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Quando il capolavoro è “una cagata pazzesca”

di Cristiano Abbadessa

Lunedì sera (non) ho visto uno dei più inconcepibili film che siano stati partoriti dalla cinematografia contemporanea. Il film in questione è The tree of life, di Terrence Malick, vincitore della Palma d’Oro al festival di Cannes nel 2011 (cioè soltanto un anno fa).
Se fossi stato più accorto e avessi seguito i consigli che io stesso dispenso in questo blog a proposito di recensioni e commenti, mi sarei evitato il fastidio di buttare via venti minuti del mio riposo serale. Per una volta, distratto dall’eco mediatica e dalla notorietà dell’opera in questione, non mi sono documentato con attenzione e mi sono predisposto alla visione di un film tanto celebrato. Fossi stato più prudente, avrei più o meno capito di che cosa si trattava e, pur non potendo immaginare l’abisso reale, mi sarei astenuto dal mettermi alla prova.
Le recensioni e i commenti sui siti di cinema sono andato a leggermeli il giorno dopo, per legittima curiosità. Erano in effetti abbastanza espliciti e, seppure con qualche reticenza, mi avrebbero fatto capire che quel tipo di pellicola non poteva non dico piacermi, ma neppure risultarmi sopportabile: nessun contenuto, nessuna narrazione, tutto un gioco virtuosistico e virtuale di simbolismi, immagini, parole, fotografie e montaggio. Peraltro con effetti a mio avviso piuttosto urtanti, anche dal puro punto di vista estetico, fino a farmi sospendere la visione, appunto, dopo una ventina di minuti faticosamente sofferti nell’attesa che iniziasse qualcosa; fatto che mi capita di rado, perché in genere un film, come un libro, anche se bruttino riesco a reggerlo fino alla fine (ma la prospettiva era di oltre due ore di angoscia visiva, e francamente mi sembrava troppo per qualsiasi masochismo intellettuale).
A lasciarmi perplesso, però, è la cautela con cui anche i più liberi commentatori si sono accostati a questa presunta opera d’arte. Se da un lato, infatti, si capiva persino nelle recensioni vagamente positive che il film era un insopportabile arzigogolo sul nulla, dall’altra, anche chi se ne dichiarava deluso e annoiato, si sentiva in dovere di accennare al fatto che però, insomma, dal punto di vista meramente artistico, per quanto riguardava l’aspetto cinematografico, nell’uso delle tecniche e dei linguaggi… e il discorso restava ambiguamente in sospeso.
Esemplare, in questo senso, l’incipit della recensione letta su MyMovies, nella sezione “dalla parte del pubblico” e opera di Boyracer, che qui riporto: «Premettiamo che assegnare delle stelle a questo film è veramente difficile. Se le stelle rappresentano il valore puramente artistico del film, sono 5. Se rappresentano un consiglio ad andarlo a vedere, la stella è una (non fatelo!)».
Ora, e qui vorrei provare a uscire dal già troppo enfatizzato caso specifico, devo dire che una premessa di questo tipo mi lascia alquanto interdetto. È pur vero che il recensore, nel seguito, spiega perché secondo lui le tecniche cinematografiche siano state utilizzate con maestria (affermazione sulla quale non concordo, fra l’altro), ma la domanda basica mi sorge spontanea: come è possibile ritenere che un’opera sia, dal punto di vista artistico, un capolavoro e, contemporaneamente, sconsigliarne in forma drastica e assoluta la visione (o la lettura) a tutto il pubblico senza eccezioni?
Ritrovo qui la contraddizione che già altre volte ho segnalato in campo letterario. Il sapiente uso delle tecniche e degli artifizi (ammesso che sapiente sia) non produce nulla di apprezzabile in assenza di un contenuto, di un qualcosa da comunicare a chi si accosta. Non si può neppure parlare, in verità, di perfezione formale, perché questa suggerirebbe comunque delle emozioni che invece nel nostro caso (secondo il recensore stesso) sono del tutto precluse.
Non siamo di fronte, quindi, al tradizionale contrasto tra un canone estetico (cinematografico, pittorico o letterario che sia) fine a se stesso e la capacità di trasmettere un messaggio (per esempio attraverso la narrazione). Siamo invece di fronte a una mera esibizione di tecniche senza una traccia e senza un’anima, affastellate per il puro gusto di disorientare, stupire e annoiare, con la pretesa, neppure troppo velata, di trasmettere il senso di una presunta superiorità intellettuale rispetto a chi “non è in grado di capire”. Peccato che, spesso, dietro tanta prosopopea non ci sia proprio nulla da capire, non ci siano né messaggi né idee, e tantomeno la voglia o la capacità di comunicarli al mondo.
In questi casi viene spontaneo aspettare il Fantozzi di turno capace di dire quel che tutti pensano del “capolavoro”. Ma in realtà, forse, si tratta di una citazione sbagliata, perché in definitiva ancora basata sul contrasto tra la ricerca estetizzante e la percezione “popolare”. Di fronte a questi artifizi autoreferenziali, incapaci di lasciare visibile traccia nel reale, credo sia in effetti più giusto recuperare la purezza di sguardo del bambino che, solo, si prende il carico di constatare che il re è nudo, e che il finissimo ed elegante vestito per lui creato è in realtà il nulla.

