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Il lavoro e il passatempo nel mondo editoriale

di Cristiano Abbadessa

Un tempo, se un editore tentava di coinvolgere un critico letterario in una presentazione di un libro aveva buone probabilità di sentirsi rispondere sì o no sulla base di un giudizio che, implicitamente, il critico esprimeva sulla bontà del lavoro svolto; e se il critico decideva di partecipare, lo faceva a titolo gratuito. Non mancavano, già da epoche lontane, coloro che trasformavano il presenzialismo in solide marchette, bravi a monetizzare una prestazione extraprofessionale che la maggioranza dei colleghi svolgeva gratuitamente; erano però, appunto, minoranza, e i casi di pagamento della gentile collaborazione si verificavano quando il critico era abbastanza avido e famoso e l’editore magari poco noto ma ban dotato di mezzi e rampantismo, ma mai quando il rapporto era paritario, tra grandi nomi come tra emergenti.
Il fatto è che, un tempo neppure troppo lontano, era ben chiaro quale fosse il lavoro e quale fosse la passione, il di più che uno metteva gratuitamente. Un critico scriveva da qualche parte, non necessariamente su una testata famosa, e per questo veniva pagato (magari poco, ma da lì traeva da vivere). Se accettava di sponsorizzare un’opera era perché l’aveva apprezzata, perché credeva nel progetto editoriale, perché trovava giusto spendere qualcosa di sé per promuovere un nuovo autore o un nuovo editore. Recensire cose belle e cose brutte faceva parte degli obblighi del lavoro, per il quale era pagato, mentre il passatempo era dare una mano a chi lo meritava.
Oggi, spesso se non sempre, accade l’esatto contrario. Con l’avvento del web, ci sono uno sterminio di blog e siti letterari, talora anche ben fatti, credibili, talvolta individuali ma talaltra persino organizzati e articolati come delle vere e proprie riviste letterarie. Poiché, però, tutto su internet si pretende gratuito, ecco che questi siti o blog non sono dei “prodotti” e non hanno alle spalle delle “imprese” e, di conseguenza, chi ci lavora non viene pagato. Il lavoro (e di lavoro si tratta, perché occupa la maggior parte del tempo e delle energie) non è più la fonte di reddito, che si cerca altrove. E, quindi, il critico usa la sua opera come vetrina della propria professionalità, per guadagnarsi da vivere attraverso ospitate o presentazioni, marchette e prestazioni di vario tipo, dalla scrittura su commissione alla fornitura di sevizi editoriali (specie se il soggetto è collettivo, come per alcuni dei più famosi blog letterari).
In teoria, non vi è nulla di male. Anche perché, a essere onesti, non è che siano solo i critici o quanti scrivono di letteratura a seguire tale prassi. Nel mondo editoriale, a ben vedere, un po’ tutti si arrangiano così: dagli autori (che a volte esercitano tutt’altro mestiere, ma a volte di parole vivono, in forme però meno artistiche e spontanee) agli editori (che, come noi stessi, hanno nella fornitura di servizi editoriali o nella consulenza quella fonte di sostentamento che non viene dalla vendita dei libri pubblicati).
Il problema, però, a mio avviso esiste. Di fronte alla mancanza di un mercato in cui vendere il proprio vero lavoro, molti operatori sono costretti a trasformare in attività professionale, spesso ingrata, le loro capacità, mettendole al servizio di chi può semplicemente pagare. Perché va detto che tante volte ci si guadagna la pagnotta non perché si offra la collaborazione a opere più realistiche e redditizie, ma perché magari si sono raccolte le memorie del personaggio famoso o si è data consulenza su una pubblicazione “artistica” di qualche ricco mercante: gente che paga le opere di suo, ma che non per questo ha poi un mercato.
Il rischio è che, alla lunga, si finisca per considerare lavoro quelle prestazioni professionali fornite solo per raggranellare un po’ di denaro, e che si chiami passatempo quell’attività cui ci si dedica con passione e competenza per gran parte del tempo. Il che, spesso, è un vero equivoco; specie quando, come nei casi citati, il passatempo non è cosa che facciamo per noi stessi ma opera capace di coinvolgere e interessare altre persone (a volte centinaia, o persino migliaia), mentre il cosiddetto lavoro finisce in qualcosa che non appassiona più né chi lo fa né chi lo commissiona.
Alla fine, e ritorno su una mia vecchia idea, il mercato, così come è concepito e regolato, è strumento troppo stupido e troppo poco democratico per essere preso come metro di valutazione della qualità di un’opera e di un’artista. Tantomeno può assurgere a strumento cui delegare la definizione ontologica di una persona.

