Le pecore e i leoni: le scelte etiche e la risposta del mercato

di Cristiano Abbadessa

Prendo spunto da un paio di notiziole di cronaca, in apparenza tra curiosità e costume, per riflettere su tematiche che abbiamo già toccato, ma che mi pare possano essere rilette in miglior luce una volta preso atto dei due episodi che vi riporto.
Il primo, forse, alcuni di voi lo conosceranno già, perché ha avuto una sua eco divertita su vari giornali e nella rete. È accaduto che il ministero dell’istruzione, università e ricerca abbia pubblicato qualche tempo fa il bando per una tesi di dottorato di ricerca, mi pare per l’università di Siena, dal titolo: “Dalla pecora al pecorino: la filiera del latte di produzione ovina ecc ecc”. Poiché tale bando, per norma comunitaria, va pubblicato in diverse lingue europee, il ministero ha messo in rete, fra le altre, la versione in inglese. Nella quale, il titolo della tesi così era tradotto: “From sheep to doggy style…”. Dove il doggy style (alla maniera del cane) è, per gli inglesi, quella modalità di accoppiamento sessuale che nell’italiano gergale è detta alla pecorina. Non trovando il termine “pecorino”, si sono scusati i funzionari ministeriali, il traduttore automatico aveva scelto di rendere in inglese la “pecorina”.
Molti hanno riso, come sempre capita di fronte a questi equivoci a sfondo sessuale (un po’ come avviene per i bambini, che trovano irresistibilmente divertente qualunque frase contenga la parola cacca). Anch’io, in prima battuta; ma poi mi sono parecchio indignato. In primo luogo perché ancora una volta trovavo conferma alla diffusa convinzione che la comunicazione in rete si ritiene possa esimersi da qualsiasi controllo qualitativo: siccome internet dà spazio a chiunque (anche analfabeta, ciarlatano, falsificatore, incompetente e via di seguito), allora anche chi fa una comunicazione formale o istituzionale, come nel caso, si ritiene autorizzato a muoversi con assoluta approssimazione e a costo zero. Più grave, però, è la successiva considerazione: se anche il ministero dell’istruzione e dell’università ritiene più opportuno servirsi di un traduttore automatico che di un professionista della materia, siamo davvero un paese senza alcuna speranza. Perché, ad onta delle parole sul salvataggio dell’Italia, sulla fiducia da dare ai giovani, sull’importanza di un titolo di studio e di una qualificazione professionale, ecco che al dunque il ministero preposto è il primo che evita di servirsi di un laurato in lingue (e dire che ci hanno fatto una testa così sulla necessità di imparare bene l’inglese, sullo storico ritardo degli italiani troppo provinciali, e via cantando) e si affida a un traduttore automatico gratuitamente disponibile online. Proprio un bell’esempio e una bella morale di disinvestimento nella formazione (che peraltro possiamo trarre solo grazie al pecoreccio incidente, perché qualsiasi altro errore meno divertente sarebbe passato sotto silenzio).
L’altra vicenda, di certo meno nota, l’ho incrociata quasi per caso in uno spezzone in coda a un tg regionale di qualche giorno fa. La notizia che apriva il servizio era una manifestazione di animalisti contro l’insediamento di un circo a Varese o dintorni, per protestare contro l’utilizzo degli animali nelle attività circensi. Le immagini del sit-in occupavano pochi secondi, seguiti dalla raccolta di un po’ di interviste per dare voce a chi protesta, a chi è contro la protesta, a chi si batte per la dignità degli animali e a chi vorrebbe vederli nello spettacolo: la solita sfilata di opinioni che, ormai, hanno preso il posto dell’informazione e del racconto dei fatti. In ultimo, però, sono stato catturato dal racconto di uno dei Medini (non ricordo più quale, tra i tanti della famiglia), che raccontava al proposito l’istruttiva esperienza del suo circo.
Qualche anno fa, ha spiegato il Medini in questione, era stato convinto dalle osservazioni di chi si batteva contro lo sfruttamento degli animali nel circo, e aveva deciso di mettere le bestie a riposo e di proporre uno spettacolo basato solo sui numeri degli artisti umani: giocolieri, contorsionisti, clown, trapezisti. Il nuovo spettacolo attraeva pochi spettatori, ma il Medini contava in una qualche forma di appoggio alla sua scelta etica da parte delle associazioni che tanto si erano battute affinché finalmente qualche circo facesse questo coraggioso passo. Ma nessuno si era fatto vivo, e il Medini non riusciva più neppure a trovare chi gli concedesse gli spazi per piazzare il tendone, in ragione della scarsa resa economica dell’evento, degli affitti che non poteva pagare, della morosità del suo circo. Alla fine, snobbato dal pubblico e ignorato da chi lo aveva indotto alla scelta, il Medini ha deciso di riprendersi gli animali, con domatori e ammaestratori, e di rimettere in piedi lo spettacolo tradizionale, che bene o male funziona.
Mi è venuto sin troppo facile il paragone con quel che succede nell’editoria. Il mondo, e in specie il mondo della rete, è pieno di community, blogger, pensatori più o meno associati pronti a dettare le regole etiche, a pronunciare scomuniche, a stilare pagelle di buoni e cattivi: gli editori a pagamento sono il diavolo, quelli che non rispondono sono dei cafoni, quelli che non leggono il manoscritto per intero sono dei superficiali prevenuti, quelli che non pubblicano gli esordienti sono dei biechi servi del marketing. Se un editore, però, compare sulla scena rispettando tutti i canoni etici, gli riservano un timido applauso iniziale e poi lo lasciano nel suo brodo, ben guardandosi non dico da una qualche stabile forma di sostegno e promozione, ma persino dal semplice acquisto dei libri.
Chi si batte perché gli imprenditori (non importa se editori o circensi, alimentari o metallurgici) facciano scelte etiche, credo dovrebbe sentire l’obbligo morale e materiale di premiare poi queste scelte in forma concreta; e non solo, ammesso che questo succeda, a titolo personale. Diciamo che dovrebbe, nel dire bene e promuovere, metterci almeno la stessa appassionata foga che ci mette nel maledire, censurare e boicottare. Altrimenti, perdonate la franchezza, ho il sospetto che sia solo uno dei tanti frustrati inaciditi incazzati col mondo, che gode solo quando può dire male e essere contro, ma per nessuna ragione direbbe bene di qualcosa o si schiererebbe a favore di qualcuno.

