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Internet e l’illusione del mondo immateriale

di Cristiano Abbadessa

Mi capita abbastanza spesso, per lavoro o per diletto, di consultare Wikipedia in quanto fonte presumibilmente attendibile di informazioni. Che non lo sia del tutto, salta all’occhio limitandosi appunto alla lettura delle sue stesse pagine, senza bisogno di confrontarle con altre fonti. Provate, per esempio, a cercare informazioni demografiche su una piccola località francese: la pagina in italiano riporterà un dato (presumibilmente copiato da qualche guida turistica italiana) e la pagina in francese ne riporterà uno diverso. La stessa cosa avviene se, per ipotesi, consultate la biografia, con tanto di scheda, di un artista, di uno sportivo o di un letterato. È chiaro che per chi consulta può essere (non sempre) relativamente possibile stabilire quale sia la pagina più attendibile o aggiornata, ma si tratta di operazione supplementare e a volte rischiosa, che va ben al di là della semplice consultazione. Ed è altrettanto ovvio che sarebbe più ragionevole pensare a una redazione che si incarichi, se non di verificare tutte le fonti, quantomeno di armonizzare le pagine della stessa Wikipedia, perché non risultino in contraddizione l’una con l’altra. Ma il progetto Wikipedia, per sua natura, prevede solo contributi dal basso, senza nessun controllo e nessuna redazione che si prenda la briga di stabilire qual è la fonte davvero attendibile.
Da ancor più lungo tempo ritengo ormai del tutto inaffidabili i grandi motori di ricerca. Se non si cerca qualcosa di molto specifico e dettagliato (cosa sempre più complessa, perché ormai tutto e tutti sono presenti in molti documenti circolanti nel web), la ricerca semplice ci propone una lista priva di ordine, in cui le prime segnalazioni mai o quasi corrispondono alle più importanti. Se la persona è relativamente poco nota, di solito vengono primi i social network (e non, per esempio, il sito personale o un profilo biografico); se è famosa o famosissima, l’ordinamento privilegia articoli, lanci e dettagli freschi di giornata. Siccome in una delle mie vite precedenti mi sono occupato di documentazione e banche dati, ci metto poco a capire che i motori di ricerca operano in base a parametri, privi di controllo umano professionale, che stravolgono l’ordine delle priorità (quando non ne creano di artificiose attraverso operazioni di pirateria legalizzata).
Internet, in sostanza, ha abolito, fingendo che siano superflue, alcune figure professionali che erano ben presenti nel mondo dell’informazione tradizionale. Non perché siano inutili (anzi!), ma credo semplicemente perché, in linea di massima, ci si è abituati al fatto che nella rete tutto deve essere fruito gratuitamente, e quindi non c’è spazio per inserire nel processo figure lavorative che andrebbero retribuite e che graverebbero sui bilanci dei gestori dei siti.
Enciclopedie costruite dagli utenti, musica e film gratis, blog interattivi e quant’altro, hanno tutti diffuso l’idea che il web sia una sorta di “altro mondo possibile”, dove la merce non si paga e non esiste la proprietà intellettuale. Sistema evidentemente fasullo, perché penalizza quelle produzioni intellettuali la cui circolazione può effettivamente avvenire nella rete, mentre ovviamente non riguarda le produzioni materiali. D’altra parte, è anche vero che il web è luogo dove le produzioni intellettuali vengono veicolate, promosse e persino commercializzate, mentre le produzioni materiali si limitano ad avere vetrine abbastanza pleonastiche. Però, ancora una volta, quando si passa dalla discussione teorica e dal mi piace cliccato senza troppo impegno a un tentativo di quantificazione economica dell’interesse, i risultati sono sconfortanti. E non è un caso che a fare affari sul web sia chi vende commercialmente entità che restano nel virtuale, dai siti di scommesse a quelli di pornografia.
La sensazione è che il web sia diventato un mondo autoreferenziale, buono per chi ha solide e concrete radici in altre realtà (in soldoni: sul web mi svago, ma per la pagnotta e per la vita vera faccio cose che nulla hanno a che vedere con la rete), pericoloso e fuorviante per chi lo scambia con la realtà stessa. L’illusione che un mio parere politico, sul web, abbia la stessa rilevanza di quello di un grande politologo, o che una mia proposta imprenditoriale abbia le stesse opportunità di quella di un imprenditore con infinite capacità di investimento, è appunto pia illusione.
Qualcuno ha scambiato internet per la nuova agorà, per il nuovo spazio democratico, per il luogo della circolazione delle idee e dei saperi. E mi viene il sospetto che sia stata qualche mente astuta a farcelo credere, diffondendo l’illusione di una uguaglianza e di una parità di opportunità che nella realtà reale continua a non esistere.
Noi lo misuriamo quotidianamente, nel nostro piccolo, confrontando quanto rende seminare nel mondo reale e quanto rende seminare nella rete.
Ma è forse più semplice far notare che siamo, e restiamo, in un mondo dove un presidente del consiglio non si cura più di tanto dei milioni di post o di video che da un decennio lo sbertucciano quotidianamente sul web. Però si rattrista, si rammarica e si incazza se, mentre va a dimettersi, poche centinaia di persone lo dileggiano per la strada. Persone in carne e ossa, ovviamente.