 

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Tot e novanta(nove). Il prezzo non è giusto

di Cristiano Abbadessa

Da una parte mi viene in mente lo sketch in cui Caterina Guzzanti, nel programma Un due tre stella, fa la parodia di uno spot dell’immaginaria (ma riconoscibile) linea aerea low-cost BrianAir, in cui tutti i servizi opzionali rispetto al costo base di “nove euro e novanta” (e i servizi opzionali vanno dal sedile alla mascherina per l’ossigeno) vengono proposti al costo aggiuntivo di “nove euro altri e novanta” (a volte, di “novanta euro altri e novanta”). Dall’altra mi scorrono sotto gli occhi i cataloghi editoriali coi relativi prezzi, e soprattutto mi viene in mente la disinvoltura con cui, in un contesto teoricamente “critico” e smaliziato come la presentazione del festival dei blog letterari, ho sentito discettare di nuovi prodotti editoriali da mettere in vendita “a quattro e novanta”, senza un filo di ironia e come se si stesse declinando la desinenza inevitabile per qualunque prezzo.
È una delle prime scelte etiche che, come Autodafé, abbiamo ritenuto di fare: i nostri libri dovevano esser venduti a un prezzo pieno, che poteva essere di 13 o di 15 o di 16 euro a seconda dei casi, ma sempre seguito da un eloquente virgolazerozero. E, sinceramente, devo dire che l’ho imposta come condizione irrinunciabile per dare un segnale di serietà, ritenendo cialtronesca e fastidiosa la moda, tutta americana ma ormai importata, di vendere qualuque prodotto a tot vigola novanta, quando non si raggiunge la sfacciataggine del tot virgola novantanove che caratterizza, per esempio, i cataloghi degli e-book (dove, al massimo, in ragione dei prezzi più bassi abbiamo accettato di fissare qualche prezzo a virgolacinquanta).
All’inizio, al nostro interno, c’è stata qualche perplessità: alcuni ritenevano che il prezzo virgolanovanta fosse ormai obbligatorio, altri non reputavano la questione particolarmente significativa e degna di discussione. Per me, invece, è un indicatore del modo di porsi di fronte al cliente (lettore e non): tentare di sedurlo e abbindolarlo ricorrendo a qualsiasi mezzuccio, oppure approcciarlo con una proposta onesta, schietta e chiara.
Se ci pensate, nessuno, guardando in faccia l’interlocutore, avrebbe mai il coraggio di avanzare un prezzo così maleodorante di paraculaggine. Chi vende un’auto usata a un conoscente può magari partire dalle valutazioni delle riviste specializzate per poi andare ad arrotondare in cifra tonda; ciò che vale, poniamo, tre mila e sette euro può essere proposto per tremila e cinquecento, e la seduzione sta in quello sconto che arrotonda. Logica che si applica anche tra non conoscenti, magari in un mercato dove dai 33 euro ci si fa fare uno sconto fino ai 30. Ma sempre alla cifra tonda e schietta si tende, perché, guardandosi e parlandosi di persona, nessuno avrebbe mai la faccia tosta di dire “vabbé, facciamo ventinove e novanta”.
Eppure, quando il prezzo diventa di listino, la regola del virgolanovanta(nove) sembra imperare come inevitabile elemento della strategia di vendita.
Molti, probabilmente, non ci fanno neppure caso: arrotondano mentalmente all’unità superiore e la cosa finisce lì. A me, invece, resta il fastidio del veditore che mi si propone con atteggiamento da magliaro. Per cui, se posso scegliere, il prodotto a virgolanovanta lo lascio dove si trova. E, raccontandolo, spero che a qualcuno venga la voglia di imitarmi.

