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Voglio i sommelier del libro

di Michele Bernelli

Sono io il primo a cadere nella trappola. Mi faccio pilotare sullo scaffale, guardo la copertina (mi intriga o no?), considero l’editore (mi sta simpatico o no?), me lo palpeggio in mano cercando delle convalide sensoriali (l’interlinea giusto, un carattere equilibrato, il profumo della carta, la cubatura che cerco, né troppo piccola né troppo grande), mi apro alle seduzioni della quarta di copertina. Quando finalmente, se ho tempo e cerco di averne, apro qualche pagina a caso per farmi l’idea definitiva su un titolo, sono già senza volerlo profondamente influenzato; cerco in qualche paragrafo una convalida a una decisione che è già mezza presa e che non ammette contradditori troppo severi al momento dell’incontro con il nudo testo.
C’è un altro modo di acquistare (voglio dire, a parte il caso in cui si va sul sicuro: cerco il libro tale del tal dei tali, e non c’è discussione)? Soprattutto: c’è poi un altro modo di leggere? Dalla scuola elementare dei miei figli alla scuola di creative writing dei miei amici, tutti insegnano a scrivere. Ma come e dove si può imparare a leggere? A riconoscere una buona storia da una banale, uno stile che innova da uno che copia, il talento letterario da una confezione del marketing? Sogno una scuola per sommelier della narrativa. Qualcuno che ci mettesse tutti sui banchi con una pigna anonima di storie: tutte di aspetto uguale, niente firme, niente quarte di copertina, nessun segno di riconoscibilità esteriore. Qualcuno che ci guidasse a valutare la musicalità, il passo, il ritmo della narrazione. Densità, sapore, persistenza, retrogusto. Tra una lettura e l’altra, due minuti di Mozart, invece di un pezzo di pane o di una fettina di mela (la mela la usano gli assaggiatori del miele: sì, esistono anche loro). Una bella scheda finale per ogni storia.
Poi restituiamo alle storie titolo-copertina-autore, mettiamole sul mercato e a quel punto ricominciamo la gara. (Dimenticavo: il corso dovrebbe essere obbligatorio per ogni libraio, per ogni addetto al reparto narrativa).
È un’utopia, una visione dell’insonnia. Ma ci si può inventare qualcosa che porti in quella direzione?

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