Recensioni e lavoro di squadra. E un pulpito poco credibile per lezioni di etica

 di Cristiano Abbadessa

Leggo un intervento dello scrittore e “creativo della comunicazione” Antonio Steffenoni, pubblicato a pagina 178 dell’ultimo numero del Venerdì di Repubblica. L’autore, giocando un po’ col racconto e un po’ con l’ironia, se la prende con quegli autori che recensiscono (segnatamente sul web) i libri pubblicati da altri autori della loro stessa casa editrice; lo considera un sistema furbetto e a basso costo per fare promozione, ma soprattutto una scorciatoia priva di etica (ergo “immorale”, dovremmo concludere).
Viene il sospetto, forse ingiusto, che il “creativo della comunicazione” rosichi un po’, di fronte a un sistema di promozione intuitivo e a basso costo che deprezza i preziosi consigli che fornisce per mestiere (sempre supponendo che un “creativo” dispensi costosi consigli per fare campagne con poca spesa, perché a fare campagne buttando sul tavolo carrettate di soldi son buoni tutti). Ma il vero problema, in questo caso, temo non sia il predicatore ma il pulpito.
Non c’è neppure bisogno che mi confessi reo (ma reo di che?): se andate tra le recensioni evidenziate nell’apposita pagina del nostro sito, troverete senza difficoltà alcuni autori-recensori che hanno detto la loro, sul web, sulle opere dei loro compagni di squadra. Ci sono anche altre recensioni, ovviamente, e il lettore è libero di ritenerle più credibili di quelle firmate da un autore sotto contratto con Autodafé. La recensione di un’altra opera pubblicata dal proprio editore è, specie nelle piccole realtà, un modo di fare squadra, perfettamente normale, spesso accompagnato dalla conoscenza personale e dalla stima reciproca; e peraltro in nulla dissimile dalle paginate che Repubblica, o altri giornali del gruppo, dedicano alle opere letterarie (e non solo) di loro brillanti giornalisti, spesso edite da case editrici amiche o collegate.
Fin qui potremmo dire che siamo alla pari, perché basta cliccare il nome del recensore di un romanzo, sul web, per saperne vita morte e miracoli; così come, di norma, la grande stampa evidenzia l’appartenenza di un autore recensito al proprio gruppo. O forse proprio pari no, perché comunque il piccolo editore non sollecita e non paga i suoi autori per recensire altri autori della stessa squadra: si tratta di una libera scelta, motivata da reale apprezzamento per l’opera e dalla sincera convinzione che essa meriti un po’ di visibilità (a meno che non si pretenda una forma di masochismo per cui se a un nostro autore proprio non piace un’opera di un “collega” la debba per forza recensire e stroncare). Non so se della stessa libertà godono tutti i giornalisti che, per consegna ed essendo a libro paga, recensiscono opere dei loro colleghi.
Dove però il contrasto si fa davvero stridente, è nelle recensioni “altre”. Perché se un contributo di visibilità alle nostre opere può venire anche da autori pubblicati da Autodafé, è vero però che tutte le altre recensioni sono, nel nostro caso, totalmente disinteressate, mai prezzolate o sollecitate con secondi e terzi fini. Viceversa, una recensione su un grande giornale (o radio, o tv) il più delle volte arriva solo se l’editore è un inserzionista pubblicitario; e tanto più solidi sono i legami di sponsorizzazione, tanto più ampio e frequente sarà lo spazio disponibile. Se non fai pubblicità, spazio per le recensioni non ne trovi. Magari i giornali dedicheranno qualche riga a un editore che si è inventato un’iniziativa che “fa notizia”, ma le opere resteranno mestamente confinate nell’ombra: non stroncate, o non recensite per inadeguatezza, ma semplicemente ignorate perché l’aautore non è noto e l’editore non è inserzionista.
Allora, se vogliamo parlare di etica e trasparenza, lancerei io una sfida a Repubblica e a tutte le altre grandi testate giornalistiche. Quando pubblicate una recensione (ma potrebbe valere per qualunque spazio dato a ogni tipo di azienda), diteci tutto, ma proprio tutto: chi è l’editore, quali sono i soci che partecipano al capitale, quali sono i suoi consulenti, i suoi agenti per la promozione e la distribuzione. E, soprattutto, pubblicate accanto al nome della tal casa editrice il tot che investe in pubblicità annualmente sulle testate del vostro gruppo. Così, giusto per amore di chiarezza e per rendere più trasparenti i meccanismi di scelta e selezione.
Altrimenti, per favore, risparmiate di dare spazio a certe prediche sulla presunta etica. Perché diventa forte il rischio che, più che dal pulpito di un tempio dell’informazione, sembrino provenire dalla balconata di un lupanare dove si pratica la prostituzione intellettuale.