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Se gli editori sono troppi, l’autore ci perde o ci guadagna?

di Cristiano Abbadessa

Primo atto. Giovedì scorso, di mattina, rivedo una vecchia amica, con cui ero tornato in contatto un po’ più di un anno fa perché il marito intendeva sottoporci un suo libro. Non gli avevamo proposto un contratto, un po’ perché lo scritto era davvero agli estremi confini della nostra linea editoriale, un po’ perché si trattava di un’opera monumentale, di quelle che richiedono uno sforzo redazionale notevole, una mole di lavoro impressionante e che comportano spese di produzione decisamente elevate; una di quelle opere, insomma, che un editore decide di pubblicare solo se ci crede fino in fondo, senza trascinarsi dietro dubbi di sorta. L’amica mi dice che il marito ha infine trovato un editore, e che il libro è di prossima uscita. Ne sono lieto e glielo dico, confermandole la natura dei nostri dubbi. Ma, siccome la circostanza in cui ci siamo ritrovati è dolorosa, il discorso cade e non ci penso su più di tanto.
Secondo atto. Sempre giovedì, ma nel tardo pomeriggio, partecipo alla presentazione milanese di Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Ambiente informale, molti dei presenti ormai si conoscono, la presentazione diventa occasione di una chiacchierata ad ampio respiro, in cui vengo coinvolto. Dopo aver spiegato i nostri criteri di scelta, mi viene chiesto se ci è capitato di pentirci di una bocciatura, di vedere un’opera da noi scartata avere successo dopo la pubblicazione con altro editore. Rispondo di getto che non mi risulta che titoli da noi scartati siano diventati dei bestseller da decine di migliaia di copie o dei casi editoriali; ma aggiungo subito che bisognerebbe però chiedere i dati di vendita a tanti piccoli editori, perché in effetti molti autori passati al nostro vaglio hanno poi pubblicato con altre case editrici: e sapere se hanno venduto nell’ordine delle migliaia di copie, o delle centinaia, o delle decine, fa una bella differenza.
Nei giorni a seguire torno a riflettere su una realtà cui avevo già accennato in uno dei miei primi interventi, ma senza approfondirla a dovere. Se prendo in mano l’elenco degli autori e delle opere cui abbiamo dedicato una minima attenzione, chiedendo il manoscritto e discutendo tra noi l’opportunità di proporre un contratto, mi rendo conto che moltissimi hanno poi pubblicato, nel giro di breve tempo, con altri editori. In alcuni casi siamo stati battuti sul tempo, altre volte abbiamo scartato l’opera perché non ci convinceva fino in fondo (magari più per temi e punto di vista che per qualità), ma riconoscendole una sostanziale dignità letteraria. Addirittura abbiamo visto pubblicare opere da noi scartate senza indugio, per totale incompatibilità temetica con la linea editoriale, nelle quali però avevamo intravisto il germe di uno stile non disprezzabile.
Insomma, se traccio un bilancio, vedo che quasi tutte le opere ottime, buone o discrete passate per la nostra redazione hanno infine trovato un editore. Ovviamente ciascun editore segue i propri parametri di scelta: c’è quello che cerca una qualità letteraria elevata e quello che si accontenta di uno scritto gradevole e leggibile; c’è chi insegue temi e generi alla moda e chi persegue invece una propria precisa linea editoriale; c’è chi cerca un prodotto già “maturo” nello stile e persino nella redazione e chi guarda soprattutto alle idee e ai contenuti, riservandosi di migliorare con l’autore la fluidità della narrazione; c’è chi vuole autori in grado di autopromuoversi o spendibili come “personaggi” e chi procede seguendo i propri canali distributivi, magari limitati ma collaudati e sicuri. Alla fine, in ogni caso, è piuttosto facile che un’opera di buon livello trovi il suo sbocco verso il mare magno del mercato.
Mi viene in mente che nel mondo editoriale sento spesso ripetere una frase fatta: ci sono ormai più scrittori che lettori. Frase pronunciata di solito dagli editori, in parte per lamentarsi della mole di proposte ricevute, ma soprattutto per spiegare che è più facile produrre libri che venderli. Visto che, però, tutto quel che è pubblicabile viene in effetti pubblicato (e magari non venduto), non sarà anche vero che ci sono più editori che scrittori?
