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Piccoli editori a Milano: la fiera che c’è e quelle che forse

di Cristiano Abbadessa

Come promesso, eccomi a tracciare un breve bilancio, del tutto soggettivo, della terza edizione di “Un libro a Milano”, fiera della piccola e media editoria indipendente svoltasi nel passato fine settimana.
Più fiera della piccola che della media editoria, per la verità, almeno quest’anno: ed è un dato che a noi, piccoli per davvero, fa piacere perché connota meglio la manifestazione e favorisce l’incontro tra soggetti affini. Sulla carta (e negli spazi), la presenza degli editori era quasi dimezzata rispetto a un anno fa; colpa della crisi, è stato detto, ma forse anche di una migliore definizione degli obiettivi del salone e di conseguenti valutazioni degli editori. Perché, andando a vedere bene, sono mancate alcune microrealtà anche abbastanza border line e sono d’altro canto quasi scomparsi quei medi editori già provvisti di notorietà, mezzi e strutture organizzative, probabilmente indirizzatisi verso eventi più pubblicizzati ed effettivamente più adatti a loro.
Diversa anche la composizione del pubblico. E qui c’entra molto la promozione dell’evento, che un anno fa era stato vistosamente pubblicizzato nella microrealtà del quartiere (con locandine su ogni vetrina di esercizio commerciale), ma del quale poco o nulla si sapeva in città e fuori. Quest’anno, con una buona comunicazione che ha sfruttato le pagine locali dei maggiori quotidiani, la fiera è uscita dal guscio di Porta Genova e si è qualificata come evento cittadino, con una minima attrazione esterna al confine milanese (anche fra gli editori presenti sono stati netta maggioranza quelli che giocavano in casa). Si è visto sfilare un pubblico più interessato e consapevole, mentre lo scorso anno, complici giornate fredde e minacciose, per gli stand erano transitati a frotte tutti gli abitanti del quartiere impegnati nella passeggiatina postprandiale, che venivano a buttare un’occhiata ma di fatto sfilavano a passo deciso fra i banchetti, senza neppure soffermarsi.
Ne è uscita una fiera più vivace, animata dai contatti tra operatori del settore, con possibilità di confronto fra editori e quanti intorno al prodotto editoriale si ingegnano a inventare nuove forme di comunicazione e promozione, dai blogger ai gestori di siti specializzati, dagli istituti di ricerca dedicati a creatori di idee e reti relazionali. Molta semina, di conseguenza, in attesa che i frutti maturino, se ben coltivati, nel prossimo futuro.
Un po’ meno esaltante il bilancio relativo al “raccolto”. Non tanto per noi, che soprattutto grazie all’apprezzata presentazione del nuovo romanzo “Viola” di Pervinca Paccini, seguita da un pubblico attento e consistente, abbiamo chiuso con un lusinghiero saldo; ma va detto che molti altri editori hanno patito l’affluenza limitata di lettori e la scarsa propensione all’acquisto, e se ne sono parecchio lamentati.
Personalmente ritengo già da tempo che le fiere, per un piccolo editore, non siano un’occasione per fare cassa (pochi comprano, e comprano poco) né un palcoscenico di visibilità (se la fiera è piccola non ci sono media importanti, se è più grande l’attenzione va tutta ai soliti noti); quindi mi sta bene che, come è avvenuto qui a Milano, siano almeno un’occasione di confronto tra operatori del settore. Rimane però il problema di portare al pubblico i propri titoli, che per l’editore è necessità vitale.
In questo senso credo vadano ben spese le energie seguendo alcune linee tracciate a Milano e attraverso altri contatti: eventi sul territorio, magari all’interno di manifestazioni radicate, capaci comunque di creare un flusso positivo tra cittadini e editori, puntando anche su una scelta intelligente e mirata della proposta letteraria. Conta il radicamento, il passaparola, la presenza di attori capaci di promuovere iniziative in modo intelligente, facendo incontrare chi ha il reciproco interesse a trovarsi e non buttando lì delle proposte tanto per animare e dare colore a manifestazioni che nulla c’entrano con l’oggetto libro.
Proprio nei giorni di “Un libro a Milano” ho sentito circolare proposte interessanti e altre balzane: a cominciare dal fantasmatico grande salone internazionale dell’editoria che qualcuno (poco più che inesistente e sconosciuto) avrebbe già lanciato e messo in calendario per il prossimo ottobre, suscitando fra l’altro una pronta reazione torinese che mi è parsa prematura e fuori luogo. Sia come sia, ai piccoli editori iniziative di questo tipo non possono interessare. Se qualcuno vuol replicare i modelli di Torino e Mantova per il gusto di fare concorrenza e per dare un nuovo palcoscenico alle solite bibliostar, faccia pure. Noi non ci saremo, e cercheremo coi nostri omologhi di costruire piccoli teatri di periferia dove mettere in scena le interessantissime opere dei nostri validissimi autori. Perché è davvero ora di ridare valore ai contenuti piuttosto che alle location.

