una chiarezza croccante. Così come seguo sempre volentieri gli interventi di “A.”, anche perché ha scelto simpaticamente di firmarsi come il personaggio di un romanzo ottocentesco.
Quando accedo al blog non posso però fare a meno di notare che il suo titolo è “libri, autori e lettori di Autodafé”, e allora comincio a fare due conti (tre non sarei in grado): i libri ci sono, perché è di loro che si sta parlando, gli autori ogni tanto compaiono, con il nome più o meno per esteso, ma i lettori di Autodafé dove sono?
Okay, siamo tutti d’accordo che c’è bisogno di puntare sulla qualità delle opere, cercare autori che abbiano qualcosa da dire oltre il solipsistico (seppur sacrosanto) monologo intorno alle proprie sfighe personali, cercare una linea editoriale coerente e così via, ma quello che non ho ancora capito è se, secondo i suoi lettori, Autodafé ci stia riuscendo oppure no.
E’ vero, c’è sempre facebook per avere qualche riscontro, ma facebook, per come lo vedo io, non è altro che un contenitore di sms e di foto interattive. Ah già, ci sono anche i pollici del “mi piace”/ “non mi piace più”, ma francamente mi sembra un po’ poco per esprimere un giudizio degno di questo nome.
Mi sarebbe quindi piaciuto che questo blog fosse il luogo giusto per fare i conti con l’oste, ossia per verificare se stiamo aggiungendo altra fuffa alla fuffa già esistente, o se invece la rotta è quella giusta.
O magari capire se, nonostante le buone intenzioni e la politica editoriale interessante, gli autori finora selezionati da Autodafé siano considerati non all’altezza dai lettori che li hanno letti.
Immagino abbiate presente quella canzone di Gino Paoli sui quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Peccato che nessuno gli avesse chiesto di farlo.

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Editoria: decrescita felice e circoli viziosi