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Le pecore e i leoni: le scelte etiche e la risposta del mercato

di Cristiano Abbadessa

Prendo spunto da un paio di notiziole di cronaca, in apparenza tra curiosità e costume, per riflettere su tematiche che abbiamo già toccato, ma che mi pare possano essere rilette in miglior luce una volta preso atto dei due episodi che vi riporto.
Il primo, forse, alcuni di voi lo conosceranno già, perché ha avuto una sua eco divertita su vari giornali e nella rete. È accaduto che il ministero dell’istruzione, università e ricerca abbia pubblicato qualche tempo fa il bando per una tesi di dottorato di ricerca, mi pare per l’università di Siena, dal titolo: “Dalla pecora al pecorino: la filiera del latte di produzione ovina ecc ecc”. Poiché tale bando, per norma comunitaria, va pubblicato in diverse lingue europee, il ministero ha messo in rete, fra le altre, la versione in inglese. Nella quale, il titolo della tesi così era tradotto: “From sheep to doggy style…”. Dove il doggy style (alla maniera del cane) è, per gli inglesi, quella modalità di accoppiamento sessuale che nell’italiano gergale è detta alla pecorina. Non trovando il termine “pecorino”, si sono scusati i funzionari ministeriali, il traduttore automatico aveva scelto di rendere in inglese la “pecorina”.
Molti hanno riso, come sempre capita di fronte a questi equivoci a sfondo sessuale (un po’ come avviene per i bambini, che trovano irresistibilmente divertente qualunque frase contenga la parola cacca). Anch’io, in prima battuta; ma poi mi sono parecchio indignato. In primo luogo perché ancora una volta trovavo conferma alla diffusa convinzione che la comunicazione in rete si ritiene possa esimersi da qualsiasi controllo qualitativo: siccome internet dà spazio a chiunque (anche analfabeta, ciarlatano, falsificatore, incompetente e via di seguito), allora anche chi fa una comunicazione formale o istituzionale, come nel caso, si ritiene autorizzato a muoversi con assoluta approssimazione e a costo zero. Più grave, però, è la successiva considerazione: se anche il ministero dell’istruzione e dell’università ritiene più opportuno servirsi di un traduttore automatico che di un professionista della materia, siamo davvero un paese senza alcuna speranza. Perché, ad onta delle parole sul salvataggio dell’Italia, sulla fiducia da dare ai giovani, sull’importanza di un titolo di studio e di una qualificazione professionale, ecco che al dunque il ministero preposto è il primo che evita di servirsi di un laurato in lingue (e dire che ci hanno fatto una testa così sulla necessità di imparare bene l’inglese, sullo storico ritardo degli italiani troppo provinciali, e via cantando) e si affida a un traduttore automatico gratuitamente disponibile online. Proprio un bell’esempio e una bella morale di disinvestimento nella formazione (che peraltro possiamo trarre solo grazie al pecoreccio incidente, perché qualsiasi altro errore meno divertente sarebbe passato sotto silenzio).