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Avviso all’assessore Boeri: a Milano c’è una fiera della piccola editoria

di Cristiano Abbadessa

Leggo, ieri, un trafiletto nelle pagine culturali di Repubblica. Gli organizzatori della fiera “Più libri Più liberi”, in programma a Roma nel prossimo dicembre, lamentano il taglio dei contributi da parte dell’amministrazione locale e mettono in dubbio la sopravvivenza della manifestazione per il futuro. Il trafiletto si chiude con il commento dell’assessore alla cultura del comune di Milano, Stefano Boeri, che, ironizzando sulla scarsa sensibilità della giunta Alemanno, dice testualmente: «Se Roma non la vuole, potremmo prenderla noi».
Sarebbe il caso che, a questo punto, qualcuno spiegasse a Stefano Boeri che a Milano già esiste, da due anni, un salone della piccola e media editoria indipendente, che si chiama “Un libro a Milano” e che va in scena proprio nel prossimo fine settimana, da venerdì 25 a domenica 27 novembre. Ma, forse, l’assessore alla cultura dovrebbe già conoscere le iniziative fieristiche, sul tema, della città di cui è amministratore.
La storiella sarebbe anche divertente, se non portasse a qualche amara considerazione. Siamo ormai abituati a digerire le non sempre imperscrutabili logiche dei media: li abbiamo visti contribuire ad affossare Belgioioso, dare enorme spazio a un salone che neppure contatta gli editori per sapere se intendono parteciparvi (e non lo nominerò, per evitare anche la minima forma di pubblicità), ignorare manifestazioni che stanno consolidando la loro tradizione, oscurare del tutto alcune iniziative; diciamo che ci sono giornalisti che fanno onore al vecchio epiteto di pennivendoli, altri che manifestano una curiosità e un fiuto da cronisti autentici, e una mesta maggioranza che si è ridotta al rango di esecutore e passacarte (per cui la visibilità te la trovi da solo se hai il promotore giusto). Per cui, una certa imprevedibilità negli spazi concessi e negati è ormai da mettere nel conto. Ma la cosa diventa un po’ più preoccupante se la stessa imprevedibilità casuale (o, peggio, nient’affatto casuale) presiede ai comportamenti di chi fa parte di una giunta che, almeno in linea teorica, dovrebbe essere sganciata e alternativa rispetto a quell’oligarchia che domina il mercato editoriale, e magari persino attenta e bendisposta verso realtà minori che si sforzano di arricchire il panorama e l’offerta culturale.
“Un libro a Milano”, lo abbiamo già visto lo scorso anno, fatica a trovare spazio e considerazione (anche se quest’anno sembra essere riuscita a ritagliarsi una maggiore visibilità). Forse perché si tratta di un salone che davvero offre spazio ai piccoli, a differenza della kermesse romana che, a partire dai costi degli stand per proseguire con le scelte strategiche, sembra quasi proporsi come alternativa minore, ma concettualmente non dissimile, al Salone di Torino; un po’ replicando in campo editoriale quel dualismo cinematografico che il sindaco Veltroni volle suscitare tra la capitale e Venezia. E, sicuramente, non è facile trovare spazio mediatico e considerazione istituzionale nella città che è culla di tutti i maggiori gruppi editoriali, quegli stessi che soffocano volentieri nella culla ogni esperienza alternativa.
In attesa che l’assessore si svegli e mostri maggiore indipendenza o spirito d’iniziativa, sarebbe però bello che almeno gli editori interessati si dessero da fare per illustrare al meglio questa iniziativa. Perché va pure detto, onestamente, che il salone milanese, a differenza di altri, è stato troppo sbrigativamente etichettato fin dalla nascita come una sorta di mercatino prenatalizio, buono per fare un po’ di cassa e nulla più.
Potrebbe invece essere anche dell’altro, e sostituire, in una sede importante, quello che fino a pochi anni fa era l’appuntamento di Belgioioso. Intendo dire che sarebbe opportuno riscoprire l’importanza delle fiere come momento di incontro fra gli operatori del settore, occasione per il confronto e la circolazione delle idee, magari persino per l’elaborazione di qualche strategia comune e la stipula di qualche accordo, o addirittura per arrivare a “fare sistema”. Perché siamo certi che i comuni interessi, e bisogni, degli editori partecipanti sono largamente superiori alla necessità di “farsi concorrenza” l’uno a spese dell’altro.
Per cominciare, in ogni caso, sarebbe bello che tutti noi, che abbiamo scelto di essere presenti a Milano, ci attivassimo con un po’ di voglia e di fantasia, nelle relazioni personali e in quelle mediate dalla rete, per promuovere e far conoscere “Un libro a Milano”, senza restare passivamente alla finestra.
Come minimo, potrebbe arrivare qualche lettore in più. E, magari, l’assessore Boeri potrebbe venire a conoscenza dell’esistenza del salone.

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