di Cristiano Abbadessa

Tiene banco da qualche giorno il dibattito fra editori (e librai) sulla proposta di una “decrescita felice” dei titoli pubblicati; una sorta di moratoria editoriale, con riduzione della produzione, oggi insostenibile, a vantaggio di un’auspicata qualità.
Di prim’acchito, mi appare come la solita querelle tra entità che non appartengono al nostro mondo: editori che viaggiano verso il centinaio di titoli all’anno (come Minimum Fax, dalla quale viene per bocca di Marco Cassini l’idea della decrescita) chiedono a editori che stanno sopra le migliaia di nuovi titoli all’anno di ridurre l’impatto devastante di una sovrapproduzione che stressa il mercato, chiedendo di fatto un po’ di spazio in più per sé. Ma siamo, appunto, in ordini di grandezza che non riguardano certo i piccoli editori, quelli da dieci titoli all’anno come Autodafé; e la querelle serve semmai a perpetuare l’equivoco per cui sono “piccoli” quegli editori che non fanno parte dei “big five”, dei colossi oligopolisti del settore, ma che in realtà piccoli non sono affatto, configurandosi a tutti i livelli come medie imprese di rispettabilissima consistenza (per capitali, fatturato, forza lavoro, investimenti). Anche i piccoli editori (quelli veramente piccoli) contribuiscono per parte loro alla proliferazione di nuove opere pubblicate; ma solo perché sono tanti, e non perché singolarmente producano molto. Quindi, semmai, la discussione porterebbe in questo caso a ventilare non il taglio dei titoli editi ma il taglio delle case editrici; soluzione che a qualcuno fa certo piacere (e che facilita, negando l’accesso ai punti vendita attraverso il controllo della distribuzione), ma che vogliamo credere non sia nello spirito della proposta.
Capita però di sentire, per voce dei librai, che la vera colpa della crescita infinita di titoli sia colpa proprio dei piccoli; non per la loro esistenza, ma per la loro tendenza a pubblicare non solo nuove opere ma anche valanghe di edizioni economiche di autori storici (quelli per i quali non si pagano più i diritti). E qui il problema si complica: perché una produzione di non sole novità e di almeno venti titoli all’anno è la condizione minima posta dal distributore; e non è una condizione posta per vezzo del distributore stesso, ma è la risposta alla politica delle “rese finanziarie” praticata proprio dai librai. E qui il gatto si morde la coda.
Provo a chiarire, per chi non conoscesse il meccanismo. Nella distribuzione delle grandi catene, i soldi girano subito: il distributore paga all’editore le copie prese in consegna, il libraio paga al distributore le copie che decide di tenere in vendita. Però c’è il diritto di resa. E quando il libraio rende al distributore le copie invendute, queste gli vanno teoricamente ripagate; e lo stesso deve fare l’editore quando il distributore gli presenta il conto dell’invenduto. Per compensare il rientro di copie invendute, l’editore (e poi il distributore) devono fare in modo che le copie (provvisoriamente) vendute  di nuovi titoli superino sempre le copie rese che tornano indietro.
In questa catena, è evidente che siamo di fronte a interessi che non coincideranno mai e che sono destinati a generare una corsa folle al continuo aumento di titoli e di produzione. Il libraio che ha investito 100 e venduto poco, cercherà di far cassa con le rese restituendo, a breve, tutti i titoli invenduti; ma il distributore, per non pagare materialmente i resi, di fronte a un ritorno di 90 farà sempre in modo di vendere 110, per essere lui a incassare quella differenza che gli permette di sopravvivere; e lo stesso farà l’editore, che più si vedrà sommerso di copie di ritorno, più dovrà venderne di nuove, sempre per fare in modo di avere un minimo flusso di denaro in entrata (e non in uscita).
Questo sistema, davvero perverso, ha portato all’aumento dei titoli pubblicati e anche, per logica conseguenza, alla diminuzione del loro tempo di vita. Perché il libraio, costretto a liberare gli scaffali per le nuove opere e voglioso di tagliare i costi di investimento, tende a restituire subito (persino dopo un mese!) il titolo che “non vende”. Resta perciò spazio solo per i bestseller o per i titoli che hanno un immediato boom di vendite dovuto al lancio mediatico di massa; mentre quelli che lieviterebbero con il lento passaparola dei lettori (e che sono probabilmente quelli che valgono davvero) non hanno tempo a disposizione, e tornano in mano all’editore prima di avere avuto un’opportunità di mercato.
Non si tratta, a mio modo di vedere, di accordarsi per una chimerica e astratta decrescita felice, che non può essere il punto di partenza. Perché tutti gli attori, se operano dentro questo sistema, finiscono per alimentare un circolo vizioso che spinge nella direzione opposta.
E allora? Allora è forse venuto il momento di pensare a forme di distribuzione diverse, a librerie che tornino a svolgere la loro funzione originaria, a una ripartizione dei rischi d’impresa che non si trasformi in uno scaricabarile. La decrescita che si realizza per spontaneo accordo tra i produttori rischia di essere solo una semplificazione del mercato a favore dei più forti. La rigorosa selezione dei titoli da mettere in vendita sarebbe invece uno strumento meritocratico in grado di scoraggiare produzioni gonfiate solo per fare volume, senza differenza tra il capolavoro, il buon libro e la semplice stampa di un qualcosa di impubblicabile.
Ecco perché chiediamo a piccoli librai e distributori sensibili di cambiare il punto di vista. Interrompere il flusso puramente (auto)consumistico per provare a scommettere sulla qualità. Per fare in modo che chi distribuisce o mette in vendita un libro lo faccia con la ragionevole speranza di saperlo e poterlo vendere. Perché la pagnotta torni a essere guadagnata, da tutti gli attori, vendendo davvero i buoni libri ai lettori, e non attraverso la creazione di vorticosi giri finanziari di prodotti e denari che alimentano un circuito senza sbocchi.
Ovviamente, per scommettere sulla qualità è condizione indispensabile tornare a conoscere il prodotto di cui ci si occupa commercialmente. Nel caso, leggere i libri.

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