Sono ovviamente due paradossi, ma neppure troppo. I lettori sono più degli scrittori, ma tutti i libri scritti e pubblicati superano di gran lunga la capacità di “consumo” dell’universo dei lettori. Allo stesso modo, ci sono più scrittori che editori, ma per costruire i propri cataloghi gli editori, nel loro insieme, devono davvero raschiare il barile della produzione letteraria degna di questo nome.
Se ripenso alla nostra breve storia, mi accorgo di quanto sia cambiato nel giro di soli due anni. Siamo partiti da una situazione in cui molti autori validi andavano ancora proponendo buoni libri scritti ormai da qualche anno, ma rifiutati dagli editori; l’editoria a pagamento era fenomeno relativamente nuovo, che appariva una soluzione plausibile anche ad autori con legittime aspirazioni, di fronte al silenzio degli editori “puri”; nel limbo dell’autopubblicazione (che ancora non poteva contare sulla versione ebook) giacevano dimenticate ottime opere, in attesa di essere scoperte e ripescate (cosa che abbiamo fatto). Oggi riceviamo solo proposte fresche di composizione, gli editori a pagamento sono percepiti come l’ultima spiaggia dei falliti che non si rassegnano, l’autopubblicazione è un’alternativa consapevole e non un deposito di ambizioni frustrate. Se prima l’offerta degli autori era largamente superiore alla domanda degli editori (da cui la nascita dell’editoria a pagamento, come ovvia risposta a un vasto mercato di aspiranti scrittori), oggi il contratto di edizione diventa il paritario punto di incontro di due desideri: la voglia degli scrittori di vedere pubblicata la propria opera e la necessità degli editori di dotarsi di un catalogo sufficientemente ampio.
Come editore, questo riequilibrio tra domanda e offerta, e perciò nei rapporti di forza (anche contrattuali) dovrebbe preoccuparmi. In realtà credo che la mutazione in atto porterà a un cambiamento nell’interpretazione dei ruoli, che uscirà dagli schemi tradizionali e offrirà nuove possibilità tanto agli autori quanto agli editori, purché entrambe le categorie sappiano cogliere i segnali di mutamento e le nuove opportunità. Nel frattempo, non posso fare a meno di registrare le immediate conseguenze, che credo abbiano a che fare con quanto scrivevo la scorsa settimana a proposito del tracollo qualitativo delle proposte ricevute nel nostro secondo anno. (Oppure, può essere che il livello delle proposte sia calato perché inizialmente molti buoni autori avevano guardato al nuovo editore sperando che potesse diventare un attore di medio calibro e non uno dei tanti piccoli editori specializzati. Il che non cambia la sostanza del problema, confermando semmai che i piccoli editori sono troppi e, in genere, non soddisfano le aspettative degli autori).
Dopo tanto riflettere, mi sorgono alcune domande, che volentieri propongo per un’auspicata discussione collettiva.
In primo luogo: anche gli autori hanno la mia stessa sensazione che gli editori sul mercato siano tanti e forse troppi? E, in caso affermativo, come si pongono di fronte a questa realtà: affinando i criteri di scelta o ipotizzando percorsi alternativi?
Seconda questione. Fino a poco tempo fa, riuscire a suscitare l’interesse di un editore significava veder valutata in modo positivo la propria opera: di fronte alla sovrabbondanza dell’offerta autoriale, il riscontro del giudizio dell’editore era un certificato di qualità, a prescindere dalla conclusione di un accordo. Non hanno anche gli autori la sensazione che, ora, la presenza di molti (troppi) editori finisca per portare sul mercato anche opere appena dignitose, facendo venire meno quell’opera di selezione che un tempo era un primo credibile metro di valutazione del proprio lavoro?
E infine. Se oggi è più facile pubblicare, questo significa che aumenta ulteriormente la produzione libraria, in un mercato già soffocato e in cui l’offerta supera la domanda dei lettori. Considerando che la visibilità di un piccolo editore è comunque limitata, ogni singolo titolo pubblicato vede perciò ridursi fortemente, di fronte a una concorrenza sterminata, le possibilità non dico di “sfondare”, ma anche solo di ripagarsi. Al di là della soddisfazione di “essere pubblicati”, vale davvero la pena di fare tanti sforzi per trasformare semplicemente la propria forma di invisibilità? Ovvero, vale davvero la pena di entrare nel mercato editoriale per far leggere la propria opera a parenti, amici e conoscenti?