L’altra vicenda, di certo meno nota, l’ho incrociata quasi per caso in uno spezzone in coda a un tg regionale di qualche giorno fa. La notizia che apriva il servizio era una manifestazione di animalisti contro l’insediamento di un circo a Varese o dintorni, per protestare contro l’utilizzo degli animali nelle attività circensi. Le immagini del sit-in occupavano pochi secondi, seguiti dalla raccolta di un po’ di interviste per dare voce a chi protesta, a chi è contro la protesta, a chi si batte per la dignità degli animali e a chi vorrebbe vederli nello spettacolo: la solita sfilata di opinioni che, ormai, hanno preso il posto dell’informazione e del racconto dei fatti. In ultimo, però, sono stato catturato dal racconto di uno dei Medini (non ricordo più quale, tra i tanti della famiglia), che raccontava al proposito l’istruttiva esperienza del suo circo.
Qualche anno fa, ha spiegato il Medini in questione, era stato convinto dalle osservazioni di chi si batteva contro lo sfruttamento degli animali nel circo, e aveva deciso di mettere le bestie a riposo e di proporre uno spettacolo basato solo sui numeri degli artisti umani: giocolieri, contorsionisti, clown, trapezisti. Il nuovo spettacolo attraeva pochi spettatori, ma il Medini contava in una qualche forma di appoggio alla sua scelta etica da parte delle associazioni che tanto si erano battute affinché finalmente qualche circo facesse questo coraggioso passo. Ma nessuno si era fatto vivo, e il Medini non riusciva più neppure a trovare chi gli concedesse gli spazi per piazzare il tendone, in ragione della scarsa resa economica dell’evento, degli affitti che non poteva pagare, della morosità del suo circo. Alla fine, snobbato dal pubblico e ignorato da chi lo aveva indotto alla scelta, il Medini ha deciso di riprendersi gli animali, con domatori e ammaestratori, e di rimettere in piedi lo spettacolo tradizionale, che bene o male funziona.
Mi è venuto sin troppo facile il paragone con quel che succede nell’editoria. Il mondo, e in specie il mondo della rete, è pieno di community, blogger, pensatori più o meno associati pronti a dettare le regole etiche, a pronunciare scomuniche, a stilare pagelle di buoni e cattivi: gli editori a pagamento sono il diavolo, quelli che non rispondono sono dei cafoni, quelli che non leggono il manoscritto per intero sono dei superficiali prevenuti, quelli che non pubblicano gli esordienti sono dei biechi servi del marketing. Se un editore, però, compare sulla scena rispettando tutti i canoni etici, gli riservano un timido applauso iniziale e poi lo lasciano nel suo brodo, ben guardandosi non dico da una qualche stabile forma di sostegno e promozione, ma persino dal semplice acquisto dei libri.
Chi si batte perché gli imprenditori (non importa se editori o circensi, alimentari o metallurgici) facciano scelte etiche, credo dovrebbe sentire l’obbligo morale e materiale di premiare poi queste scelte in forma concreta; e non solo, ammesso che questo succeda, a titolo personale. Diciamo che dovrebbe, nel dire bene e promuovere, metterci almeno la stessa appassionata foga che ci mette nel maledire, censurare e boicottare. Altrimenti, perdonate la franchezza, ho il sospetto che sia solo uno dei tanti frustrati inaciditi incazzati col mondo, che gode solo quando può dire male e essere contro, ma per nessuna ragione direbbe bene di qualcosa o si schiererebbe a favore di qualcuno.