Rome, Saturday, Nov 12, 2011

photo by AP / Andrew Medichini @ http://www.ctv.ca

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Blog e legge bavaglio: l’obbligo della trasparenza e il diritto alla verità

di Cristiano Abbadessa

Oggi avrei voluto parlare ancora dei nostri rapporti con le librerie, alla luce di alcuni episodi sconcertanti. Oppure mi sarebbe piaciuto approfondire il senso e la necessità della nostra proposta di abbonamento-sostegno (alla quale vi invito comunque caldamente ad aderire con la prenotazione fatta nelle modalità previste). Temi che verranno buoni per le prossime puntate.
Una casa editrice che si richiama alla “realtà sociale dell’Italia contemporanea”, infatti, non può sottrarsi al dibattito, sfociato in sommossa, sulla cosiddetta legge-bavaglio; quella legge che, partendo dalla necessità di silenziare le malefatte di alcuni, si dedica a mettere la mordacchia all’informazione nel senso più ampio ed esteso del termine, cogliendo in tal modo una serie di risultati connessi e certamente graditi al benficiario sommo.
Vorremmo qui limitarci, per non debordare, agli aspetti della legge che riguardano i siti informatici, quindi anche questo blog. Tema comunque delicato, perché sarebbe ingiusto nascondere che troppi, in nome della libertà di opinione, hanno interpretato il web come uno spazio in cui si è autorizzati a qualunque affermazione, vera o falsa, interessata o calunniosa, con la pretesa di non esserne in alcun modo chiamati a rispondere. Pretesa fuori luogo, ovviamente, perché la diffamazione deve sempre essere perseguibile e ciascuno deve, di fronte alla legge, assumersi la responsabilità di ciò che dice o pubblica.
La legge-bavaglio però, avendo altri scopi, non va a risistemare qualche abuso che può essere stato compiuto, ma interviene pesantemente con una filosofia che va a toccare almeno tre nervi scoperti del diritto all’informazione che spetta a ogni cittadino. E sono interventi che restano, in tutta la loro efficacia, anche qualora andasse in porto quell’emendamento di mediazione che limita gli effetti della nuova legge alle testate giornalistiche registrate presenti nella rete.
In primo luogo, la legge va a incidere su quella trasparenza che per una parte del nostro paese è un diritto e per l’altra un obbrobbrio. È chiaro che la prima pensata è quella di proteggere il diritto all’intrallazzo riservato della classe politica, che per definizione dovrebbe peraltro essere quella maggiormente disponibile a porsi sotto i riflettori; e, sullo specifico, non serve dire altro. Ma va aggiunto subito che questa logica del fare e non dire, della riservatezza, dell’inciucio inter nos, dell’informazione che circola solo tra gli addetti ai lavori, del chiacchiericcio magari malevolo ma confinato, tutta questa logica, dicevo, non appartiene in esclusiva alla classe politica, ma è anzi sgradevole vezzo diffuso in tantissimi ambiti e categorie. Con il nostro blog, ci pare sia evidente, ci siamo sempre scagliati contro questo modo di essere, basato sulla relazione, la soffiata, la notizia da non divulgare; abbiamo messo in piazza alcuni meccanismi, tutt’altro che virtuosi, dell’editoria e del mercato editoriale, raccontando verità spesso scomode e ritrovandoci puntualmente guardati con sospetto da quanti ritengono che “certe cose devono restare nell’ambiente” e che raccontarle in giro (nel caso, ai lettori) non è bello. In questo senso, sono i cardini stessi della legge bavaglio a contrastare con quella necessità di trasparenza che abbiamo sempre invocato e che, in politica come in editoria o in mille altri settori, può far paura solo a chi ha qualcosa di poco limpido da nascondere.