(NB: se qualche calciofilo dubita che abbia ripreso l’ultima espressione da una celebre intemerata di José Mourinho, sappia che non ne rivendico la primogenitura, perché è ben più vecchia, ma che comunque il concetto l’avevo io stesso gia ampiamete espresso in altra sede)

2 commenti

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2 risposte a “Recensioni e lavoro di squadra. E un pulpito poco credibile per lezioni di etica

  1. Che le recensioni e anche i premi letterari siano in buona misura il risultato degli innumerevoli do ut des tra addetti ai lavori e, principalmente, tra i loro “datori” di lavoro, mi risulta abbastanza risaputo. Nel caso della piccola editoria la pratica appare in effetti più spontanea e disinteressata per le ragioni sopra esposte.
    Con tante gravissime questioni etiche aperte, non mi sembra questa meritevole di tale indignazione. La didascalia dell’articolo recita infatti, drammatica: “Una sola vittima: l’etica (in grassetto)”.
    A ben leggere, la virtuosa condotta morale di cui Steffenoni riferisce non fu praticata (l’evento risale all’anno scorso) da lui medesimo, ma dalla redattrice che rifiutò una sua recensione in quanto egli lavorava all’epoca per la stessa casa editrice dell’autore. Steffenoni, che la elogia, aveva peraltro accettato di scrivere il pezzo, nel sincero convincimento del valore dell’opera. Nello stesso spirito, quindi, che induce alcuni autori a dire bene – e senza compensi – del lavoro di un collega che trovano meritevole.

  2. Credo di poter testimoniare in prima persona di come, proprio l’etica, quella vera, non quella predicata bene e razzolata male, possa produrre ottimi risultati. Non ho alcun rapporto con la casa editrice, né conosco Cristiano Abbadessa né i due autori delle opere da lui pubblicate e da me recensite. Ma mi era piaciuto fin dagli inizi questo progetto, di cui sono venuta a sapere casualmente sul web e la filosofia dell’editore. Motivo per cui, dopo aver osservato per un po’ i post su questo forum e aver interagito, ho chiesto – io l’ho chiesto – che l’editore mi inviasse qualche titolo. Cosa che Abbadessa ha gentilmente fatto. Ho scelto di recensire due testi che mi erano particolarmente piaciuti e su cui avevo qualcosa da dire. Successivamente, con uno degli autori, si è stabilito un rapporto molto cordiale e prossimamente presenterò il suo libro nella nostra città e lo farò con grande piacere.
    Nessuno mi ha pagata – anzi, uno dei due autori da me recensiti non mi ha nemmeno ringraziata (come cortesia vorrebbe) il che non muta il mio giudizio sul suo libro – e ho scritto solo quello che ritenevo di dover scrivere.
    Questo per me non è strano, dato che in genere è il modo in cui mi comporto. In Italia non è un modo che ti procura molti amici, ma a me va bene così.
    Dove viva e operi Steffenoni non so. Primo perché il suo impegno di pubblicitario – che sono sicura svolga seguendo i più rigorosi principi dell’etica – si colloca in un campo che tuttavia di etico ha poco. Se pubblicità fosse sinonimo di verità, non vivremmo nel sistema capitalistico in cui viviamo. Si pubblicizza ciò che deve essere venduto e per sconfiggere la feroce concorrenza. Le leggi di mercato non hanno proprio nulla di etico. Anzi. E , tutto questo suo sbandierare la pubblicità etica e la Verità, si mostra per quello che è: un’ottima e intelligente trovata pubblicitaria.
    In secondo luogo, per quanto poi riguarda la questione del prendersela con chi recensisce autori con cui si condivide l’editore, è una protesta talmente risibile da sforare nel grottesco. L’intera, misera politica editoriale italiana si regge sulle mafie letterarie, sulle cosche di amici, sulle cricche della critica letteraria. Mai visitato qualche blog letterario di quelli che tirano di più? Sono fatti da persone tutte legate le une alle altre, che hanno un unico scopo: autopromuoversi e promuovere gli amici o chi gli può venir utile.
    Ci sono poi particolari editori – di ragguardevole perso in Italia – che hanno fatto della mafia letteraria la loro politica editoriale.
    In certi casi il silenzio è d’oro.

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