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Bilanci e speranze per un buon anno nuovo

di Cristiano Abbadessa

Alla fine dell’anno si tirano le somme, si fanno i bilanci, si mettono in fila le aspettative, ci si impegna nei buoni propositi e si cerca di immaginare il futuro. È un gioco talora stucchevole, specie per quei casi in cui la fine dell’anno solare non coincide con la fine di un’annata di attività. Nel nostro caso, invece, il salto in avanti del calendario viene a cadere proprio nel momento preciso in cui bilanci e proponimenti si impongono come necessari.
Il sunto del nostro programma per il 2012 è condensato nell’ultima risposta dell’intervista pubblicata sul sito di Critica Letteraria, quando, a richiesta di indicare i nostri obiettivi per il futuro prossimo, ho indicato come il primo obiettivo urgente sia valorizzare i dodici titoli già pubblicati, aggiungendo infine che questo «È il momento di consolidare la nostra offerta. Poi penseremo a ulteriori passi in avanti».
Le urgenze del futuro derivano, come ovvio, dall’analisi di quanto avvenuto in questo anno e mezzo di vita, e in particolare negli ultimi dodici mesi. Il bilancio racconta la soddisfazione per aver trovato, e valorizzato dal punto di vista letterario, dodici opere di spessore (e non si trattava affatto di impresa scontata a priori), ma dall’altro registra il rammarico per il riscontro molto limitato del mercato.
Le scelte che abbiamo compiuto in questi ultimi tre mesi, e che sono state accolte con sorda freddezza e qualche critica esplicita, sono già un primo risultato delle constatazioni di cui sopra. Abbiamo ritenuto improponibile continuare a investire in modo ingente (e gratuito) per setacciare centinaia di proposte editoriali, avendo già costruito un catalogo di valore e avendo in lista d’attesa autori e opere di pari valore che attendono solo uno sblocco della situazione per essere pubblicati. D’altra parte, abbiamo cercato di sensibilizzare coloro che possono essere considerati nostri amici, segnalando che il problema vero, ed enorme, è quello di aver seminato molto raccogliendo quasi nulla; ma non abbiamo avuto i riscontri che ci aspettavamo.
È un dato di fatto che i nostri libri vendono poco, sono poco presenti nelle librerie e hanno poca visibilità mediatica (dando la massima estensione possibile a questo termine). I meccanismi dell’industria editoriale complicano la soluzione del problema, perché oggi non si sa neppure da che parte iniziare a districare la matassa. Voglio dire che se nella teoria apparirebbe logica una sequenza in cui si pensa a ben distribuire il prodotto, poi a promuoverlo e quindi (forse) a venderlo, il mercato attuale impone prima di essere visibili, quindi di cominciare a vendere per conto proprio e solo infine permette di approdare (in quanto “prodotto sicuro”) al luogo che dovrebbe essere deputato alla vendita. O, addirittura, bisogna prima vendere in proprio per sperare di acquisire visibilità e infine approdare al mercato canonico.
Credo di non dire nulla di scandaloso o di offensivo per alcuno se riconosco che il gruppo di Autodafé, in questo ambito, non possiede risorse, forze e professionalità sufficienti per cavarsela da solo e raggiungere gli obiettivi minimi necessari alla sopravvivenza. Nonostante un grande impegno, in tempo e spesso in denaro, di chi si è di volta in volta occupato di promozione e comunicazione (e di molti autori che generosamente hanno fatto quanto era nelle loro personali possibilità), siamo sì riusciti a creare e animare eventi interessanti e umanamente ricchi, ma non siamo riusciti a innescare un ciclo virtuoso in grado di fornire un riscontro economico. E mi sembra proprio che da soli non possiamo invertire questa tendenza.
La mia speranza per il 2012 è che da quanti ci seguono con simpatia e fiducia possa venire un contributo concreto. Non parlo qui di soldi, ma neppure di generici consigli basati sul dovreste fare o sul dovreste provare. Per carità, può essere che qualcuno possa serbare qualche idea geniale e inesplorata, ma il mio timore è che, mettendola sul piano del suggerimento disimpegnato, ci ritroviamo sommersi dalle solite banali considerazioni cui abbiamo già dato risposta: “perché non prendete un distributore nazionale?” (ci abbiamo provato, più e più volte, ma non ne vogliono sapere); “perché non vi date da fare per ottenere recensioni importanti?” (perché i grandi media neppure rispondono alle sollecitazioni e agli invii di libri); “perché non investite in una grossa campagna pubblicitaria?” (perché non abbiamo quelle decine di migliaia di euro a disposizione che sarebbero necessarie).
Immagino, sogno, che da qualcuno di voi possa venire una proposta concreta, basata sull’io posso fare, io posso provare. Che ci sia la capacità di mettere in campo forze, contatti e relazioni nuove in grado di dare uno sbocco diverso ai nostri libri, di renderli reperibili e visibili, di ritagliarsi un mercato.
Senza una partnership commerciale forte, Autodafé è destinata a rimanere una piccola casa editrice capace di scegliere e produrre titoli di qualità, ma non di venderli (o non di venderne quanto serve). Che poi si tratti di una partnership di rete o di un accordo con un soggetto forte, è tema aperto e sul quale non ci sono preclusioni.
Quel che è certo, è che senza nuova linfa e nuove strategie di mercato Autodafé è destinata ad avverare, per quanto la riguarda, la profezia dei Maya.

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Recensioni e lavoro di squadra. E un pulpito poco credibile per lezioni di etica