Il secondo aspetto è apparentemente più tecnico, e riguarda l’obbligo di pubblicare la smentita dell’interessato. Su questo vi rimando alla campagna di Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011), ma con l’avvertenza di leggere per intero il testo dell’articolo 29 (c’è il link) e con qualche postilla. Perché un blog è, per sua natura, spazio aperto di discussione, e appare quindi quasi naturale dare diritto di replica a tutti. Tale diritto, però, non può prevedere che chi interviene a smentire, confutare o correggere debba essere pubblicato “senza commento”, come prevede il comma b). Perché, appunto, se si parla di opinioni o interpretazioni dei fatti, il diritto di replica è reciperoco, e chi legge deve essere aiutato a capire dove sta la ragione. Ma, soprattutto, perché non sempre le smentite riguardano opinioni o interpretazioni, ma si riferiscono più spesso a fatti: i quali, per natura, possono essere sì soggetti a spiegazioni e punti di vista, ma, per prima cosa, o sono veri o sono falsi. E il lettore deve essere messo nella condizione di sapere se un fatto è avvenuto davvero, e non lasciato nell’incertezza tra chi dice “è successo questo” e chi smentisce “non è affatto successo così”.
E qui arriviamo all’ultimo punto, che riguarda l’accertamento della verità, cui il cittadino ha sempre diritto. Ed è evidente che non può essere un blog (o un giornale, o una tv: per questo dico che gli emendamenti a circoscrivere non cambiano la natura dell’oggetto), con le sue verità contrapposte, la sede dove stabilire chi dice il vero e chi il falso. Perché, per essere chiari, se io dico e scrivo (e infatti l’ho scritto) che le grandi catene distributive dell’editoria impongono ai librai di sottostare a determinate regole, sto raccontando una verità che è certificata da prove e testimonianze di cui sono in possesso; ma è assai probabile che, se dovessimo entrare, rimanendo nell’ambito mediatico, in una contesa con un grande editore-distributore-venditore che mi smentisce, difficilmente i testimoni, per intuibili ragioni di convenienza e paura, confermerebbero le affermazioni che mi hanno fatto. Infatti, la sede per stabilire l’eventuale diffamazione ai danni del grande distributore (ove io avessi mentito) sarebbe il tribunale; dove, però, il testimone sarebbe tenuto a dire la verità, pena il reato (penale) di falsa testimonianza. Perciò, parlando di fatti nudi e crudi e non di opinioni, se io sono certo di aver scritto una cosa vera non vedo quale legge possa obbligarmi a pubblicare una smentita che so per certo affermare il falso; chi si ritiene danneggiato sporga querela, e nella sede adatta procederemo all’accertamento della verità.
Alla fine, la legge-bavaglio, a parte i ben noti scopi personali di qualcuno, ha il vero grande obiettivo di aumentare quella straordinaria opacità e quel relativismo (non etico, ma fattuale) che contribuiscono a mantenere i cittadini, se non nell’ignoranza, almeno in quella sospesa condizione di chi crede che non si possa mai sapere con certezza chi ha ragione e chi dice il vero; e, quindi, a non fare mai nulla di concreto per cambiare le cose.

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