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La recensione perfetta al servizio del lettore

di Cristiano Abbadessa

Proseguo, come promesso, le mie riflessioni sugli intermediari tra autore e lettore, e dopo aver parlato dei librai mi dedico questa volta ai recensori, di qualsiasi livello e visibilità.
Preciso subito che cercherò di spiegare quale dovrebbe essere, a mio parere, la recensione ideale ragionando da lettore e non da editore. Anche perché verrebbe spontaneo dire che per un editore le recensioni ideali sono quelle che parlano dei suoi libri e che ne parlano bene; il che, peraltro, non è neppure del tutto vero, come vedremo poi. Meglio, quindi, partire da quel che io mi aspetto, come lettore, quando leggo una recensione (e non necessariamente letteraria).
Diffido, anzitutto, di quelle recensioni in cui l’estensore vuole dimostrare che sarebbe stato tanto più bravo dell’autore o, ancor peggio, dell’editor, muovendo critiche che sfociano spesso nel tecnicismo e proponendo al lettore una sorta di riscrittura critica dell’opera. A volte, se il recensore è bravo per davvero, possono anche essere esercizi godibili, seppure un po’ da iniziati alla materia; quasi sempre, però, fanno trasparire la sensazione della rivalsa che un mancato autore o un mancato editor cerca di prendersi nei confronti di chi è stato più fortunato o coraggioso di lui. Magari il recensore è davvero un eccellente autore incompreso o un editor mancato per sfortunate vicissitudini, ma mettere questo spirito vendicativo nella recensione finisce per lasciare sempre il retrogusto della frustrazione malcelata. Che al lettore, infine, non interessa per nulla.
Aggiungo, e qui so che l’affermazione potrà suscitare dissensi, che poco mi interessa anche il giudizio critico in quanto tale, espresso in voti, stellette o formule di varia derivazione scolastica o agonistica e a stento accompagnato da due righe di dileggio o di sconfinata ammirazione. Per carità, non voglio togliere ai recensori, spesso a quelli amatoriali, il gusto di ergersi per un attimo a professori ed esprimere la loro secca valutazione; ma questa, da sola, nulla ci dice, salvo che al recensore l’opera è piaciuta o no, se non è accompagnata da solide motivazioni, da un’analisi approfondita dell’opera, dalla descrizione dei punti di forza e di debolezza, che cominciano a consentire al lettore di farsi anche una propria idea circa il contenuto. L’elogio o la stroncatura, a volte, possono anche essere interessanti per il lettore; ma, per paradosso, non nel senso che lo obbligano a prendere per oro colato la valutazione del recensore. Voglio dire che a volte, specie in rete, un lettore può scegliersi un recensore di cui si fida e tenerne in conto il giudizio, ma capita anche, e faccio il caso personale, che io legga recensioni di noti critici letterari o cinematografici solo perché scrivono sul tal giornale, che da sempre leggo perché nel suo insieme mi aggrada, e che mi sia reso conto nel tempo, per comprovata esperienza diretta, di essere quasi sistematicamente in disaccordo con le loro valutazioni; ecco allora che la recensione positiva o negativa, specie alla luce delle motivazioni, può benissimo essere letta al contrario, e che io ritenga potenzialmente interessante un libro o un film che quei recensori hanno bocciato, e che viceversa non sia per nulla attratto da quell’opera verso la quale si sperticano in elogi.
Questo paradosso aiuta a riassumere quel che, come lettore, mi aspetto da un buon recensore: che mi aiuti a capire se il libro (o il film, o quant’altro) può piacere a me, non se è piaciuto a lui. Mi aspetto, quindi, che me lo rappresenti nel modo più sintetico ma efficace possibile. Che ne inquadri innanzitutto il genere, le tematiche, l’ambientazione. Che mi dica se la trama è lineare e coinvolgente o è un puro pretesto per altri scopi. Che mi aiuti a capire se la struttura della narrazione è complessa o semplice, funzionale o artificiosa. Che mi introduca allo stile dell’autore, evidenziandone le caratteristiche. Che mi faccia intuire quelli che per l’autore dovrebbero essere i punti di forza del libro. Che mi dica se il linguaggio è ironico, se i dialoghi sono realistici, se i personaggi hanno il giusto spessore, se lo sguardo del narratore esplora il contesto o indugia nell’introspezione. Poi, alla fine, potrà anche esprimere il suo giudizio e spiegare se secondo lui l’autore è riuscito validamente a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato; ma l’importante è che cominci a farmi “respirare” il libro e a farmi capire se a me, lettore con gusti precisi, potrebbe interessare, e poi piacere, o no.
Che poi, a ben vedere, il mio desiderio di lettore finisce qui per coincidere con quello di editore. Perché se una recensione negativa e poco motivata, con evidenza, non fa piacere e rischia di allontanare potenziali lettori che magari troverebbero quell’opera di loro gusto, è anche vero che una recensione positiva, ma sempre poco motivata, rischia di indurre all’acquisto lettori con altre preferenze, e la valutazione elogiativa del critico rischia di ribaltarsi in un passaparola sfavorevole tra i lettori, poiché chi ha letto il libro non ha letto quel che cercava.
In realtà, la situazione è anche più complessa. Perché un libro si presta spesso a diverse chiavi di lettura, a volte possiede diversi livelli, e chiama in causa sensibilità differenti; come si dice, il libro, quando viene letto, diventa “del lettore”, e ciascun lettore, recensore compreso, può scorgervi alcuni aspetti e non vederne altri. Porto, per chiarire, l’esempio di tre recensioni recentemente lette in rete, tutte su Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Sono, tutte e tre, delle buone recensioni; non perché sono positive nel giudizio (lo sono), ma perché in tutti e tre i casi i recensori cercano di entrare nello spirito dell’opera e di renderne partecipe il lettore, spiegandone in breve sintesi le peculiarità. A leggerle, però, sembra quasi che si parli di tre libri diversi. E, personalmente, se fossi un ignaro lettore anziché l’editore, di una direi che mi rappresenta un libro che mai acquisterei in base ai miei gusti, una mi restituisce un’opera che forse potrebbe interessarmi, una terza mi seduce e mi induce a correre in libreria. Nessuno dei tre recensori, sia chiaro, “ha sbagliato”: tutto quello che ci rendono nei loro commenti, in effetti, nel libro lo si ritrova. Ma siccome ciascun recensore ha sottolineato quel che per lui era lo spirito della narrazione e ne costituiva il punto di forza, ciascuno ha finito per evidenziare tre aspetti diversi.
Quindi, la riflessione sulla funzione della recensione finisce con un appello: non ai recensori, ma ai lettori. Leggete le recensioni, leggetele con occhio critico, andate oltre la crosta del giudizio e cercate, anche se il recensore non sempre vi aiuta, di entrare nello spirito dell’opera e nel cuore dell’autore. E leggete più recensioni che potete, perché, nell’immensa libertà che la letteratura concede al lettore, è l’unico modo per cercare di farsi una prima, ma ampia e sfaccettata, idea di un’opera.

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Agenzie letterarie, servizi editoriali e i cento mestieri del settore. A ciascuno il suo