 di Cristiano Abbadessa

Leggo un intervento dello scrittore e “creativo della comunicazione” Antonio Steffenoni, pubblicato a pagina 178 dell’ultimo numero del Venerdì di Repubblica. L’autore, giocando un po’ col racconto e un po’ con l’ironia, se la prende con quegli autori che recensiscono (segnatamente sul web) i libri pubblicati da altri autori della loro stessa casa editrice; lo considera un sistema furbetto e a basso costo per fare promozione, ma soprattutto una scorciatoia priva di etica (ergo “immorale”, dovremmo concludere).
Viene il sospetto, forse ingiusto, che il “creativo della comunicazione” rosichi un po’, di fronte a un sistema di promozione intuitivo e a basso costo che deprezza i preziosi consigli che fornisce per mestiere (sempre supponendo che un “creativo” dispensi costosi consigli per fare campagne con poca spesa, perché a fare campagne buttando sul tavolo carrettate di soldi son buoni tutti). Ma il vero problema, in questo caso, temo non sia il predicatore ma il pulpito.
Non c’è neppure bisogno che mi confessi reo (ma reo di che?): se andate tra le recensioni evidenziate nell’apposita pagina del nostro sito, troverete senza difficoltà alcuni autori-recensori che hanno detto la loro, sul web, sulle opere dei loro compagni di squadra. Ci sono anche altre recensioni, ovviamente, e il lettore è libero di ritenerle più credibili di quelle firmate da un autore sotto contratto con Autodafé. La recensione di un’altra opera pubblicata dal proprio editore è, specie nelle piccole realtà, un modo di fare squadra, perfettamente normale, spesso accompagnato dalla conoscenza personale e dalla stima reciproca; e peraltro in nulla dissimile dalle paginate che Repubblica, o altri giornali del gruppo, dedicano alle opere letterarie (e non solo) di loro brillanti giornalisti, spesso edite da case editrici amiche o collegate.
Fin qui potremmo dire che siamo alla pari, perché basta cliccare il nome del recensore di un romanzo, sul web, per saperne vita morte e miracoli; così come, di norma, la grande stampa evidenzia l’appartenenza di un autore recensito al proprio gruppo. O forse proprio pari no, perché comunque il piccolo editore non sollecita e non paga i suoi autori per recensire altri autori della stessa squadra: si tratta di una libera scelta, motivata da reale apprezzamento per l’opera e dalla sincera convinzione che essa meriti un po’ di visibilità (a meno che non si pretenda una forma di masochismo per cui se a un nostro autore proprio non piace un’opera di un “collega” la debba per forza recensire e stroncare). Non so se della stessa libertà godono tutti i giornalisti che, per consegna ed essendo a libro paga, recensiscono opere dei loro colleghi.
Dove però il contrasto si fa davvero stridente, è nelle recensioni “altre”. Perché se un contributo di visibilità alle nostre opere può venire anche da autori pubblicati da Autodafé, è vero però che tutte le altre recensioni sono, nel nostro caso, totalmente disinteressate, mai prezzolate o sollecitate con secondi e terzi fini. Viceversa, una recensione su un grande giornale (o radio, o tv) il più delle volte arriva solo se l’editore è un inserzionista pubblicitario; e tanto più solidi sono i legami di sponsorizzazione, tanto più ampio e frequente sarà lo spazio disponibile. Se non fai pubblicità, spazio per le recensioni non ne trovi. Magari i giornali dedicheranno qualche riga a un editore che si è inventato un’iniziativa che “fa notizia”, ma le opere resteranno mestamente confinate nell’ombra: non stroncate, o non recensite per inadeguatezza, ma semplicemente ignorate perché l’aautore non è noto e l’editore non è inserzionista.
Allora, se vogliamo parlare di etica e trasparenza, lancerei io una sfida a Repubblica e a tutte le altre grandi testate giornalistiche. Quando pubblicate una recensione (ma potrebbe valere per qualunque spazio dato a ogni tipo di azienda), diteci tutto, ma proprio tutto: chi è l’editore, quali sono i soci che partecipano al capitale, quali sono i suoi consulenti, i suoi agenti per la promozione e la distribuzione. E, soprattutto, pubblicate accanto al nome della tal casa editrice il tot che investe in pubblicità annualmente sulle testate del vostro gruppo. Così, giusto per amore di chiarezza e per rendere più trasparenti i meccanismi di scelta e selezione.
Altrimenti, per favore, risparmiate di dare spazio a certe prediche sulla presunta etica. Perché diventa forte il rischio che, più che dal pulpito di un tempio dell’informazione, sembrino provenire dalla balconata di un lupanare dove si pratica la prostituzione intellettuale.

(NB: se qualche calciofilo dubita che abbia ripreso l’ultima espressione da una celebre intemerata di José Mourinho, sappia che non ne rivendico la primogenitura, perché è ben più vecchia, ma che comunque il concetto l’avevo io stesso gia ampiamete espresso in altra sede)

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Finzioni, Marsilio, i blogger e i grandi comunicatori