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Storie di calcio: saper raccontare con semplicità e passione

di Cristiano Abbadessa

Commentando qualche tempo fa il mio post di auguri al centenario Guerin Sportivo, il nostro autore Antonio Sofia ha scritto: «Sono un tifoso, di quelli potenzialmente dannosi, amo la mia Roma e tendo a considerare il complesso calcistico come necessario solo al fatto che la Roma esista». Eppure, proprio Antonio, nel suo essere scrittore di qualità, ci offre nel suo Il mare di spalle un paio di perfette sintesi di narrazione calcistica, superando la cieca passione tifosa e penetrando l’essenza di questo sport. Sono, fra l’altro, due brevi brani, due sintetiche azioni di gioco con poco altro intorno, all’apparenza diversi: nel primo assume centralità la trasposizione letteraria del gioco interpretato secondo quella che Gianni Brera definiva “la geometria euclidea” del calciatore vero, seppure amatoriale; il secondo rende onore a quell’impasto di coraggio e di fantasia quasi magica che impregna la giocata fuori dagli schemi. Ciascuno dei due è perfetto nella sua essenzialità; insieme, seppur distanti, restituiscono al lettore la natura profonda di uno sport tanto popolare e amato perché al contempo semplice e imprevedibile.
Da antico appassionato di calcio, non avrei affatto disdegnato che questo gioco trovasse maggiore spazio nella produzione letteraria della nostra casa editrice. Non è stato possibile, e non certo perché siano mancate le proposte di romanzi o racconti che ruotassero attorno al pallone, a volte ispirandosi al reale, altre volte procedendo sul rigoroso binario della finzione. Purtroppo, la qualità della narrazione non era tale da giustificare una proposta di pubblicazione. E non sempre, si badi, perché le opere erano frutto della penna di mediocri narratori: alcune storie, anzi, avevano eccellenti pagine, acutezza di sguardo sul contesto sociale, trame interessanti; a difettare, però, era proprio la resa narrativa della parte calcistica, che, costituendo uno dei nuclei centrali dell’opera, finiva per abbassare la qualità complessiva a livelli non accettabili. I difetti erano vari, ma quasi sempre riconducibili a un eccesso di dimestichezza calcistica dell’autore e alla sua incapacità di raccontare il fatto sportivo e tecnico prendendo la giusta distanza: abbiamo così trovato romanzi in cui ci si smarriva nel dettagliare il funzionamento di competizioni immaginarie esplicitandone le formule, altri in cui l’azione di gioco veniva raccontata ricorrendo a orride espressioni idiomatiche tipiche del giornalismo sportivo, oppure racconti in cui con troppa evidenza si ricalcavano episodi e personaggi reali tentandone una debole e impervia trasfigurazione letteraria.
Non è, in verità, che questi difetti appartengano solo agli aspiranti scrittori che si sono candidati ad Autodafé. Trovo che in Italia, e potrei dire in Europa, il racconto di calcio sia un genere che fatica a trovare interpreti di qualità. Esistono, sia chiaro, ottimi libri di argomento calcistico, ma o non sono opere di narrativa o hanno altrove i loro pregi principali. Per esempio, ci sono buone opere dedicate a grandi campioni o grandi squadre: ma gli autori si sono qui atteggiati a cantori epici della realtà storica, che resta comunque la base imprescindibile. Altri buoni titoli mescolano autobiografie, ricordi e grandi protagonisti dell’epopea sportiva: ma siamo ancora nel riferimento al reale e, spesso, quasi al confine del saggio sociologico. Ci sono, infine, racconti di pura finzione letteraria, anche famosi; ma anche qui, come in quelli a noi proposti, la parte debole è proprio quella in cui la narrazione cerca di rendere letteratura l’azione sul campo da gioco.
Per trovare letteratura calcistica come la intendo debbo dunque rifarmi ai soliti sudamericani, ai Soriano, ai Galeano e ai loro emuli, non tutti altrettanto grandi ma comunque capaci di mettere al centro della narrazione il gesto tecnico, seppure in apparenza riducendolo talora in forme talmente semplici da farlo apparire meno importante di quel contorno che, invece, può essere puro pretesto. In Europa, e mi viene in mente il sempre citato Nick Hornby, il contesto sociale è invece il vero protagonista e il pallone è un riferimento totemico attorno al quale danzano i protagonisti; il che, a ben vedere, potrebbe anche produrre opere perfette per la missione che Autodafé si è data, ma sempre col rammarico di questa banalizzazione o emarginazione dell’arte del narrare (non) applicata al gioco in quanto tale.
Aspetto, confortato dal piccolo (perché breve) esempio di Antonio, una penna capace di rendere con linearità visionaria quelle caratteristiche essenziali che fanno del calcio un ipotetico modello di realismo magico non troppo complesso da applicare alla narrazione letteraria. Convinto, per tornare a sfiorare un tema di cui già abbiamo discusso insieme, che la capacità di cogliere e descrivere l’essenza si traduca inevitabilmente nella capacità di raccontare in modo comprensibile, e persino affascinante, anche a chi dell’oggetto in questione è scarso cultore e “tecnicamente” ignorante.