 di Cristiano Abbadessa

Mi soffermo ancora, per stavolta, su alcuni commenti alla nostra riorganizzazione, sperando di tornare presto a parlare di libri e editoria.
Uno dei commenti che ho sentito (o letto) da parte di diverse persone è che, con la proposta dei servizi, offriamo un tipo di supporto simile a quello di un’agenzia letteraria. Non credo sia vero. E, se è vero, è un po’ strano: quelli che offriamo sono servizi editoriali, cioè l’attività tipica di un service (che è collaterale, ma cosa distinta dalla casa editrice); se le agenzie letterarie fanno altrettanto, l’invasione di campo dovrebbe essere tutta loro.
Per definizione e per etimo, l’agente dovrebbe essere colui che cura gli interessi del suo assistito, che “agisce in nome e per conto di”. Ci sono agenti per gli artisti, i cantanti, gli sportivi: il loro compito è di valorizzare il loro cliente, di saperlo presentare e proporre, di “venderlo” bene, di assisterlo nella fase di accordo contrattuale. L’agente non interviene, di norma, sull’opera del suo assistito; al massimo può suggerirgli di migliorare in alcuni aspetti, come può essere il caso di un cantautore che ha bellissimi testi e voce sgradevole, ma all’agente spetterà solo il consigliare di affidarsi a un esperto per migliorare (nell’esempio, a un maestro di canto), non si sostituirà lui all’esperto in questione.
La misura della qualità dell’agente dovrebbe essere la capacità di procurare un contratto (un buon contratto, se possibile) al suo cliente. In editoria, teoricamente, dovrebbe essere quindi il contratto di edizione a sancire la bontà del lavoro (e, infatti, in molti settori un agente viene pagato a percentuale; in editoria non più, ma in origine era così). Ora, siccome arrivare a ottenere un contratto di edizione è cosa difficilissima, molti agenti si sono reinventati come fornitori di servizi editoriali, pur senza mutare ragione sociale: danno consigli sul prodotto, dicono dove intervenire, cosa va migliorato e cosa va tolto ecc. Però non sarebbe il loro compito. È anche probabile che molti agenti letterari siano in realtà degli ottimi fornitori di servizi editoriali: si presentano come agenti perché così sottintendono che il loro scopo, e la loro capacità, è di arrivare a far pubblicare un’opera, che è quanto interessa agli aspiranti scrittori assai più che avere per le mani un’opera davvero valida.
Ci sono, come in tutti i campi, agenti bravissimi e autentici truffatori: dovremmo però ricordare quale è il metro di giudizio per un agente. Personalmente, come Autodafé, abbiamo troppo spesso ricevuto da agenti proposte editoriali formulate in modo indecoroso, assai peggiori e meno curate di quelle presentate dagli autori. Non sto discutendo la qualità dell’opera, ma la qualità della presentazione (valorizzazione) che dovrebbe essere peculiare dell’agente: perché un agente che ha magari fatto riscrivere quattro volte un romanzo all’autore, anche ben consigliandolo e indirizzandolo, ma poi manda agli editori una sinossi di dieci righe incomprensibile e mal curata, accompagnata da due striminzite paginette di testo, può forse essere un genio della redazione ma è di certo un pessimo agente.
In questo senso, non vedo sovrapposizioni tra i nostri servizi editoriali e quello che dovrebbe essere il vero lavoro di un agente letterario. Forse, a sottilizzare, si può eccepire che la scheda di valutazione della proposta editoriale può contenere anche alcuni elementi di giudizio relativi alla qualità della valorizzazione dell’opera; ma questo, che per l’agente è un passaggio essenziale del suo lavoro e propedeutico alla concretizzazione contrattuale, per noi è solo il punto di partenza per una serie di valutazioni che, per il resto, attengono alla forma e al contenuto dell’opera stessa: ovvero, la possibilità di migliorarla attraverso un lavoro redazionale e editoriale.
Il fatto è che la filiera dell’editoria prevede l’intervento e la collaborazione di molte professionalità diverse: l’autore, l’agente, la redazione, l’editor, la direzione editoriale, i grafici, la stampa, la comunicazione, il marketing, la promozione, la distribuzione, la vendita. In alcuni casi può essere che un soggetto assommi più figure, ma non è un sacro precetto. Mi è ben chiaro che un autore preferisce limitarsi a scegliere se fare da solo o servirsi di un agente, per poi avere come unico interlocutore un editore che eserciti tutte le funzioni produttive e promozionali (così come a un editore farebbe piacere avere un unico interlocutore per tutta la catena commerciale, capace non solo di distribuire e vendere ma di fare anche un po’ di marketing e promozione): ma questo avviene di rado. Meglio, avviene solo con i grandi editori, che ormai assommano in sé tutte le funzioni, da quelle editoriali a quelle commerciali, con la sola eccezione della produzione industriale (che demandano a uno stampatore esterno); però i grandi editori sappiamo quali e quanti sono. Negli altri casi, per un piccolo o anche per un medio editore, ci sono alcune professionalità che stanno all’interno della casa editrice e altre di cui bisogna servirsi, pagandole, cercando all’esterno; perciò l’editore diventa un assemblatore di professionalità, e la sua abilità sta nel formare la squadra giusta. Nel panorama dell’editoria attuale, all’autore si presenta lo stesso problema: è lui a dover scegliere se affidarsi a un agente, se migliorare l’opera prima di presentarsi a un editore, se puntare a un editore che ha al suo interno forti competenze redazionali o a uno che ha un’ottima rete distributiva o a uno che ha grandi potenzialità di comunicazione (a volte alcune di queste qualità si sposano, altre volte un editore non ne offre più di una): anche l’autore deve trovare il suo percorso e assemblare gli interlocutori che gli servono.
Non esistono più, insomma, percorsi obbligati. Questo richiede all’autore un maggiore discernimento, una capacità di pianificazione, una valutazione oggettiva (e non presuntuosa) delle proprie qualità e delle proprie debolezze. E, naturalmente, richiede che chi offre un servizio professionale lo faccia senza barare, chiarendo quali sono le sue reali competenze e i suoi punti di forza.
Quale sia la forza di Autodafé, ci pare dimostrato dagli attestati di chi ha lavorato con noi (e, di conseguenza, anche quali siano le debolezze). Per questo abbiamo deciso di tornare a valorizzare le nostre migliori professionalità anche in quel lavoro, che ho definito “collaterale ma esterno alla casa editrice”, che offriamo attraverso i servizi editoriali; anzi, se può dissipare equivoci, abituatevi a non pensare ai servizi editoriali come a un prolungamento della casa editrice, ma, al contrario, a pensare a un service indipendente, che offre a tutti alcuni servizi e che, solo in determinate e ben precise circostanze, può rappresentare anche una scorciatoia per il contatto diretto con una casa editrice.