di Cristiano Abbadessa

Settimana scorsa mi è stato segnalato, da chi fra noi si occupa di solcare il maremagno del web, un post pubblicato su Finzioni; in realtà, una sorta di rilancio pubblicitario. Il post era infatti dedicato all’iniziativa dell’editore Marsilio, che sollecitava i blogger a recensire un paio di suoi libri, offrendone una copia, in e-book, a scelta fra i due titoli che l’editore stesso proponeva; la gentile offerta era riservata ai primi cento blogger che avessero aderito, i quali dovevano peraltro risultare attivi in rete da almeno un anno e pubblicare con costanza perlomeno un post alla settimana. Il commento dell’autrice suonava più o meno come un “finalmente un editore che apre ai blogger”.
Lì per lì sono rimasto allibito, perché il vecchio cronista avrebbe detto che eravamo davanti al cane che morde l’uomo. Tutti gli editori, magari eccezion fatta per i colossi (ma non è neppure detto), sono infatti aperti alle recensioni dei blogger, e anzi le sollecitano. Spesso si danno da fare per cercare i più qualificati, li vanno a stanare (senza aspettare comodamente che siano i blogger stessi a farsi avanti), inviano opere, in carta o in e-book. Il difficile, semmai, è farsi prendere in considerazione da blogger non improvvisati. Ma non ho ancora incontrato un editore che snobbi i blogger e le loro recensioni per scelta ideologica.
Istintivamente ho inviato un commento al post, in cui, più sinteticamente, esplicavo quanto sopra, aggiungendo che non capivo quale fosse la novità. La curatrice ha risposto confermando che non si trattava di una novità o di un’esclusiva (cosa che lei, sottolineava, non aveva in effetti detto), ma che la notizia c’era, perché un editore che si muove a sollecitare i blogger chiedendo che prendano contatto è comunque atto degno di nota.
Ho perciò incassato una prima lezione, che riguarda il marketing. Non posso infatti fare a meno di apprezzare l’abilità dell’editore che riesce a far passare per generosa offerta e per apertura di credito verso il mondo dei blogger quello che in effetti è il tentativo di soddisfare una necessità dell’editore stesso (farsi recensire i libri). Mossa astuta, che rovescia le parti nel gioco “chi ha bisogno di chi” (in realtà, tutti hanno bisogno di tutti) e conquista visibilità ed elogi curando il proprio interesse. Invidia e ammirazione.
Riflettendoci, però, devo dire che la mossa di Marsilio contiene una seconda lezione, meno sbandierata e più sottile, che personalmente condivido. Tale lezione, infatti, non ammaestra gli altri editori ma i blogger stessi. Perché, con la sua disponibilità e la sua “offerta”, Marsilio riconduce al centro del rapporto coi blogger la figura dell’editore; e, ponendosi come punto di riferimento, rimanda la palla nel campo dei blogger, chiedendo loro un contatto diretto.
Neppure questa sarà una novità, ma, come ho già raccontato, è una specie di atto di forza nei confronti di quei moltissimi blogger o siti letterari che, per ragioni che continuano a sfuggirmi, rifiutano qualsiasi contatto con gli editori e accettano di prendere in considerazione, per eventuali recensioni, solo opere sponsorizzate direttamente dagli stessi autori.
Sia ben chiaro: non si mette qui in dubbio l’utile apporto che tanti autori, generosamente, forniscono nella promozione dei loro titoli, anche in rete. Tuttavia, è chiaro che questo aspetto spetterebbe in primo luogo all’editore, che ha la possibilità di usare risorse interne per pianificare il rapporto coi blogger in maniera più soddisfacente per tutta la “squadra” che rappresenta. È comprensibile che blogger e siti gradiscano anche un contatto diretto con gli autori, ma non è pensabile che impongano di intrattenere solo rapporti con gli autori, disdegnando gli editori.
Anche perché, curiosamente, finiscono per alimentare un fenomeno contro cui spesso si scagliano a parole. Quante volte, infatti, capita di veder dileggiare gli “scrittori da aperitivo” o “da salotto”, o di trovare critiche pungenti contro autori che sono più bravi nell’arte affabulatoria delle presentazioni che in quella, più propria, della scrittura? Eppure, traslato nel virtuale, è proprio l’effetto che si ottiene se si aprono gli spazi solo agli autori e non agli editori. Perché, inevitabilmente, finiranno per farsi largo anche sul web quegli autori che sono migliori nell’arte di vendere se stessi e il proprio libro, che hanno maggiore dimestichezza con la comunicazione, che sanno tessere una rete di rapporti e magari uno scambio di favori; non necessariamente, però, si tratterà degli autori più meritevoli dal punto di vista letterario, né delle opere più intense o qualitative.
Ben vengano, dunque, i blogger con le loro recensioni. Ma accettino lo sforzo di misurarsi con la difficile arte della scelta, della selezione e della scoperta. Senza aspettare la facile imbeccata costruita attraverso il rapporto privilegiato.