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Vallanzasca, Milano anni Settanta, il narratore e la descrizione del contesto

di Cristiano Abbadessa

Qualche sera fa ho visto il film di Michele Placido su Renato Vallanzasca. Presentato con una certa enfasi, forse troppo compiaciuta, come “il film che aveva suscitato tante polemiche” (in effetti, l’anniversario di un omicidio compiuto dalla banda ha consigliato lo spostamento di data della messa in onda, per le proteste dei parenti delle vittime), l’ho trovato in realtà onesto e tutt’altro che agiografico: Vallanzasca e i suoi sono violenti, amorali o forniti di una morale confusa e improponibile, sono spesso deboli, stupidi e persino approssimativi nel loro stesso “mestiere”. Nulla, insomma, invoglia a eleggerli a modello a ad “assolverli”, e credo che le molte polemiche, ancora una volta, siano il classico frutto dell’ignoranza e della prevenzione, sollevate da chi, magari per un comprensibile dolore privato, parla a priori senza conoscere l’oggetto.
Riconosciuta l’onestà intellettuale e la correttezza formale dell’opera, mi pare però che il film resti ben lontano dal capolavoro. Ci sono dei buoni spaccati di ambientazione “interna”, cioè riferiti allo stile di vita della banda, e c’è la giusta e necessaria, almeno qui, dose di crudezza. Dopodiché, proprio nel loro essere onesti, regista e sceneggiatori non hanno la pretesa di conferire a personaggi prevedibili e confusi uno spessore che risulterebbe fuori luogo.
Quel che a mi avviso manca, e che avrebbe fra l’altro potuto dare davvero la stura a riflessioni e polemiche motivate, è la contestualizzazione. Manca il motivo per cui, pur con tutto il suo portato di violenza stupida, la banda Vallanzasca (e il capo in primis) era davvero circondata, all’epoca, di una sorta di alone romantico. Che non trovava alcuna giustificazione in inesistenti codici d’onore, ma trova spiegazione nella percezione che ne avevano le persone comuni. Perché, qui sta il punto, la banda agiva in anni di paura diffusa, dove tutti si sentivano esposti al rischio, ma dove a far paura erano soprattutto il terrorismo e il microcrimine: perché i terroristi colpivano indifferentemente il grande politico e l’imprenditore, il magistrato e le forze dell’ordine, ma anche il caporeparto e l’operaio che li denunciava, cioè le persone comuni; e il microcrimine, spesso opera di tossici disperati di cui le città erano piene (erano gli anni del boom dell’eroina) puntava direttamente sui soggetti più deboli e indifesi, sugli anziani e sulle donne, sui ragazzini e sui poveracci. Mentre Vallanzasca e i suoi, almeno nelle intenzioni, se la facevano con le banche e coi sequestri degli industriali, miravano al soldo e ai ricchi, e finché non hanno cominciato a sparare alla cieca non sono stati percepiti come un pericolo dalla “gente normale”.
Per proporre questa differenza, ovviamente, il film avrebbe dovuto dare maggiore spazio al contesto, alla quotidianità di Milano e dell’Italia di quegli anni. Impresa difficile, in una pellicola, perché presume una ricostruzione anche scenica, che il passare del tempo ha reso complicata (infatti, ci sono alcuni improbabili svarioni nelle poche ricostruzioni di azione negli esterni metropolitani). In mancanza del contesto, però, si finisce per perdere la reale percezione di quel fenomeno “popolare” che fu Vallanzasca.
A proposito di quegli anni e del contesto, mi viene spontaneo paragonare le assenze e i silenzi del film con la viva capacità descrittiva della nostra Pervinca Paccini in Viola, romanzo che per una parte è ambientato nella Milano degli anni Settanta (e per l’altro nella Milano di questi nostri anni). Maggiore facilità nella descrizione letteraria che cinematografica? Forse, visto che le parole non sono sottoposte agli stessi vincoli limitativi delle immagini. Ma mi piace anche sottolineare, perché è un tratto distintivo della letteratura che cerchiamo, la capacità di descrivere nella narrazione, non limitandosi alla pura e semplice evocazione. Voglio dire che se l’autrice si limitasse a evocare delle atmosfere con labili riferimenti, io, che sono milanese e ho vissuto quegli anni, potrei comunque immaginarmi e rivivere la scenografia, le quinte dell’azione, i luoghi come erano. Ma chi non è milanese o è di più giovane generazione avrebbe difficoltà, di fronte alla semplice evocazione. La descrizione, invece, riporta in vita le strade e gli ambienti di quegli anni, rendendoli visibili anche a chi non li ha mai conosciuti. Certo, come sempre avviene nella narrazione letteraria, la fotografia che si forma nella mente del lettore di Roma o Firenze, o nel ventenne milanese, ricreerà con la fantasia luoghi che non saranno davvero gli stessi che l’autrice racconta; ma, nella sostanza, ne conserveranno le genuine caratteristiche originarie.
A me, la visione del film su Vallanzasca e sulla Milano di quegli anni ha suggerito queste riflessioni, tutte incentrate sulla funzione e l’importanza del contesto. Può essere che altri, vedendo il film, abbiano istintivamente rimproverato a Placido il troppo sottile spessore conferito invece ai personaggi, la scarsa introspezione, la limitata indagine interiore. Ma questa, appunto, è la diversa sensibilità tra chi è in sintonia con la narrazione attenta al contesto sociale, che cerca Autodafé, e chi preferisce la rilettura psicologica che scava nell’animo umano.