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Autodafé: i servizi editoriali e il mestiere dello scrittore

di Cristiano Abbadessa

Se qualcuno ha avuto occasione di dare un’occhiata al nostro sito dopo il tardo pomeriggio di ieri, avrà già avuto modo di notare alcuni cambiamenti. Chi non avesse ancora preso atto, può invece cogliere questo post come sollecitazione.
Autodafé si presenta ora in maniera un po’ diversa: resta l’attività editoriale, ancora incentrata sul nostro originario progetto di dare voce a narratori capaci di cogliere elementi di riflessione sulla realtà sociale dell’Italia contemporanea, ma viene maggiormente evidenziata l’attività collaterale, e indipendente, di fornitura di servizi editoriali. In un certo modo, i soci e coloro che in Autodafé hanno profuso impegno e passione tornano a mettere al centro, almeno per quanto riguarda la sostenibilità economica del progetto, la propria professionalità; che, come sapete, è essenzialmente legata alla capacità di scoprire buoni libri, di migliorarli, di lavorare fianco a fianco con gli autori per trarne opere degne di nota. Un lavoro che i soci di Autodafé continueranno a fare in termini di investimento (senza oneri per l’autore) per quelle opere di narrativa che possono potenzialmente rientrare nel nostro progetto editoriale, ma che ora forniscono anche come servizio a pagamento a tutti gli autori (e agli agenti, e ai colleghi editori) che vogliono “pesare” la qualità del loro scritto, confrontarsi per migliorarlo, affinare l’arte della scrittura attraverso un’operazione non meramente teorica ma applicata a una creazione pratica, senza limitazioni di genere.
Il servizio che offriamo agli aspiranti autori sarà caratterizzato dalla stessa cura e dalla stessa professionalità con cui continueremo a seguire gli autori che pubblicheremo direttamente. Quello che proponiamo è un vero e proprio percorso formativo, che può essere compiuto integralmente o solo per un tratto, in cui offriamo la nostra esperienza per migliorare non solo la qualità della singola opera in questione ma per fornire al committente (autore o altro soggetto che sia) gli strumenti utili per meglio orizzontarsi nel panorama editoriale, correggendo eventualmente la sua proposta in modo da aumentarne le possibilità di successo. Potremmo dire, per riassumerla in slogan, che più che ad aspiranti autori in cerca di pubblicazione di un’opera ci rivolgiamo ad aspiranti scrittori in cerca di perfezionamento di un’opera e di valorizzazione di se stessi. Siamo certi che Autodafé, in questo anno e mezzo di vita, ha dimostrato di meritare la fiducia di quanti vogliono investire sul proprio talento per intraprendere un percorso di questo tipo: i titoli pubblicati, il lavoro fatto con gli autori e il rapporto costruito con chi non è infine arrivato a pubblicare con noi sono lì a testimoniare la qualità e la serietà del nostro modo di lavorare e di collaborare.
Nel ridisegnare le modalità della nostra offerta, la novità che salta immediatamente all’occhio, e che certo solleverà qualche malcontento, sta nel passaggio della valutazione delle proposte editoriali sotto la competenza dei servizi editoriali; in altri e più crudi termini, chiediamo agli autori di pagare un contributo per questo servizio di prima valutazione della proposta di un’opera.
Non è stata una decisione semplice, ma crediamo sia coerente e onesta. La redazione di Autodafè ha finora sostenuto uno sforzo immane per esaminare oltre 800 proposte (e diventeranno un migliaio, perché comunque risponderemo in forma gratuita a chi ci ha scritto prima del 25 novembre); è stata una forma di investimento, ma dobbiamo onestamente dire che essa non è più sostenibile, a fronte dei dati di mercato e delle necessità attuali della casa editrice. Soprattutto, come ben sanno coloro che ci hanno indirizzato una proposta, la redazione ha svolto questo compito con una serietà e un approfondimento tali da trasformare questa sola opera si selezione in un lavoro totalizzante: non solo abbiamo risposto a tutti, ma abbiamo sempre motivato, seppure in breve, le nostre risposte; e anche quando sarebbe stato semplice liquidare il tutto con una breve formula di cortesia (per esempio nel caso di proposte clamorosamente incompatibili per tema col nostro progetto editoriale) ci siamo spesso dilungati nel sottolineare eventuali problematiche che avrebbero potuto scoraggiare altri editori, e in tutti i casi abbiamo dedicato una lettura almeno superficiale anche alle opere già irrimediabilmente scartate dopo l’esame della sinossi.
Oggi riteniamo che questo lavoro debba essere considerato come tale, e debitamente retribuito. Naturalmente il risultato che forniremo agli autori delle proposte sarà diverso e ben più articolato della sintetica mail finora indirizzata: evidenzieremo eventuali problematiche connesse alla formulazione della proposta, tratteggeremo potenzialità e limiti sulla base della sinossi, abbozzeremo una prima valutazione di stile e struttura grazie ai brani presentati; la conclusiva dichiarazione di interesse o disinteresse di Autodafé sarà solo il corollario a una serie di indicazioni in ogni caso preziose. In sostanza, nella peggiore delle ipotesi l’aspirante autore avrà beneficiato di un breve corso di formazione a distanza, mentre nella migliore avrà effettuato un piccolo investimento per avviare un rapporto destinato a sfociare nella pubblicazione; come detto, però, quel che ci sembra più significativo è tutto ciò che sta fra questi due estremi, ovvero la possibilità di un percorso formativo che perfezioni l’opera e faccia crescere lo scrittore.
Crediamo che la nostra offerta sia onesta e corretta, avendo il pregio di rifuggire facili stratagemmi che giocano sull’illusione, per stabilire invece un rapporto privo di fraintendimenti fra committente e fornitore di un servizio. Speriamo, e su questo siamo pronti a confrontarci, che sia anche chiara, nelle motivazioni e nelle procedure.