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Finzioni: il potere è già dei lettori

di Cristiano Abbadessa

Ho letto il Libretto Rosa di Finzioni, documento che in questi giorni si è conquistato un ampio spazio nei dibattiti letterari sulla rete.
L’ho letto, dico subito, con qualche difficoltà e qualche disagio. Perché le prime cose che mi saltano all’occhio sono il tono arrogante e il linguaggio sprezzante che trasudano da ogni riga. Non mi stupisce, perché deve essere l’ennesimo effetto della grillizzazione dei blog: quel fenomeno per cui, sulla scia del guru del vaffanculo, si ritiene che il diritto all’ascolto vada conquistato a suon di incazzature, strepiti e disprezzo. È una forma espressiva, o forse un modo di essere e di porsi, che ho già notato in moltissimi blog, anche tra i blog letterari e nelle community che vanno per la maggiore in questo campo. Pur non essendo una novità, ciò non toglie che tale modo di esprimersi mi urti e mi metta in stato di diffidenza: perché è difficile ipotizzare un dialogo con chi, a premessa, tratta gli editori come gaglioffi, gli autori come frustrati, i critici come vecchi rimbambiti invidiosi e, in generale, tutti gli “altri” come persone che poco valgono o che agiscono per secondi e inconfessabili fini. (A proposito, e per dare un’idea dell’estremismo verbale e concettuale, suggerisco un confronto tra quanto da me scritto su autori e opere, ovviamente discutibile ma credo argomentato, con le trancianti conclusioni sullo stesso tema esposte al punto 5 del Nonalogo di Finzioni.)
Oltretutto, trovo che questi toni inutilmente alti e acrimoniosi, in un dibattito che potrebbe essere sobrio e pacato, finiscano anche per svilire quella sana indignazione civile che, a volte, va effettivamente spesa e che giustifica un linguaggio conseguentemente aspro. Perché sappiamo tutti che il cazzo! gridato dal mite esasperato ha un valore comunicativo forte, mentre la stessa parola perde ogni significato quando diventa un semplice intercalare volgare o modaiolo.
Superato questo scoglio iniziale, cerco di entrare nel merito dei contenuti proposti dalla redazione di Finzioni. Ma, onestamente, non ci riesco. Perché il Nonalogo, ripulito dalle intemperanze, si fonda su un affastellare concetti spesso contraddittori: alcuni condivisibili e altri no, soggettivamente parlando, come è normale che sia; ma troppo spesso con una debolezza nella visione d’insieme che non consente di articolare un discorso consequenzialmente logico e realistico, che non chieda tutto e il suo contrario.boicottaggio
Ma, soprattutto, a non essere infine comprensibile è lo scopo, il fine ultimo dell’operazione. Perché, nel suo apparente rivolgersi ai lettori, la redazione di Finzioni non si capisce se si erga a organo dirigente della massa lettorale, se si proponga come sindacato di consumatori di parole, se solleciti dei comportamenti ai propri seguaci o chieda invece risposte adeguate a degli interlocutori (gli editori, la filiera produttiva… i critici no, perché li irride e basta). Manca, al dunque, la chiarezza su chi debba considerarsi l’emittente del messaggio, e manca l’individuazione del destinatario.
In tutto questo, però, manca soprattutto una constatazione basilare e mancano, ovviamente, le scelte conseguenti. Perché nel Libretto si finge di ignorare che il potere è già oggi in mano ai lettori, e che già dentro questo sistema, vituperato e inadeguato, a decretare successi e fallimenti, prosperità o estinzione di autori e editori sono pur sempre le scelte compiute dai lettori. Principalmente, è bene ribadirlo per fare una bella immersione di realismo, attraverso gli acquisti: al momento cioè di scegliere non solo un titolo piuttosto che un altro, ma anche dove comprarlo, privilegiando quale tipo di punto vendita e quale filiera produttiva.
Se, come sostiene, Finzioni parla a nome di una repubblica dei Lettori, potrebbe forse allora fare uno sforzo di vero coraggio. Uscire dal labirinto del dileggio gratuito sparso a piene mani, in realtà poco o nulla incisivo, e compiere delle scelte dichiarate. Che significa, in soldoni, non avere paura di promuovere e, soprattutto, di boicottare. Perché questo è l’unico vero modo di incidere. E anche, peraltro, l’unica cartina di tornasole che ti dice se stai veramente parlando a nome di qualcuno, se hai perlomeno un seguito e una capacità di incidere, o se invece sei soltanto l’avanguardia di te stesso.

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