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La recensione perfetta al servizio del lettore

di Cristiano Abbadessa

Proseguo, come promesso, le mie riflessioni sugli intermediari tra autore e lettore, e dopo aver parlato dei librai mi dedico questa volta ai recensori, di qualsiasi livello e visibilità.
Preciso subito che cercherò di spiegare quale dovrebbe essere, a mio parere, la recensione ideale ragionando da lettore e non da editore. Anche perché verrebbe spontaneo dire che per un editore le recensioni ideali sono quelle che parlano dei suoi libri e che ne parlano bene; il che, peraltro, non è neppure del tutto vero, come vedremo poi. Meglio, quindi, partire da quel che io mi aspetto, come lettore, quando leggo una recensione (e non necessariamente letteraria).
Diffido, anzitutto, di quelle recensioni in cui l’estensore vuole dimostrare che sarebbe stato tanto più bravo dell’autore o, ancor peggio, dell’editor, muovendo critiche che sfociano spesso nel tecnicismo e proponendo al lettore una sorta di riscrittura critica dell’opera. A volte, se il recensore è bravo per davvero, possono anche essere esercizi godibili, seppure un po’ da iniziati alla materia; quasi sempre, però, fanno trasparire la sensazione della rivalsa che un mancato autore o un mancato editor cerca di prendersi nei confronti di chi è stato più fortunato o coraggioso di lui. Magari il recensore è davvero un eccellente autore incompreso o un editor mancato per sfortunate vicissitudini, ma mettere questo spirito vendicativo nella recensione finisce per lasciare sempre il retrogusto della frustrazione malcelata. Che al lettore, infine, non interessa per nulla.
Aggiungo, e qui so che l’affermazione potrà suscitare dissensi, che poco mi interessa anche il giudizio critico in quanto tale, espresso in voti, stellette o formule di varia derivazione scolastica o agonistica e a stento accompagnato da due righe di dileggio o di sconfinata ammirazione. Per carità, non voglio togliere ai recensori, spesso a quelli amatoriali, il gusto di ergersi per un attimo a professori ed esprimere la loro secca valutazione; ma questa, da sola, nulla ci dice, salvo che al recensore l’opera è piaciuta o no, se non è accompagnata da solide motivazioni, da un’analisi approfondita dell’opera, dalla descrizione dei punti di forza e di debolezza, che cominciano a consentire al lettore di farsi anche una propria idea circa il contenuto. L’elogio o la stroncatura, a volte, possono anche essere interessanti per il lettore; ma, per paradosso, non nel senso che lo obbligano a prendere per oro colato la valutazione del recensore. Voglio dire che a volte, specie in rete, un lettore può scegliersi un recensore di cui si fida e tenerne in conto il giudizio, ma capita anche, e faccio il caso personale, che io legga recensioni di noti critici letterari o cinematografici solo perché scrivono sul tal giornale, che da sempre leggo perché nel suo insieme mi aggrada, e che mi sia reso conto nel tempo, per comprovata esperienza diretta, di essere quasi sistematicamente in disaccordo con le loro valutazioni; ecco allora che la recensione positiva o negativa, specie alla luce delle motivazioni, può benissimo essere letta al contrario, e che io ritenga potenzialmente interessante un libro o un film che quei recensori hanno bocciato, e che viceversa non sia per nulla attratto da quell’opera verso la quale si sperticano in elogi.