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La nicchia di mercato e il nuovo editore

di Cristiano Abbadessa

Venerdì sera mi trovavo in centro a Milano, per una riunione serale che nulla aveva a che vedere col lavoro editoriale ma che riguardava la mia passione calcistica. Queste riunioni hanno una cadenza mensile e, di solito, prima di andarci mi fermo a mangiare un panino in un locale in piazza Santo Stefano. Si tratta di una delle più antiche paninoteche cittadine, ormai: un vero residuato degli anni Ottanta, nello stile e nelle proposte; ma onestissimo nei prezzi, plausibile nella scelta della materia prima e gradevolmente frequentato.
Consumata la frugale e calorica cena, vado alla cassa a pagare (anche questo mi piace: se non c’è troppo caos, si può pagare alla fine, così da mettere direttamente nel conto un caffè o un digestivo, se te ne viene voglia). Davanti alla cassa c’è uno di quegli antichi microbazar in plastica trasparente, sorta di acquari in cui navigano coloratissime confezioni di cicche, caramelle e altre minuzie da asporto; l’insieme, però, è curiosamente sovrastato da due libri, verticalmente disposti con le loro copertine in bella mostra. La presenza dei libri, nel contesto, è già di per sé curiosa, ma quel che mi colpisce è che una delle due opere è un romanzo a suo tempo propostoci dall’autore: una curiosa storia border line sulla quale avevamo un po’ riflettuto prima di avanzare una proposta editoriale, con il risultato che l’autore si era nel frattempo accordato con altra casa editrice. Chiedo alla proprietaria come mai espongano dei libri, e quel libro in particolare, e mi dice che l’autore è un frequentatore abituale della paninoteca. Conversiamo un po’, le rendo conto dei motivi della mia curiosità, rispondo a qualche domanda sul mestiere dell’editore, mi diverto per una serie di coincidenze e infine saluto e vado alla mia riunione.
L’episodio mi riporta, non certo per la prima volta, a riflettere sul nostro ruolo di talent scout in ambito letterario. Nel caso particolare, ovviamente, questo autore, una volta contattato, mi aveva già informato dell’accordo raggiunto con altro editore; e, in generale, devo dire che non si è trattato dell’unico caso in cui un’opera ci è stata “soffiata”, così come in altri casi è apparso evidente che alcuni autori avevano preferito noi ma avevano ricevuto anche altre proposte concrete. Senza contare, come mi è già capitato di sottolineare, che alcuni romanzi di buon valore, ma vistosamente incompatibili per temi con il nostro progetto editoriale, hanno prevedibilmente trovato in tempi rapidi un editore interessato.
La conclusione è che, forse, i buoni scritti riescono in ogni caso a diventare libri, e non sono destinati a giacere nei cassetti in attesa di un editore particolarmente illuminato. Ed è perciò probabile che i nostri autori, in assenza di Autodafé, avrebbero comunque visto pubblicate da qualcuno le loro opere, e il panorama letterario italiano non sarebbe stato in nessun modo depauperato (in effetti, so che qualche nostro autore stava ormai per rinunciare a proporsi, ma solo per il disgusto delle troppe proposte di pubblicazione a pagamento, spesso indecenti, ricevute).
Si potrebbe ora discutere su alcune qualità degli editori che hanno (o avrebbero) pubblicato opere che ci sono piaciute, sottolineando magari che non tutti svolgono quello specifico lavoro redazionale che, insieme agli autori, ci porta spesso a pubblicare dei libri ripensati e rivisti, talora a fondo, rispetto ai manoscritti originali. Sappiamo che molti editori sono più spicci e superficiali, ma sappiamo anche che ne esistono di validi e attenti.
E torna, quindi, l’eterna domanda che ci sentiamo porre fin dalla nostra nascita: ma, nell’attuale panorama italiano, si sentiva proprio la necessità di una nuova casa editrice?
Quando abbiamo fondato Autodafé, naturalmente, la nostra risposta è stata sì. Non tanto perché ritenessimo insostituibile il nostro apporto professionale all’affollato mondo dell’editoria, quanto perché avvertivamo tutti la mancanza di una casa editrice specializzata in narrativa attenta al sociale, capace di raccontare l’Italia contemporanea attraverso il registro letterario. E, di più, avvertivamo la mancanza di opere che si ponessero in questo solco.
È chiaro che se i nostri autori avessero trovato altri piccoli editori le loro opere, che rappresentano appunto esempi di narrazione sociale, sarebbero state comunque pubblicate. Ma, come già accaduto ad altri, i loro libri sarebbero rimasti soffocati nelle spire di una proposta editoriale fatta di cataloghi che si nutrono soprattutto di fantasy e psicologismo, di riflessioni autobiografiche e di fantascienza, di storie d’amore e di scanzonata chick-lit. Con Autodafé pensavamo di dare un porto sicuro e il giusto risalto a quegli autori che sanno guardarsi intorno e raccontare l’oggi, piuttosto che ripiegarsi su se stessi o fuggire nella fantasia.
Molte volte, attraverso questo blog, ho cercato di interrogare chi ci segue per avere una conferma circa la bontà della nostra scelta. Ora, attraverso l’abbonamento, la risposta che chiediamo non è più teorica accademia letteraria ma concreta adesione. Se Autodafé ha, nel panorama editoriale, la funzione per cui è nata, serve un tangibile segno di riconoscimento. Altrimenti vorrà dire che, tutto sommato, l’editoria italiana potrà benissimo fare a meno di noi e della nostra specifica proposta.

