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Aride cifre

di Cristiano Abbadessa

Martedì scorso mi trovavo all’evento dedicato all’Isola dei Voli Arcobaleno di Sabrina Minetti presso la Bottega del Vino. Aria festosa, aperitivi, affettati di pregio, soliti capannelli che si formano e si disfano, un po’ di musica in sottofondo, discorsi che si intrecciano e si disperdono.
A un certo punto, mentre chiacchiero con un collega editore, si avvicina un aspirante autore, gioviale e confidente. Ci spiega la particolare situazione di una sua opera, tra diritti non fatti valere e questioni contrattuali, e chiede se potremmo essere interessati alla pubblicazione del romanzo in questione, una volta risolte le pendenze in corso. Noi editori chiediamo qualche delucidazione in più e temporeggiamo, come ovvio, perché non è opportuno sbilanciarsi su una proposta verbale, senza conoscere contenuti e stile dell’opera. Poi, mentre il collega editore si defila, l’aspirante autore mi spara a bruciapelo: «Ma voi sareste disposti a investire diecimila euro su un libro?».
La domanda deve essere stata buttata lì per sondare il nostro potenziale finanziario, ma in effetti non gli è uscita bene. Così ci mettiamo un po’ a trovare un denominatore comune: in primo luogo perché l’autore usa il verbo investire con il significato di spendere per la stampa (trascurando il lavoro della redazione, dei grafici, della promozione e dell’ufficio stampa intorno a un titolo; e senza considerare quelle spese generali di gestione che vanno “spalmate” su tutto il catalogo), poi perché sovrastima i costi di produzione, immaginando così che la cifra da lui sparata serva per una tiratura che in realtà è molto inferiore a quella possibile con tale spesa (e la scarsa conoscenza dei costi industriali, che molti credono altissimi, è poi il motivo per cui tanti lettori pensano, sbagliando, che l’e-book dovrebbe essere venduto a pochi euro; ma questa è un’altra storia, da conservare per il futuro).
Alla fine, chiariti gli equivoci, l’aspirante autore ridà sostanza alla domanda: «Ma voi che tiratura fareste? Sulla cinque o seimila copie per iniziare, giusto?».
L’autore ha avuto la mia risposta. Voi, ora, no.
Voi no perché, anziché darvi una risposta, vi giro la domanda. Anzi, ne aggiungo altre.
Secondo voi
:
Quante copie tira, per ciascun titolo, un piccolo editore come Autodafé?
Quante copie vendute servirebbero per pareggiare i costi (tutti i costi)?
E quindi, sapendo che Autodafé pubblica una decina di nuovi titoli all’anno, quale dovrebbe essere il fatturato di vendite annuo della piccola casa editrice?
E d’altra parte: quante copie, mediamente, riesce a vendere in libreria un titolo di un piccolo editore?
Infine: quante copie ordina, per ogni nuovo titolo, un distributore locale (ovvero che serve un’area regionale come la Lombardia o macroregionale come Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta)?
Stavolta mi piacerebbe proprio essere sommerso dalle vostre risposte. Come se fosse un test.
Perché è bello e nobile discettare di pura letteratura o filosofare attorno agli alti scopi che una libera voce editoriale si propone. Ma è anche necessario avere almeno un’idea della realtà, delle condizioni che permettono a un editore di sopravvivere, o che lo strozzano impietosamente.
E per conoscere queste realtà, un po’ di confronto con le aride cifre è necessario.

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