Questo paradosso aiuta a riassumere quel che, come lettore, mi aspetto da un buon recensore: che mi aiuti a capire se il libro (o il film, o quant’altro) può piacere a me, non se è piaciuto a lui. Mi aspetto, quindi, che me lo rappresenti nel modo più sintetico ma efficace possibile. Che ne inquadri innanzitutto il genere, le tematiche, l’ambientazione. Che mi dica se la trama è lineare e coinvolgente o è un puro pretesto per altri scopi. Che mi aiuti a capire se la struttura della narrazione è complessa o semplice, funzionale o artificiosa. Che mi introduca allo stile dell’autore, evidenziandone le caratteristiche. Che mi faccia intuire quelli che per l’autore dovrebbero essere i punti di forza del libro. Che mi dica se il linguaggio è ironico, se i dialoghi sono realistici, se i personaggi hanno il giusto spessore, se lo sguardo del narratore esplora il contesto o indugia nell’introspezione. Poi, alla fine, potrà anche esprimere il suo giudizio e spiegare se secondo lui l’autore è riuscito validamente a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato; ma l’importante è che cominci a farmi “respirare” il libro e a farmi capire se a me, lettore con gusti precisi, potrebbe interessare, e poi piacere, o no.
Che poi, a ben vedere, il mio desiderio di lettore finisce qui per coincidere con quello di editore. Perché se una recensione negativa e poco motivata, con evidenza, non fa piacere e rischia di allontanare potenziali lettori che magari troverebbero quell’opera di loro gusto, è anche vero che una recensione positiva, ma sempre poco motivata, rischia di indurre all’acquisto lettori con altre preferenze, e la valutazione elogiativa del critico rischia di ribaltarsi in un passaparola sfavorevole tra i lettori, poiché chi ha letto il libro non ha letto quel che cercava.
In realtà, la situazione è anche più complessa. Perché un libro si presta spesso a diverse chiavi di lettura, a volte possiede diversi livelli, e chiama in causa sensibilità differenti; come si dice, il libro, quando viene letto, diventa “del lettore”, e ciascun lettore, recensore compreso, può scorgervi alcuni aspetti e non vederne altri. Porto, per chiarire, l’esempio di tre recensioni recentemente lette in rete, tutte su Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Sono, tutte e tre, delle buone recensioni; non perché sono positive nel giudizio (lo sono), ma perché in tutti e tre i casi i recensori cercano di entrare nello spirito dell’opera e di renderne partecipe il lettore, spiegandone in breve sintesi le peculiarità. A leggerle, però, sembra quasi che si parli di tre libri diversi. E, personalmente, se fossi un ignaro lettore anziché l’editore, di una direi che mi rappresenta un libro che mai acquisterei in base ai miei gusti, una mi restituisce un’opera che forse potrebbe interessarmi, una terza mi seduce e mi induce a correre in libreria. Nessuno dei tre recensori, sia chiaro, “ha sbagliato”: tutto quello che ci rendono nei loro commenti, in effetti, nel libro lo si ritrova. Ma siccome ciascun recensore ha sottolineato quel che per lui era lo spirito della narrazione e ne costituiva il punto di forza, ciascuno ha finito per evidenziare tre aspetti diversi.
Quindi, la riflessione sulla funzione della recensione finisce con un appello: non ai recensori, ma ai lettori. Leggete le recensioni, leggetele con occhio critico, andate oltre la crosta del giudizio e cercate, anche se il recensore non sempre vi aiuta, di entrare nello spirito dell’opera e nel cuore dell’autore. E leggete più recensioni che potete, perché, nell’immensa libertà che la letteratura concede al lettore, è l’unico modo per cercare di farsi una prima, ma ampia e sfaccettata, idea di un’opera.