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La valutazione dell’opera (e dell’autore)

di Cristiano Abbadessa

Fin dalla nascita della nostra casa editrice, ci siamo assunti l’impegno di rispondere “entro quattro mesi” a tutti coloro che ci avessero inviato proposte editoriali. Una scelta che gli autori hanno gradito, ma che ha incontrato l’incredulità e il sarcasmo di tanti vecchi volponi del settore: “impossibile”, la sentenza più frequente, seguita da considerazioni sull’inutilità di un impegno tanto gravoso.
Abbiamo continuato a rispondere a tutti, ritenendo che si tratti semplicemente di una non derogabile questione di educazione. Tanto che, a un certo punto, il tutti è diventato un quasi tutti, ma solo perché abbiamo deliberatamente e dichiaratamente escluso dal diritto alla risposta coloro che erano tanto maleducati da non fare neppure un minimo sforzo nel presentare la loro proposta, scansando l’osservanza di tutte (ma proprio tutte) le indicazioni da noi fornite, magari inviando un messaggio finto amichevole per dire “ho postato due racconti qui (link): andate a vederli, se vi interessano vi mando gli altri. ciao”.
La lettura e la valutazione delle proposte inviateci non sono, alla fine, un impegno troppo gravoso. Semmai, qualche considerazione andrebbe fatta sulle risposte che diamo e quelle che si aspettano gli aspiranti autori.
Lascio ovviamente da parte tutti gli autori che hanno suscitato un iniziale interesse e coi quali si è instaurato un breve o lungo dialogo, per soffermarmi su quelli la cui proposta è stata immediatamente scartata. In sostanza, per incappare in questa sorte, una proposta editoriale presentata ad Autodafé deve avere una delle seguenti due caratteristiche: o essere per tema del tutto incompatibile con la nostra linea editoriale (narrativa attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea), o essere inadeguata per quanto riguarda la qualità; non considero il caso di opere che siano palesemente estranee alla linea editoriale e per giunta di scarsa qualità, perché di norma la lettura della sinossi è sufficiente a non procedere oltre nell’analisi.
Quando spieghiamo a un autore che la sua opera è stata scartata perché incompatibile con la linea editoriale, in genere riceviamo un ringraziamento per l’attenzione accordata. Certo, ci sono casi curiosi di autori che pretenderebbero di imporre il loro punto di vista su quel che debba considerarsi realtà sociale contemporanea, ma si tratta di esigua e indomabile minoranza. Semmai, qualche problema in più sorge quando la valutazione di incompatibilità non è immediata, e la redazione, nel rispondere, fa trapelare una certa conoscenza dell’opera nel dettaglio; perché in alcuni casi accade allora che l’autore chieda una valutazione più completa, una scheda di lettura o un parere critico: tutti servizi editoriali che siamo ben in grado di fornire, ma che non possono rientrare nel lavoro di scrematura, che richiedono tempo e cura e che debbono perciò, per dirla schietta, essere adeguatamente retribuiti. Un servizio che molti autori potrebbero gradire, in particolare tra quelli che hanno denotato buon valore letterario e che noi stessi, al di là dell’incompatibilità tematica, sproniamo a proseguire nella ricerca di un editore.
Qualche problema in più, al momento di rispondere, si pone quando la “bocciatura” riguarda opere pienamente compatibili, per temi e contenuti, con la nostra linea editoriale, ma del tutto insufficienti dal punto di vista letterario. Dire (o far capire con chiarezza) a un autore che la sua opera è “brutta” significa di norma ricevere in risposta insulti e accuse di incompetenza, come conferma l’esperienza di tutti coloro che fanno un lavoro di valutazione. Certo, a volte si può condire il giudizio motivandolo, sottolineando alcuni aspetti, lasciando la sensazione che ci siano gravi carenze ma che forse possano essere emendate. Spesso, però, un giudizio schietto e onesto, senza scadere nella presunzione e nell’offesa, può essere di maggiore aiuto rispetto a uno edulcorato ad arte.
Perché si capisce la voglia di sognare, il desiderio di dare corpo a una propria passione, l’istintiva voglia di respingere un verdetto che soffoca speranze e illusioni. Però viene anche da chiedersi a quale futuro vada incontro un autore mediocre con un’opera senza qualità. Magari, con l’ostinazione di chi non accetta la sconfitta (o la semplice realtà), è capace di spendere centinaia di euro affidandosi a qualche agente improbabile e poi migliaia per farsi stampare il libro da un editore a pagamento: ovviamente, senza aver migliorato in nulla la propria produzione artistica e senza vendere copie del titolo, se non a pietosi amici.
Ma non sarebbe allora più pietoso che qualcuno, con professionale competenza, cortesia e buone argomentazioni, si assumesse il doloroso incarico di dimostrare all’autore con parole chiare e nette che è meglio, almeno per questa volta (e forse per sempre) lasciar perdere?

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