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Se il libraio diventa critico letterario. Il ruolo degli intermediari fra autore e lettore

di Cristiano Abbadessa

Negli ultimi mesi, complici la latitanza o l’inefficienza di buona parte dei nostri distributori, abbiamo avuto modo e necessità di stringere rapporti diretti e più stretti con alcuni librai. Talvolta il rapporto è nato dall’interesse del libraio stesso, altre volte siamo stati noi a cercare la disponibilità di qualche punto vendita indipendente che ci sembrava interessante. In questo secondo caso, può capitare che il libraio risponda o che neppure si degni. Se risponde, può succedere che ordini direttamente qualche copia di alcuni titoli, andando a fiuto, a volte con un certo entusiasmo per la nuova proposta editoriale e a volte dando il senso di un fastidio che fa prevedere la grama sorte di quelle copie che ristagneranno per qualche mese su uno scaffale periferico; oppure succede che dia risposta altrettanto immediata ma opposta, declinando l’offerta e spiegando magari che non desidera rapporti con singoli editori o con piccoli editori. Infine, può anche capitare che il libraio chieda qualche titolo per leggerlo, prima di decidere se ordinare delle copie da esporre al pubblico; dopo averle lette, ci manifesta il suo interesse o il suo disinteresse, e la conseguente decisione di ordinare o meno.
È ovvio che una manifestazione di interesse fa molto piacere all’editore, così come una “bocciatura” demoralizza. Debbo tuttavia preliminarmente dire che, poiché ci lamentiamo spesso della curiosa filiera dell’editoria in cui di solito i venditori nulla sanno del prodotto, la mia istintiva simpatia e il mio ringraziamento vanno comunque a questi librai che si sobbarcano la fatica di scegliere leggendo, e che, indipendentemente dal verdetto, li sento più affini rispetto a quelli che decidono solo in base alle loro strategie di mercato e di posizionamento. Per questo motivo, di solito, non condivido le forme di risentimento che alcuni tra noi manifestano quando un libraio, come per fortuna raramente capita, rifiuta i nostri titoli dopo averne letto qualcuno; mi consolo con la maggioranza che, invece, esprime un giudizio positivo, ringrazio comunque e vado avanti.
Tuttavia, l’altro giorno sono rimasto un po’ sconcertato di fronte al garbato rifiuto di un libraio. A lasciarmi perplesso, infatti, in questa circostanza sono state le motivazioni, che mi hanno fatto riflettere. Perchè il nostro, seppure in forma molto sintetica, si è espresso nei termini propri del critico letterario, soppesando pregi e difetti delle due opere che gli avevamo inviato in visione (fra l’altro, due di quelle con le migliori recensioni e le maggiori vendite); ma, e qui sta il punto, lo ha fatto riconducendo il tutto a un giudizio estremamente personale, fondato infine su quel che gli piaceva e non gli piaceva in base al suo gusto e al suo canone letterario (evidentemente piuttosto rigido, fra l’altro, essendo le due opere in questione assai diverse tra loro per stile).
Ora, io mi aspetterei da un libraio un criterio di scelta un poco diverso. Restando valido quanto detto sopra, e quindi apprezzando il fatto che non vengano ordinati dei titoli tanto per farlo e lasciarli a impolverarsi senza essere in grado di consigliarli a nessuno, riterrei però che un librario dovrebbe capire se un’opera è buona nel suo genere, e quindi consigliabile a chi quel genere e quello stile li apprezza; il fatto che a lui personalmente quel genere non piaccia, dovrebbe essere fattore del tutto secondario. Anche nell’interesse del libraio stesso, voglio dire, che altrimenti rischia di ridursi a vendere una manciata di titoli che sposano esattamente il suo gusto.
Una scelta basata sul solo criterio del mi piace, non mi piace è riduttiva e rischiosa. Noi stessi, per dire, non scegliamo cosa pubblicare in base a un unico giudizio. Abbiamo i nostri paramentri oggettivi, certo, a cominciare dalla compatibilità con una tematica precisa (la realtà sociale). Ma quando arriviamo a chiedere un manoscritto, lo sottoponiamo a diverse letture, di persone che non hanno gli stessi gusti e le stesse inclinazioni di genere e stile. E, per norma che ci siamo dati, pubblichiamo opere che qualcuno tra noi ha ritenuto “ottime”, anche se a qualcun altro sono piaciute pochino, mentre evitiamo di pubblicare quelle che, anche unanimemente, sono giudicate piacevoli, decorose e nulla più; perché le prime hanno le qualità per farsi amare almeno da una fetta di pubblico, mentre le seconde sono compitini sufficienti che non colpiscono la fantasia di nessuno. Poi in redazione si può lavorare a valorizzare pregi e smussare difetti, ma l’opera grezza deve già possedere un suo fascino preciso.
Ho voluto brevemente spiegare come procediamo nella scelta dei titoli perché ritengo che, con ruoli diversi, editore, recensore e libraio siano infine degli intermediari tra la creazione dell’autore e il gusto, mai sindacabile, dei diversi lettori. Io, da direttore editoriale, non necessariamente pubblico opere che devono piacere a me in quanto lettore; ma devo saperne riconoscere le potenzialità (se esistono) e devo fidarmi del giudizio di chi ha maggiore dimestichezza con quel genere e quello stile, decidendo insieme se l’opera è in grado di piacere al suo pubblico. Lo stesso, a maggior ragione e con la predisposizione a presentare un’offerta più ampia (se non si tratta una libreria di genere), dovrebbe fare il libraio; che ha il compito, non certo facile, di entrare in sintonia con opere che personalmente non gli dicono nulla, ma che potrebbero essere eccellenti per molti dei suoi clienti lettori. I quali, a loro volta, chiedono di essere indirizzati, dopo aver espresso le prorie propensioni, verso titoli che possano essere di loro gusto, e non di gusto del libraio.
Ruolo difficile quello del libraio consigliere, certo diverso da quello dell’editore, seppure con alcuni punti di contatto. E certamente diverso da quello del recensore, sulla cui funzione di intermediario tornerò la prossima volta.

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Il governo Monti, la monocultura finanziaria, i giovani e l’afasia letteraria

di Cristiano Abbadessa

Ieri sera mi è capitato di sentire un viceministro dell’attuale governo che spiegava in tv come bisognasse “tenere conto della vastezza della questione”. Sarà stata una di quelle scivolate che capitano parlando, nell’estrema indecisione della scelta fra “ampiezza” e “vastità”, posso sperare. Anche se, per istinto, non ho potuto fare a meno di inorridire; d’altra parte, ho moti scomposti e istintivi quando sento maltrattare l’italiano dalle “seconde voci” delle telecronache calcistiche (e si tratta di ruspanti ex giocatori, a malapena andati oltre la scuola dell’obbligo), figuriamoci se mi potevo reprimere quando ho sentito sbandare un “professore” della nuova presuntuosa aristocrazia.
L’episodio, però, si è subito trasformato in riflessione più ampia. Perché questi saranno pure “professori”, ma non sarebbe mai male ricordarci di quali materie. Per cui, lo scivolone di un tecnico di questioni finanziarie può anche risultare più spiegabile (un tempo si diceva che il peggiore italiano era parlato dai ragionieri), ma non si può fare a meno di soffermarsi un attimo a sottolineare il difficile rapporto tra la cultura e questo governo; in ciò degno erede, ma forse con qualche connotazione negativa in più, di chi lo ha preceduto.
Si veda, per esempio, l’atteggiamento di fronte all’istruzione e alla formazione; settori nei quali mi pare esista una lettura meramente strumentale della funzione della scuola e dello studio (un tempo avremmo detto: funzionale al Sistema). In sostanza, studiare serve solo ed esclusivamente per preparare il proprio futuro professionale; e se la futura professione non prevede una preparazione scolastica particolarmente lunga, si cominci a 16 anni con l’apprendistato e la formazione specifica. Come ha suggerito un altro viceministro, lo stesso che ha dato degli sfigati a coloro che a 28 anni studiano e non si sono laureati.
Appartengo, decisamente, a una generazione che si è formata in un contesto diverso. Quando lo studio era confronto con la cultura, e l’accesso scolastico si pretendeva fosse aperto a quanti mostravano interesse prima ancora che attitudine, rinviando la scelta del proprio futuro professionale a tempi più maturi dei 16 anni (che poi, in una società con scarsa mobilità sociale come quella italiana, il più delle volte vuol dire replicare le scelte familiari senza alternative). E quando c’erano moltissimi studenti universitari di 28 anni o più, magari perché erano studenti lavoratori, che non sempre lavoravano per pagarsi gli studi ma a volte studiavano oltre a lavorare, senza particolare prospettiva di avanzamento professionale, per il puro gusto di farlo e migliorare la propria cultura.
La scarsa attenzione per la cultura e l’istruzione, peraltro, non emerge solo da questa visione rigidamente strumentale di una formazione che o è finalizzata a un futuro sbocco professionale o non è nulla, così come non si traduce solo nella valutazione meramente aziendalista dell’efficienza di insegnanti e dirigenti scolastici. Perché, sarà il caso di ricordarlo ai distratti, questo governo continua per esempio a tagliare e accorpare classi, mentre ben si guarda dal cancellare l’acquisto di aerei da guerra. E qui il problema si fa più complesso e più interessante. Infatti, queste stesse scelte compiute dal governo precedente suggerivano a molti che c’era qualche ministro che da sempre covava il sogno di mostrare i muscoli e giocare alla guerra, così come tanti fra i governanti di allora sembravano considerare la scuola un covo di insegnanti comunisti traviatori di giovani; e le scelte a loro modo si spiegavano, e naturalmente suscitavano le aspre e consapevoli reazioni di chi aveva del mondo e delle priorità una visione del tutto diversa. Ma oggi, avvertendo che queste scelte sono solo frutto di un calcolo opportunistico e strumentale (faccio quadrare i conti, sommo obiettivo, intervenendo laddove è più semplice e dove urto meno interessi forti), molti si trovano davvero spiazzati.
Qui entra in ballo la nostra letteratura e quel che vediamo dal nostro osservatorio privilegiato. La sensazione, suffragata appunto dal rapporto coi nostri aspiranti autori, è che si stia verificando una sorta di gelata della passione civile. È infatti certo che molti, anche banalizzando, vedevano nella precedente classe di governo la rappresentanza di un’Italia che non ha la cultura in simpatia, che la considera fronzolo e orpello, che si richiama a radici “popolane” e “volgari” nell’accezione meno nobile di questi termini; mentre in realtà quella classe politica era la fedele e plastica espressione di una certa cultura, di valori e modi di vivere veicolati, e talora imposti attraverso la comunicazione, nel corso di un buon paio di decenni. A questa cultura, o anticultura che dir si voglia, una buona parte della società civile si è vigorosamente contrapposta, creando e divulgando una diversa visione delle cose e una diversa scala di valori. Tra le due parti, con forme e sensibilità diverse, si è in ogni modo mantenuto aperto un confronto che si è espresso anche, appunto, attraverso la creazione letteraria, la narrazione attenta alle dinamiche sociali.
Oggi tutto questo sembra venir meno. Perché il clima sociale dominante non oppone due diversi modi di essere e di pensare, ma veicola la supremazia inevitabile di una scienza algida: quasi che le leggi dell’economia e della finanza fossero le Tavole scolpite da mano divina sul Sinai e non il frutto di scelte politiche e filosofiche. La nuova Grande Paura, con i suoi dogmi e i comportamenti riflessi, sembra aver silenziato le coscienze e le menti, inaridendo o spiazzando la capacità critica e creativa.
Si respira, in Italia e in Europa, la scorata sensazione di chi ha recepito il messaggio che i nuovi tecnocrati sono riusciti a trasmettere: un altro mondo non è possibile. Non si tratta più di scegliere da che parte stare, o di ragionare su nuovi scenari, ma di conformarsi all’inevitabile, alla suprema legge che tutto determina. E chi non sta alle regole, chi pretende di ragionare prima di costruire il proprio futuro, chi mostra una pericolosa curiosità intellettuale, è uno sfigato.

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Impresa e capitale. Una buona idea è solo roba da ricchi?

di Cristiano Abbadessa

Fra i commenti all’ultimo post, colpisce la “giunta” del nostro Fabrizio: «Di imprenditori che non vogliono assumersi alcun rischio d’impresa non sappiamo più cosa farcene in questo paese». Sentenza prontamente condivisa, in esplicito, da Antonio Sofia, e probabilmente da molti altri che non si sono manifestati.
Una frase secca che, istintivamente, trova il plauso di molti, compreso il mio. Soprattutto, credo, perché pesa su tutti noi, noi cittadini, qualche decennio in cui il rischio d’impresa è stato tranquillamente scaricato sulla collettività a suon di leggi fatte su misura: prepensionamenti pagati da tutti per risanare uno, provvedimenti ad aziendam, protezionismi assortiti, interventi arbitrari sul mercato, consumi forzosamente indirizzati verso un settore dichiarando fuorilegge beni perfettamente funzionanti ma di colpo obsoleti, pericolosi e illegali. Siccome le maggiori imprese di questo paese hanno fornito e forniscono, da almeno tre decenni (ma probabilmente da quasi un secolo), tale esempio tutt’altro che virtuoso, si può ben capire come la misura dell’indignazione sia colma e come il cittadino comune sia stanco di pagare di tasca propria gli errori e le lentezze di imprenditori incapaci, buoni solo a sventolare la minaccia del licenziamento di massa e la fuga all’estero per strappare nuovi benefici al governo di turno (quando il governo non è diretta espressione di queste stesse aziende).
Per evitare pericolose confusioni, è però bene fare qualche precisazione, evitando di sovrapporre al concetto di rischio d’impresa l’idea che l’imprenditore debba mettere i soldi di tasca propria. In realtà, nell’economia di mercato e nel sistema liberista, la figura dell’imprenditore non necessariamente coincide con quella del capitalista, inteso come colui che mette il capitale nell’impresa. È una delle leggi basilari dell’economia contemporanea, e la vediamo concretamente declinata nelle forme – lecite e illecite, accettabili o riprovevoli – più disparate: dalla grande azienda che prospera grazie alla quotazione in borsa (che è una forma di finanziamento diffuso, anche se ci siamo abituati a considerarla altro) alle imprese di qualunque dimensione ampiamente indebitate con le banche (e di fatto sorrette, o strozzate, dalla concessioni di prestiti che prelevano denaro del risparmio dei correntisti), dalle piccole società in cui non necessariamente coincidono le figure del socio di capitale e del socio lavoratore alle piccolissime aziende che ricorrono a forme di finanziamento atipico (che possono andare dall’illegale e devastante usura alla nobile e futuribile invenzione del microcredito). Per legge, l’imprenditore deve ovviamente rispondere della gestione di queste forme di finanziamento e del loro buon utilizzo; ma in questo, e non nel mettere di suo i quattrini, sta l’assunzione del rischio d’impresa.
Se ci pensate, è bene che sia così; semmai, ma questo è altro discorso, dovrebbero essere più trasparenti le modalità di accesso ai finanziamenti. Ma il fatto che imprenditore e capitalista non per forza coincidano è un elemento indispensabile, perché altrimenti dovremmo concedere solo ai ricchi la facoltà di intraprendere, limitando chi ricco non è alla possibilità di aprire attività imprenditoriali minime, di sussistenza. Una buona idea imprenditoriale, invece, non viene per forza in mente a qualcuno già foderato di soldi; anzi, spesso l’appartenenza a un ceto sociale non privilegiato fornisce lo stimolo per intuizioni migliori; e la possibilità di arrivare (attraverso un finanziamento che apporti il capitale necessario al’avviamento) a sottoporre al giudizio del mercato la bontà dell’idea è un elemento di giustizia e di mobilità sociale.
Tutto questo, per la verità, c’entra ben poco con il caso della Libreria Kmzero. Lì, concordo con Fabio Giallombardo, si tratta semplicemente di una scelta di mercato, come avviene per le cosiddette case editrici a pagamento: in un caso e nell’altro il mercato non viene individuato nei lettori, ma rispettivamente nei piccoli editori bisognosi di visibilità e nei nuovi autori desiderosi di pubblicare. Cosa che, come ho già detto altre volte, dal punto di vista dell’analisi di marketing può anche essere una scelta vincente. Ma è chiaro che, in questo modo, non si stanno cercando partner che condividano il rischio d’impresa, ma più semplicemente clienti che paghino il servizio offerto, sia esso l’esposizione su uno scaffale o la stampa di un libro; la vendita al pubblico è puro pretesto, e il mercato sta altrove (a monte).
Il problema del finanziamento delle piccole attività imprenditoriali, però, resta aperto. E merita, secondo me, una riflessione da parte di tutti, evitando la facile ed erronea tentazione di liquidare la questione dicendo che i soldi dovrebbe metterli l’imprenditore. Perché, come ho detto sopra, non è vero ed è pure pericoloso. Certo, l’imprenditore deve assumersi i rischi della gestione e deve esserne responsabile, i patti e i diritti devono essere chiari, così come devono essere ben marcati i confini tra l’acquisto di un prodotto o servizio e la partecipazione alla formazione di un capitale societario. Ma, in un quadro di reciproche garanzie, lo studio di forme di partecipazione alla capitalizzazione della piccola impresa di rilevanza sociale credo sia tema da approfondire con coraggio e fantasia.

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